Luca Coscioni

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Aggiornato: 2 ore 4 min fa

Richard Dawkins: "Insegniamo la biologia ai bambini o i fanatici distruggeranno tutto"

Mer, 29/07/2015 - 10:25
Richard Dawkins: "Insegniamo la biologia ai bambini o i fanatici distruggeranno tutto" La Stampa - Tuttoscienze29 Lug 2015Anna MartellatoLaicità

L'Islam fondamentalista e militarizzato, il dogmatismo della Chiesa cattolica romana e il cristianesimo fondamentalista che si diffonde dagli Usa. E poi i tanti politici dell'Occidente privi di formazione scientifica. Ecco le incarnazioni dei pericoli che minano la scienza e la società, secondo Richard Dawkins.

Istrionico e provocatorio, il biologo, zoologo e divulgatore di fama mondiale, oltre che saggista e attivista in nome della ragione laica e dell'ateismo, Dawkins ci accoglie con garbo molto british prima del taglio del nastro della mostra «Ex Africa» dell'amico Jonathan Kingdon, allestita per la prima volta in Italia al «Muse» di Trento.

Professor Dawkins, lei èspesso al centro di polemiche a colpi di tweet che hanno fatto il giro del mondo. Una delle ultime sostiene che «Partorire un bimbo down è immorale»: ci spiega quali sono, secondo lei, le ideologie oggi piu pericolose?

«Il cattolicesimo romano. Un'altra è l'Islam militarizzato, che, forse, al momento è la più grande forza del male, mentre la Chiesa romana è la seconda».

Due «Forze del male»? È sicuro di poter mettere sullo stesso piano le due religioni? Perché pensa che fede e scienza siano incompatibili?

«Oggi c'è un fondamentalismo che arriva dagli Usa: è l'ideologia cristiana. In Europa non è un fenomeno così grave come lo è in America, ma sta già minando l'educazione scientifica e soprattutto il mio settore, la biologia. È un campo importante e oggi particolarmente interessante ed eccitante che tutti i bambini dovrebbero studiare».

Che cosa pensa di Papa Francesco?

«Sembra aver fatto molti progressi rispetto ai predecessori, ma potrebbe essere un lupo vestito da pecora: mi serve più tempo per capirlo, però sembra essere veramente simpatico. La Chiesa cattolica romana è stata, in molti modi, una forza del male nel mondo, come è avvenuto con i temi della contraccezione e dei preservativi. Quindi, se parliamo di Africa, la Chiesa cattolica ha avuto delle immense influenze negative nel convincere molti africani che c'è qualcosa di sbagliato nel ricorrere ai preservativi. E, invece, sono la protezione contro l'Aids, che in Africa ha le dimensioni di un'epidemia. Per quanto simpatico Papa Francesco può sembrare, resta comunque fermo su queste posizioni e anche in merito a contraccezione e aborto».

Lei ha creato una fondazione, la «Foundation for Reason and Science», che promuove l'idea che scienza eateismo debbano andare di pari passo. Non è anche questa una forma di fanatismo?

«II primo obiettivo della Fondazione è il progetto porta bandiera "Openly secular" (apertamente laico, ndr), in particolare in America. Lì è difficile per le persone non religiose essere elette. E in molti Stati è difficile perfino ammettere di non essere religiosi. La nostra campagna serve a rendere rispettabile l'essere laico, non credente. Cerchiamo di convincere - devo dire con successo - persone normali e celebri a girare dei brevi filmati che carichiamo su YouTube. II messaggio è: "Sono un guidatore di taxi, sono un cameriere, sono un avvocato, sono un dottore... E sono apertamente laico».

Biodiversità è un termine entrato nella lingua comune e per il quale lei si batte da tempo: come la si protegge?

«E' una questione sulla quale sono molto appassionato. Anche per ragioni estetiche e personali credo sarebbe tragico se perdessimo l'enorme ricchezza di flora e fauna del mondo, specialmente in Africa, che è il continente-madre dell'umanità, oltre a essere il luogo dove io e Jonathan siamo nati. Le specie non sopravviveranno, se le diversità dell'ambiente non verrà preservata».

Cosa può fare la scienza?

«Dobbiamo capire cosa sta succedendo e le relazioni tra piante e animali, piante e piante, animali e animali, oltre a funghi e batteri, sono molto complicate. Non puoi proteggerli tutti, se non sai cosa stai facendo, e per sapere cosa stai facendo ci vuole la ricerca. Molta ricerca e a lungo termine».

Al centro della mostra c'è una statua di Kingdon che glorifica la maternità. Cos'è oggi la maternità? Un ostacolo, un desiderio, una frontiera?

«Quella scultura comunica molti aspetti della maternità: c'è un feto all'interno, vedi il cordone ombelicale, e poi il cuore e il seno e c'è una sorta di onnicomprensiva sensazione di protezione. La maternità, oggi, è un problema: le donne che vogliono unire il desiderio di maternità con quello di una carriera devono destreggiarsi tra l'uno e l'altro. E un dovere della società fare ciò che è in suo potere per aiutarle e far sì che riescano a conciliare la carriera, soddisfacendo le loro capacità intellettuali, con la possibilità di essere madri».

Scienza e tecnologia ci permettono di manipolare la vita e anche di cambiare sesso: questa evoluzione «pilotata» non era stata prevista da Darwin. Lei come la considera?

«E' un fenomeno. E' una possibilità molto moderna. Ma si tratta di un fenomeno sociale».

Chi deve essere educato alla scienza e ai suoi valori?

«Mi piacerebbe vedere più scienziati in politica e molti più politici preparati in campo scientifico: in Gran Bretagna ce ne sono pochi e lo stesso vale in America e credo sia così per l'Italia. Spesso il background di molti politici è giuridico, il che è molto triste. Ovviamente tutti, anche la gente comune, dovrebbero essere educati al sapere scientifico: non solo perché è utile, ma perché è elettrizzante. Vivi una vita più piena, più realizzata, se capisci la scienza e quindi la natura dei processi vicini a te, oltre ai processi fisici e cosmologici: da quelli che hanno dato origine all'Universo a quelli biologici dell'evoluzione che hanno dato luogo alla vita».

Pensa di entrare in politica?

«No. In questo campo non ho speranze».

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Mercoledì 29 luglio Mina Welby interverrà alla trasmissione radiofonica "Granello di sale"

Mar, 28/07/2015 - 16:15
Eutanasia

Mercoledì 29 luglio alle ore 11,30 Mina Welby, Co-Presidente dell'Associazione Luca Coscioni, parteciperà al programma "Granello di Sale" di Radio FinestraAperta.

Guida la trasmissione Manuel Tartaglia (l'intrufolone) 

Per maggiori informazioni CLICCA QUI.

 

 

Data: Mercoledì, 29 Luglio, 2015 - 11:30Città: Radio FinestraApertaOrganizzatore: Radio FinestrAperta
Categorie: Radicali

Marco Cappato parteciperà alla presentazione del libro "Fecondazione Eterologa"

Mar, 28/07/2015 - 15:42
Fecondazione eterologa

Mercoledì 30 Settembre alle 18,15, presso la Sala Napoleonica di Palazzo Greppi, Marco Cappato, Tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, parteciperà alla presentazione del libro "Fecondazione Eterologa", organizzata dalla Fondazione Veronesi.

RSVP: 02 76018187 int.246 

Interverranno, insieme a Marco Cappato:

  • Avvocato Maurizio De Tilla, autore, Responsabile della delegazione di Napoli Fondazione Veronesi
  • Avvocato Lucio Militerni, autore
  • Professor Umberto Veronesi, autore, Presidente Fondazione Umberto Veronesi
  • Dottor Edgardo Somigliana, Responsabile del Centro di procreazione medica assistita della Fondazione Ca' Granda-Policlinico
  • Professor Giuseppe Testa, Professore di Biologia Molecolare all’Università degli Studi di Milano e Direttore del Laboratorio di Epigenetica delle Cellule Staminali all’Istituto Europeo di Oncologia

Moderatore: Giancarlo Mazzuca, Direttore de "Il Giorno"

Programma:

Ore 18.15 – 18.20 Intervento del moderatore

Ore 18.20 – 18.35 intervento di Maurizio De Tilla

Ore 18.35 – 18.50 Intervento di Lucio Militerni

Ore 18.50 – 19.05 Intervento di Giuseppe Testa

Ore 19.05 – 19.20 Intervento di Edgardo Somigliana

Ore 19.20 – 19.30 Intervento di Marco Cappato

Ore 19.30 – 19.40 Chiusura di Umberto Veronesi

Ore 19.40 – 20.00 Discussione

 

 

Data: Mercoledì, 30 Settembre, 2015 - 18:15Città: MilanoIndirizzo: Via Sant'Antonio 10, Università degli Studi di MilanoOrganizzatore: Fondazione Veronesi
Categorie: Radicali

Le droghe sono nuove. Non bastano più regole vecchie

Mar, 28/07/2015 - 11:40
Le droghe sono nuove. Non bastano più regole vecchieCorriere della sera28 Lug 2015Luigi Ripamonti

Un ragazzo morto per ecstasy pochi giorni fa, altri giovani alle prese con gravissimi problemi dopo l'assunzione di un composto a base di amnesia (combinazione tra marijuana e metadone). Ha ancora senso, di fronte a questo (prevedibile) trend occuparsi di liberalizzazione o meno della cannabis? Più in generale: ha ancora ragione d'essere un dibattito fra proibizionismo e antiproibizionismo sulle droghe «tradizionali»?

Il fronte si è spostato. Bisogna prenderne atto. E anche parlare solo di «droghe sintetiche» rischia di essere una semplificazione. Non si tratta di capire soltanto quali sono le nuove sostanze e di impostare una strategia per arginarle secondo schemi consolidad, di maggiore o minore successo. Non sono cambiati solo gli stupefacenti. Sono cambiati anche i canali di diffusione e il mercato, sempre più fluidi, destrutturati e parcellizzati. Sono cambiati I consumatori, non più «tossici» riconoscibili ma ragazzi (e adulti) «normali» e integrati. E lo spacciatore non è più «d'uomo nero» ma il compagno di banco, e per la sintesi e i mix possono bastare quattro pentole a pressione.

Invocare questo o quel modello di gestione del problema, sperimentato qui o altrove, può essere utile solo relativamente. In Olanda ci sono punti in cui i ragazzi possono portare la pasticca e farla analizzare: se è troppo pericolosa non viene restituita, altrimenti il ragazzo viene avvertito dei rischi e di come gestirli. Si chiama politica della «riduzione del danno». Non c'è moralismo, ed è una buona cosa, ma un aiuto attraverso l'informazione.

Magari se gli amici del giovane morto a Riccione avessero saputo che cosa fare sin dalle prime avvisaglie della crisi del loro compagno ora non saremmo qui a parlarne. Ma un tossicologo potrebbe replicare, con argomenti solidi, che con le miscele di sostanze sempre nuove che circolano le possibilità di analisi rapida davvero efficace sarebbero molto esigue. Si potrebbero citare altri esperimenti, come quelli in Austria con camioncini che vanno al rave party proponendo l'analisi delle sostanze, ma pare che siano pochi i giovani che aderiscono all'invito.

Allora proibiamo? Possibile, e anche ragionevole partendo dal fatto che la distinzione fra droghe leggere e pesanti è quantomeno discutibile, e che la cannabis, come scriveva Alberto Mantovani (Corriere di ieri), fa comunque male. Ma il mercato delle dipendenze è fluido, come si diceva, e ha la tendenza a plasmarsi sulle normative vigenti.

«Dopo la legge del 21 febbraio 2006 (art. 45) si è assistito a una temporanea riduzione dei consumi occasionali di cannabis» spiega Sabrina Molinaro, ricercatrice dell'Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa. «Allo stesso tempo è aumentato il mercato delle sostanze chimiche e anche per quanto riguarda la cannabis i consumatori abituali non sono calati in modo significativo sul lungo periodo».

Il dibattito potrebbe continuare, con l'elenco di pregi e difetti delle diverse soluzioni, ma la situazione è cambiata e ne servono di nuove. Di sicuro è indispensabile un'informazione capillare. II problema non può più essere rimosso: va riconosciuto e conosciuto per quello che è. Ognuno deve fare la sua parte: istituzioni, media, scuola, famiglie. E va modulato il modo di informare. Ormai è chiaro che dire a un ragazzo che l'ecstasy può farlo morire serve fino a un certo punto. Così come serve poco dirgli che il fumo gli farà venire un cancro al polmone, è più efficace paventargli denti pialli o alito cattivo.

Ma questo è ovviamente solo l'abc, e l'informazione da sola non basta. La politica dovrà per forza mettere mano a un adeguamento delle strutture di gestione delle tossicodipendenze, che fanno quello che possono, ma che vanno aggiornate alle nuove esigenze. E dovrebbe essere ormai una priorità un «tavolo» politico in cui si inizi un dibattito concreto, capace di voltare le spalle ai diversi lasciti ideologici, di qualunque segno.

Infine serve una presa di coscienza come società civile, che ci chiama in causa tutti. Perché, bisogna avere il coraggio di ammettere che questi modelli di dipendenza li abbiamo forgiati noi su misura per i nostri figli, una generazione in cui la fragilità è diffusa forse anche perché la frustrazione è inammissibile e questo crea la necessità di passare da una soddisfazione all'altra: una volta è il gioco d'azzardo, una volta l'alcol, una volta la pasticca.

Si possono mettere nell'ordine che si preferisce, ma è in ogni caso un continuum. C'è chi addirittura mette al primo posto la dipendenza da telefonino come inizio della catena. Possiamo pensare di abolire i telefonini? Non diciamo sciocchezze. Però sottolineare una distinzione fondamentale fra piacere e felicità è possibile, attraverso qualsiasi metodo educativo e culturale.

Il piacere ha sempre un oggetto, e cerca in esso la propria soddisfazione, che esige di non essere negata, e crea perciò dipendenza, mentre la felicità procura piacere ma non ha oggetto e si consegue soprattutto attraverso le relazioni. Questo dovremmo ricordare prima di tutto a noi, per insegnarlo ai nostri ragazzi, troppo spesso soli, con i loro amici immateriali, con cui non si sono mai scambiati un bacio o un abbraccio. 

Categorie: Radicali

Dare un prezzo alla donazione di ovuli - Putting a price on a human egg

Mar, 28/07/2015 - 11:20
Dare un prezzo alla donazione di ovuli - Putting a price on a human eggWall Street Journal28 Lug 2015Ashby JonesFecondazione assistita

(L'articolo è in lingua originale)

How much is a human egg worth? The question is at the heart of a federal lawsuit brought by two women who provided eggs to couples struggling with infertility.

The women claim the price guidelines adopted by fertility clinics nationwide have artificially suppressed the amount they can get for their eggs, in violation of federal antitrust laws.

The industry groups behind the price guidance—which discourages payments above $10,000 per egg-donation cycle—say caps are needed to prevent coercion and exploitation in the egg-donation process.

But the plaintiffs say the guidelines amount to an illegal conspiracy to set prices in violation of antitrust laws. The conspiracy, they argue in court papers, has deprived women nationwide a free market in which to sell their eggs, and enabled fertility clinics to “reap anticompetitive profits for themselves.”

“It’s naked, illegal price-fixing,” said Michael McLellan, a lawyer for the women.

The lawsuit, filed in the Northern District of California, could go to trial next year. In February, Chief Magistrate Judge Joseph Spero allowed the suit, first filed in 2011, to move forward on behalf of women who have donated eggs in recent years. Later this summer, Judge Spero will consider whether to broaden the case to include women who plan to donate eggs in the future and want to eliminate the caps entirely. If successful, it could upend the industry of egg donation, which has increasingly become an important option for women who have trouble conceiving because of advanced age or other problems.

The technology behind donated human eggs dates to the late 1980s. The fee hovered around $2,000 until the late 1990s, when demand went up and clinics began paying more, said Rene Almeling, a sociology professor at Yale University and author of a 2011 book on the business of egg and sperm donation.

The market for sperm donation, which has also ballooned in popularity in recent years, works differently than that for egg donation. Sperm donors generally contract with a sperm bank to give weekly samples for a year, for which they are paid about $100 each. There are no price caps on sperm donations, which are sold for between $400 and $700 per vial.

Sperm banks generally don’t charge a premium for sperm from men with particularly desirable characteristics of looks or intelligence. Such screening is often done by sperm banks, said Ms. Almeling, by requiring donors to either be enrolled in a four-year college or have a college degree, and to be taller than around 5 feet 8 inches. “Short doesn’t sell,” she said.

Rising prices for donated eggs prompted concern within the American Society for Reproductive Medicine, a nonprofit medical-specialty group focused on reproductive medicine and a defendant in the lawsuit. In 2000, the organization, made up largely of doctors who pay to join, suggested that payments should not go above $5,000 without justification, and said that payments greater than $10,000 went “beyond what is appropriate.”

The price guidelines aren’t mandates. But more than 90% of the nation’s clinics belong to the society, which has adopted the guidelines.

Fertility clinics generally charge patients $12,000 to $20,000 for each donor-egg cycle, a weekslong process, which, with the help of hormones, can yield more eggs than the one or two normally released by a woman each month. About half of each payment goes to the donor. Whether a donor makes $5,000 or $10,000 or something in between depends on, for example, whether the woman has donated successfully before, and whether a clinic thinks her profile will suit the needs of an infertile couple.

Location also matters. Payments in urban areas with high demand tend to fall between $8,000 and $10,000.

More than 9,500 babies were born from embryos created with donor eggs in 2013, the latest annual figure, according to the Society for Assisted Reproductive Technology—a nonprofit organization of doctors and others who practice in assisted reproductive technologies and the other defendant in the suit.

A spokesman for both defendant organizations declined to comment, as did representatives from several fertility clinics. But many fertility clinics clearly state in promotional material that they adhere to the guidelines.

The organizations have claimed in court papers that the purpose of the pricing guidelines isn’t to enrich fertility clinics or doctors. Rather, they say, the aim is to lessen the chance that outsize payments will entice women to donate and either hide health risks that might disqualify them or ignore the possible side effects of donating.

The problem is finding a payment amount that fairly compensates women for their time and effort, but isn’t seen as too hard to pass up by college students or low-income women. The $5,000 price recommendation “might be enough to coerce some women into donating, while for others it wouldn’t be nearly enough,” said Ms. Almeling.

Leah Campbell, a 32-year-old writer in Anchorage, Alaska, suffered complications following two donor-egg cycles while in her 20s and said she became infertile as a result. Ms. Campbell, who saw fliers around her college campus promising thousands of dollars to egg donors, said she worries about the effects of unlimited compensation. “The money entices women to take on risks that they probably wouldn’t otherwise,” she said.

Ms. Campbell said she preferred the policy in other countries, including the U.K. and Australia, which don’t allow payments for eggs. “If you want to donate for altruistic reasons, go for it,” she said. “Otherwise, let’s leave the money alone.” The price caps strike others as unnecessary, even sexist. “It’s overriding a woman’s ability to choose what she wants to do, even if it’s risky,” said Julie Shapiro,a law professor at Seattle University and author of a blog on law and reproductive technologies. “We don’t ban people from cleaning nuclear waste sites because it carries some risk, we allow them to charge more to make up for it.”

Other egg donors say a robust market depends on compensation. “I helped couples achieve their dreams, and in return they helped me go to law school, buy an apartment, pursue my dreams when I was in my 20s,” said Gina-Marie Madow, a four-time egg donor now working as a lawyer at Circle Egg Donation, a Boston-based egg-donation agency. Ms. Madow said $10,000 “feels like the right amount for women to get” for a cycle but didn’t understand the reason behind the price cap. “I just don’t think the [organizations have] done a good job explaining why it exists,” she said.

The price caps might also guard against worries that women might pay more for eggs from mothers of certain ethnic or racial backgrounds, or with such traits as physical beauty or high intelligence. Such a market exists, largely through a small number of agencies that cater to couples willing to pay a premium.

“It’s a concern about eugenics, that women will pay more for eggs from an Ivy League grad,” said John Robertson, a professor of law and bioethics at the University of Texas.

Kimberly Krawiec, a law professor at Duke University who has studied the egg-donor industry, played down such concerns, adding that mothers-to-be generally aren’t looking to build a genetically superior child. Ms. Krawiec said she had little issue with couples paying more for eggs from women with, say, high SAT scores. “Fertile people have been screening for beauty and intelligence for years and years,” she said. “It’s called dating.”

Categorie: Radicali

«Cannabis non più riconoscibile adesso regole come per l’alcol»

Lun, 27/07/2015 - 12:22
«Cannabis non più riconoscibile adesso regole come per l’alcol»Il Mattino Napoli26 Lug 2015Maria Chiara AulisioCannabis terapeutica

Stefano Vecchio, direttore dell’Unità operativa complessa dipendenze della Asl Napoli 1, a parte l’amnèsia, e gli effetti devastanti che rischia di provocare su chi la fuma, parla più in generale dei cambiamenti che stanno avvenendo nel mercato della cannabis da cui talvolta dipendono le gravi alterazioni psico-fisiche registrate sui consumatori. Soprattutto quelli non abituali, meno esperti, troppo spesso ignari delle conseguenze.

In che modo si sta modificando il mercato della cannabis?

«Sta cambiando la concentrazione dei principi attivi».

Che cosa vuol dire?

«Che gli effetti che provocano su chi ne fa uso sono molto più potenti e dirompenti di prima».

Come si fa ad aumentare la concentrazione dei principi attivi ?

«È molto semplice, basta coltivarla in maniera diversa. Ma il problema è un altro».

Qual è?

«Che alla fine non si capisce più nulla. Sono tali e tante le modifiche sulla cannabis che, in assenza di analisi, è quasi impossibile capire di che cosa si tratta».

Ma l’amnèsia che cosa è?

«Questo è il punto. Rientra ancora in una categoria indefinita. C’è chi dice che ci sarebbe del metadone, chi dell’eroina... Tutto piuttosto strano».

Strano perché?

«Il metadone ad esempio è un oppioide che non modifica lo stato di coscienza. A provocare scompensi così devastanti, come quelli registrati sui tre ragazzini napoletani, sono piuttosto gli allucinogeni che in soggetti predisposti possono scatenare effetti psicoattivi particolarmente forti».

Che cosa si può fare?

«Analizzare la sostanza per capire di che cosa si tratta. Sotto il nome di cannabis e amnèsia può nascondersi di tutto. Anche i cannabinoidi sintetici, i più pericolosi con la cannabis modificata».

Perché?

«Dal punto di vista chimico sono diversi dalla cannabis ma si legano agli stessi ricettori del cervello scatenando effetti più potenti e meno conosciuti. Talvolta provocano addirittura le convulsioni. È chiaro che gli effetti più dirompenti si registrano sui giovanissimi, sulle persone meno esperte che rischiano di trovarsi in difficoltà».

Come si affronta il problema?

«Con un sistema di regolamentazione attraverso il quale lo Stato stabilisce che cosa si può fare e che cosa no. L’unico modo per ridurre i rischi. D’altronde abbiamo regolamentato l’alcol, perché non possiamo farlo anche con la droga?».

Liberalizzazione, dunque?

«No. Non liberalizziamo proprio niente. Cerchiamo di essere più laici che ideologici: la proibizione non ha dato i risultati attesi, anzi c’è stata una moltiplicazione delle sostanze sempre meno controllabile, proviamo a cambiare rotta. Magari funziona. Se poi non va si può sempre tornare indietro». 

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I disabili e il lavoro

Lun, 27/07/2015 - 12:12
I disabili e il lavoroIl Messaggero26 Lug 2015On. Ileana Argentin Lavoro e disabilità

Lettera a Virman Cusenza, Direttore de "Il Messaggero", dall'On. Ileana Argentin

Caro direttore,

 è un dovere per me, a nome delle cittadine e dei cittadini con disabilità che mi hanno eletta, esprimere un forte disappunto per la misura prevista nello "Schema di Decreto Legislativo recante disposizioni di razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese e altre disposizioni in materia dí rapporto di lavoro e pari opportunità, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n.183" che elimina l`obbligo della chiamata numerica per i datori di lavoro che intendano assumere persone disabili.

Più nel dettaglio, l`articolo 6 del decreto modifica l`art. 7 della legge 68/99, nel quale il legislatore ha previsto una percentuale del 60% per la chiamata nominativa e del 40% per quella numerica, ossia una mediazione soddisfacente tra gli interessi e i bisogni delle imprese e dei lavoratori.

Così come riformulato, il testo della norma risulta in contrasto con lo spirito e la ratio della legge 68, dal momento che svuota di significato e valore il modello di "inserimento mirato" e rende arbitrario il collocamento delle persone con disabilità, penalizzando, senza dubbio, quelle con disabilità grave.

A questo punto non si può non rimandare agli arti. 3 e 4 della Costituzione, dai quali si evince che: a) il lavoro è un diritto di tutti i cittadini; b) è compito dello Stato rimuovere - non frapporre - gli ostacoli all`uguaglianza e alla libertà dei suoi cittadini. Lo Stato non può rendere la vista a chi non ce l`ha o riparare le cellule nervose danneggiate. Però potrebbe - anzi dovrebbe - mettere in opera ogni accorgimento atto a limitare al minimo questa fonte di disuguaglianza; c) tutti i cittadini hanno il dovere di contribuire allo sviluppo della società, secondo le proprie possibilità.

La chiave è proprio in quella parola: tutti. Non solo quelli che possono vantare una "sana e robusta costituzione", ma anche i cittadini affetti da qualche disabilità, anche grave. Voglio credere che il nostro Parlamento sarà in grado di riflettere e accogliere le richieste dei più fragili, e, dunque, l`unica soluzione auspicabile è la soppressione dell`art. 6, rimandando gli inserimenti all`art. 7 della legge 68/99, presa a modello da vari Paesi, tra cui Germania e Francia. 

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Un microchip sotto la pelle: ecco la pillola del futuro

Lun, 27/07/2015 - 11:59
Un microchip sotto la pelle: ecco la pillola del futuro La Repubblica26 Lug 2015Michele BocciContraccezione

Il futuro della pillola è sotto la pelle. I nuovi anticoncezionali stanno cambiando i costumi sessuali e potrebbero rivoluzionare i dati sugli aborti. Paura di ingrassare, di avere disturbi di vario tipo o anche di scordarsi di prendere la pasticca ogni giorno stanno spingendo le donne verso prodotti più recenti, piccoli dispositivi in plastica impiantati nella cute o inseriti nell'utero per rilasciare ormoni che bloccano l'ovulazione anche fino a tre anni. Come una sterilizzazione a scadenza, che si può interrompere in qualunque momento.

In alcuni casi questi nuovi farmaci si sono rivelati strumenti utili per campagne di salute pubblica. Nello stato Usa del Colorado, dal 2009 al 2013 sono stati offerti gratuitamente alle donne giovani e giovanissime o in condizioni di povertà, quelle che più spesso vanno incontro a gravidanze indesiderate. I risultati sono stati sorprendenti, il tasso di natalità tra le adolescenti è sceso del 40%, le interruzioni di gravidanza sono calate del 42%. Un successo inatteso che ha spinto il governo ad avviare una raccolta di fondi per finanziare un altro piano dello stesso tipo.

In Italia il tasso di abortività delle giovani sotto i 25 anni non è preoccupante come negli Usa o in altri Paesi europei. Eppure ha una caratteristica che mette in allarme gli esperti: è stabile. Mentre nelle classi di età superiori, da anni, si assiste a un calo, che traina la diminuzione del numero assoluto di aborti, la stessa cosa non accade tra i 20 e i 25 anni e soprattutto sotto i 20. I numeri assoluti non sono alti ma questa immobilità è considerata negativa.

Le minorenni che fanno questa scelta sono prevalentemente italiane, mentre le donne immigrate abortiscono di più, ma in fasce d'età superiori. «L'idea di un intervento con strumenti farmacologici adeguati non sarebbe sbagliata, anche perché le giovani italiane che interrompono la gravidanza sono circa 300 volte in più di quelle che partoriscono», dice Valeria Dubini, consigliere nazionale della Sigo, la società scientifica dei ginecologi ospedalieri. 

«Nei consultori dell'area fiorentina — prosegue — viene offerto già questo tipo di contraccettivi gratuitamente alle donne che hanno fatto un'interruzione di gravidanza ma non solo. Del resto, le ragazzine ormai prendono la pillola mal volentieri e il vantaggio di questi dispositivi è che utilizzano ormoni che hanno meno effetti collaterali rispetto agli estrogeni, ad esempio sono più sicuri per chi ha problemi circolatori. Si tratta comunque di strumenti efficaci ma non per forza migliori degli altri. Anche la spirale può andare benissimo».

Ci vogliono pochi minuti per mettere l'anticoncezionale sotto pelle, nell'interno del braccio. Chi lo sceglie nel consultorio di solito è giovane e spesso si tratta di straniere, «del resto all'estero si usa molto, in particolare in Sud America», dice sempre Dubini. «Ma anche molte giovani italiane ce lo chiedono. In pochi casi tornano prima dei tre anni per toglierlo».

Emiliano Arisi, presidente della società medica per la contraccezione, è scettico sull'ipotesi di avviare in Italia un'esperienza simile a quella del Colorado. «Dipende dagli obiettivi delle autorità sanitarie. Vedo operazioni di questo tipo solo su piccoli gruppi di popolazione, dove esiste un tasso di aborti troppo alto. Del resto l'impegno economico per campagne estese è consistente e mi sembra impensabile allargare un'esperienza del genere a tutta la popolazione».

Riguardo al tasso di abortività delle giovani italiane, «ci sono Paesi dove è assai più alto— dice ancora Arisi — come la Francia. Non solo, Oltralpe hanno anche una più alta natalità tra le giovani e un più alto utilizzo dei concezionali». Ed è vero anche che malgrado le eterne polemiche sulla contraccezione (e sull'interruzione di gravidanza ) nel nostro Paese i dati non sempre sono preoccupanti.

Un esempio è quello della pillola di emergenza. È stata sdoganata, con fatica e dopo molte resistenze da parte dello stesso Consiglio superiore di sanità, quella dei cinque giorni dopo. Da poco più di due mesi si può vendere senza ricetta. Ebbene, grazie a questo il farmaco ha fatto un boom: è passato da avere circa l'8% del mercato, quindi una porzione molto inferiore rispetto alla più "vecchia" pillola del giorno dopo, ad avvicinarsi al 35%. Già oltre 15mila donne l'hanno usato. Ma il numero totale di confezioni di contraccettivi di emergenza venduti ogni mese in Italia resta invariato.  

Più facile reperibilità non vuol dire maggiore consumo. Cosi è accaduto anche per la pillola abortiva Ru486, che non ha fatto aumentare le interruzioni di gravidanza. L'aborto resta una scelta difficile e sofferta, e chi si occupa di contraccezione lavora proprio per prevenirlo. E la chiave potrebbero essere proprio quei microchip di plastica e ormoni.

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Puntata del Maratoneta di sabato 25 luglio 2015

Lun, 27/07/2015 - 11:40
Puntata del Maratoneta di sabato 25 luglio 2015Radio Radicale25 Lug 2015Mirella Parachini

In studio Mirella Parachini.

Interventi dal convegno organizzato da 'SPERA - Sperimentare per Curare, Conoscere e Comunicare i valori della ricerca", tenutosi il 18 Giugno 2015 presso l'Università La Sapienza.

Interventi di:

Professor Giuseppe Remuzzi, Direttore dell' Istituto Mario Negri di Bergamo;

Marco Cattaneo, Direttore di "Le Scienze";

Professor Andrea Grignolio, che si occupa di Storia della Medicina all'Università di Bologna e di Roma.

Per riascoltare la puntata CLICCA QUI.

Il Maratoneta
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Laicità ed educazione contro il terrore. Ma l`Europa ha lasciato sola la Tunisia

Lun, 27/07/2015 - 11:22
Laicità ed educazione contro il terrore. Ma l`Europa ha lasciato sola la TunisiaLeft25 Lug 2015Marco CappatoLaicità

Contro il terrorismo: laicità e educazione. Può suonare come uno slogan vuoto, dunque ideologico. All`indomani degli attentati di gennaio a Parigi, però, quando il Governo Hollande preannunciò di farne una strategia, sembrò l`unico progetto politico all`altezza della sfida del terrore. E avevano ragione, i francesi.

Ma avremmo dovuto prevedere che il tempo raffredda gli entusiasmi, soprattutto per strategie di lungo periodo difficili da incardinare e verificare. E non c`è nulla di più lungo termine che puntare su educazione e libertà civili: nessun nemico da abbattere, nessun drone da telecomandare, ma "solo" la capillare diffusione del virus del libero pensiero, che non fa rumore né notizia. E nemmeno fa prendere voti, in ciò che rimane delle democrazie, ormai svuotate da ogni diritto a conoscere per deliberare.

Dopo Parigi, il turno del terrore è caduto sulla Tunisia. La solidarietà internazionale è stata totale, riconoscendo in quel Paese l`avamposto democratico del mondo arabo, così fragile e così importante. A parole, però. Perché poi, il sostegno europeo è stato inconsistente, anche sul piano economico. Gli aiuti che si materializzano sono quelli in realtà rivolti ai nostri interessi immediati: strumenti e risorse per pattugliare le coste, per rafforzare, come necessario, la sicurezza. Non altro.

Nel frattempo, ad esempio, il sistema scolastico e universitario della Tunisia è in sofferenza, gli accademici faticano ad ottenere i visti per l`Europa, i centri di ricerca non sono ancora aggregati ai programmi dell`Unione europea. A fronte del fondamentalismo islamico (ma vale per ogni fondamentalismo), Ayaan Hirsi Ali ha richiamato la necessità di «organizzare una controffensiva sul campo di battaglia più importante: quello delle idee».

Ma, nell`unico Paese dell`area dove l`aborto è legale e la laicità radicata, la battaglia per l`idea democratica e lo stato di diritto vede le istituzioni impegnate senza un vero sostegno europeo. Come Associazione Luca Coscioni, un contributo cerchiamo di darlo: abbiamo chiesto e ottenuto dal Governo tunisino di tenere in primavera a Tunisi il prossimo Congresso mondiale per la libertà di ricerca, che seguirà il nostro Congresso nazionale di Milano del 25, 26 e 27 settembre.

L'obiettivo è preciso: affermare il diritto alla scienza come diritto umano universalmente riconosciuto, sia nel senso di diritto alla libertà di ricerca e investimenti pubblici per la ricerca di base, sia come diritto a beneficiare dei risultati della scienza e della medicina, come già indicano la Dichiarazione universale dei diritti umani e il Patto dei diritti economici e sociali.

Gli appuntamenti di Milano e Tunisi mirano a rafforzare le garanzie sovranazionali - in termini di investimenti economici e anche di diritto e giurisdizione - per sostenere un`educazione laica e per arginare derive proibizioniste sulla scienza e sulla medicina.

Dall`Italia - cioè dal Paese fanalino di coda europeo su eutanasia, matrimonio egualitario, ricerca sugli embrioni, droghe - non c`è bisogno di spiegare quanto le garanzie sovranazionali per le libertà civili non siano preziose solo nel mondo arabo. Non abbiamo da dare lezioni, ma anzi da imparare a dialogare con la grande cultura dell`Islam, alla ricerca di soluzioni che sarebbero utili anche per governare la nostra società multietnica, senza cedere ai relativismi culturali o ai comunitarismi ghettizzanti.

Non ci sono guerre di civiltà da imbastire, ma alleanze euromediterranee, laiche e democratiche, da nutrire con la forza della conoscenza.

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Cervelloni d'Italia uniti, ma non sempre realizzati

Ven, 24/07/2015 - 16:05
Cervelloni d'Italia uniti, ma non sempre realizzatiRepubblica Venerdì24 Lug 2015Valerio Millefoglie

Un bambino osserva curioso una doppia elica di Dna che tiene in pugno come fosse una girandola colorata. E' la copertina del saggio G come Geni. L'impatto della genetica sull'apprendimento (Raffaello Cortina Editore, pp. 200, euro 18), a cura della psicologa Kathryn Asbury e del genetista Robert Plomin.

Il libro parte con il confutare la tesi della tabula rasa, secondo cui ognuno di noi alla nascita è una pagina bianca sulla quale famiglia, ambiente ed esperienze individuali scrivono ciò che diventeremo. Più avanti, un paragrafo è invece dedicato al Mensa, l'associazione che riunisce le persone con un quoziente intellettivo sopra la media.

Lo statuto dell'associazione recita: «I soci Mensa vanno da persone che hanno lasciato la scuola quando avevano un'età compresa fra quella della scuola materna e quella della scuola secondaria a persone con diversi dottorati. Alcuni sono poveri, altri milionari. Sono professori e camionisti, scienziati e vigili del fuoco, programmatori di computer e contadini».

Qual è lo scarto fra intelligenza e riuscita nella vita? A cosa serve essere intelligenti? Per saperlo ho sottoposto un piccolo campione di soci del Mensa Italia a una sorta di «test per chi ha passato il test del QI», con domande come: qual è la sua definizione d'intelligenza? A che età ha fatto il test e per quale motivo? Qual è la cosa più intelligente che ha fatto nella sua vita? Dalle risposte, sono emersi questi brevi ritratti che potremmo intitolare L'impatto dell'intelligenza sulla vita.

«L'intelligenza classificata con il QI si riferisce esclusivamente a quella logico-matematica» mi dice un primario endocrinologo, professore universitario e socio Mensa dal 2001. «Fra i miei colleghi ci sono persone di grandi potenzialità ma prive di alcune qualità che aiutano nella vita normale, e che io chiamerei più volentieri difetti. Non sgomitano, non ambiscono a emergere e purtroppo non trovano posto nella società. Conosco persone così intelligenti da non aver avuto neanche voglia di fare il test».

La cosa più intelligente che ha fatto nella vita, dice, è stata andare all'estero dopo aver superato un test di 950 domande di medicina generale, «La cosa più stupida che ho fatto è stata tornare». Per Alessandro Sala, ricercatore, bassista della band di power metal Rhapsody Of Fire e socio Mensa dal 2000, la cosa più intelligente è stata al contrario quella di tornare in Italia dopo il dottorato a Berlino. «Perché» dice «qui mi hanno offerto il posto migliore».

Massimo Alarpi, quarantasette armi, impiegato esattoriale, camicia azzurra, foulard blu, un'abbondante giacca color panna sul cui risvolto è appuntata la spilla del Mensa: «Sono nato sordo, per questo credo di aver sviluppato una certa intelligenza visiva. A quattro anni leggevo i fumetti, a cinque scrivevo, solo dopo ho imparato a parlare. Mia madre ha voluto che frequentassi una scuola normale. Non conosco il linguaggio dei sordomuti. Hanno la tendenza a chiudersi fra loro. Ho fatto il test del Mensa a trentatré anni per risollevarmi da un periodo di crisi».

Ha anche vinto il concorso letterario del Mensa con il racconto L'uomo inesistente. Il protagonista perde la madre prematuramente e smette anche lui di esistere. Diventa invisibile agli altri, si trasforma in un vagabondo e nemmeno gli specchi riflettono la sua immagine. Un giorno vede una ragazza che fa il bagno nuda in una fontana. Anche lei è convinta che nessuno possa accorgersi di lei. I due si riconoscono e insieme tornano a riflettersi nelle vetrine dei negozi. Gli chiedo se svolge il lavoro che ha sempre sognato. «No, faccio il lavoro che ho trovato. Il successo è qualcosa di tuo».

Natalia Buzzi, direttore scientifico presso un'azienda privata di ricerche e cantante della cover band di Mina e Battisti, Miba, «A 19 anni un amico in facoltà m'indicò un ragazzo dicendo: "Quello lì è iscritto al Mensa". Ho poi rimosso l'informazione che è riaffiorata nel Duemila, dopo aver visto un servizio in tv. Quel ragazzo l'ho rivisto da adulta e l'ho incolpato della mia felicità perché al Mensa ho conosciuto mio marito, quindi sì l'intelligenza mi ha cambiato la vita.

I miei genitori sono partiti dal nulla. È sempre da considerare il punto di partenza. Chi parte svantaggiato e diventa ad esempio operaio, ha già raggiunto un traguardo. I miei arrivavano da un paesino della provincia di Rieti, da una condizione economica di basso profilo. Hanno aperto un supermercato a gestione familiare. Ci sono cresciuta dentro e credo di aver avuto un punto di vista sul mondo che tanti bambini non hanno avuto. Ricordo una bambina non vedente che si muoveva fra gli scaffali più a suo agio di me perché la madre le aveva spiegato l'esatta sistemazione delle cose. Erano due persone belle e serene, con un problema gigantesco avevano trovato uno splendido equilibrio».

Maurizio Cardillo, 57 anni, responsabile di una ditta d'impianti elettrici. Si è sottoposto al test a 42 anni perché da sempre appassionato ai quesiti di logica. Descrive gli altri iscritti al Mensa come vulcani in eruzione: «Quando siamo vicini a parlare delle cose più varie, diventano discorsi che ci cacciano via dai ristoranti». Ha giocato nella squadra di calcio ufficiale dell'associazione, I Forti di Testa. Giocando a bocce ha conosciuto il padre della sua futura moglie («Prima ho conosciuto mio suocero, poi mia suocera e infine mia moglie. Ho fatto il percorso inverso»). Hanno una figlia laureata in astrofisica che lavora all'Osservatorio di Firenze.

Ho poi parlato con un ragazzo che ha passato le prime selezioni per il progetto Mars One, un reality show che si prefigge di stabilire una colonia permanente su Marte. Una coppia che si è sposata a Nova Gorica durante un convegno del Mensa, il presidente dell'associazione ha officiato il matrimonio. Un ex ultrà del Verona, oggi contadino nell'azienda agricola che ha costruito con le sue mani, le stesse con le quali ha costruito dei robot ad altezza naturale per il compleanno del figlio. Una guardia forestale che sta terminando un corso per diventare doula «una donna che accompagna un'altra donna durante la gravidanza». Un uomo che con il risultato del test ha cercato «di lenire il dolore per il mancato raggiungimento di taluni obiettivi».

Dietro di loro un flusso di genitori presenti, molto presenti, per nulla presenti, giocatori d'azzardo, ingegneri con due lauree, casalinghe, gelatai, interni case di provincia, di città, di dopoguerra, di post-Sessantotto, di eliche del Dna che come girandole colorate si animano al soffio del bambino sulla copertina di G come geni, i geni s'intrecciano con l'ambiente e hanno vita continua.

La stessa vitalità che ha la signora Giovanna Marra Pierantonio, 62 anni, impiegata al ministero dell'Interno: ha passato il test a 42 anni dopo aver visto la pubblicità su una rivista femminile dal parrucchiere. La sua definizione d'intelligenza? «Non sono all'altezza di rispondere». La cosa più intelligente che ha fatto nella vita? «Posso rispondere dopo?». 

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Nuovi tagli ai disabili

Ven, 24/07/2015 - 15:34
Nuovi tagli ai disabili Il Manifesto24 Lug 2015Vincenzo GalloVita indipendente

La Fish (Federazione Italiana Superamento Handicap) in un comunicato diffuso il 21 luglio prevede che nella nuova legge di stabilità, in fase di elaborazione, potrebbero essere approvati pesanti tagli ai fondi per le persone con gravi disabilità e per la sanità.

Mi chiedo come si possa solo ipotizzare di tagliare fondi assegnati a persone in stato di disagio estremo non autosufficienti, che hanno bisogno di assistenza in motti casi 24 ore su 24. D'altra parte già nel Def approvato dal Governo nello scorso mese di aprile si prevedono razionalizzazioni della spesa e per le invalidità.

Al riguardo l'on. Gutgeld, il nuovo commissario per la spending review, già dal 2013 ha proposto di eliminare le indennità di accompagnamento erogate direttamente alle persone con gravi disabilità, aumentando i servizi pubblici (vedere «Lettera 43. del giugno 2013).

Più governi dal 2010 stanno tentando di eliminare le indennità di accompagnamento e altri fondi per le persone con disabilità, ma finora per le proteste di associazioni e singole persone con disabilità o loro familiari si è riusciti ad evitare questi tagli.

Vedremo ora quali saranno le nuove proposte del Governo nella nuova legge di stabilità, sperando che prevalga buon senso ed umanità e non si decida di rendere ancora più difficile la vita di molte persone già in stato di grande disagio. 

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I pazienti non sono più costretti al buio. Un farmaco per l’intolleranza alla luce

Ven, 24/07/2015 - 12:06
I pazienti non sono più costretti al buio. Un farmaco per l’intolleranza alla luceIl Giornale24 Lug 2015Cellule staminali

É il solo trattamento che abbia cambiato in meglio la vita delle persone affette da protoporfiria eritropoietica, una malattia rara caratterizzata da una grave fotosensibilità.

Un recente studio condotto dai centri per le Porfirie del San Gallicano e dell’università di Zurigo, pubblicato sul British Journal of Dermatology, conferma che Il farmaco afamelanotide, disponibile in Italia dal 2010, è un trattamento sicuro ed efficace anche quando il suo utilizzo è prolungato nel tempo. Nel 2008 si era conclusa la sperimentazione mondiale di fase III del farmaco afamelanotide, è stato poi eseguito un follow-up su 173 pazienti: 120 seguiti presso l’Istituto San Gallicano e 53 presso il Centro per le Porfirie di Zurigo.

«Qualità di vita migliorata, alta adesione alla terapia e bassa percentuale di pazienti che ha sospeso la terapia», queste le conclusioni al termine del periodo di osservazione. Gianfranco Biolcati, responsabile del Centro per le Porfirie e Malattie Metaboliche Ereditarie ISG è stato di recente premiato a Parigi in occasione dell’ EPP (Protoporfiria Eritropoietica) Expert Meeting per aver contribuito con il maggior numero di pazienti al trial clinico sull’ afamelanotide.

Fino a qualche anno fa era impossibile prevenire i sintomi di fototossicità, vale a dire intolleranza totale alla luce del sole, quindi una vita al buio. Con l’introduzione del farmaco afamelanotide un principio attivo pigmentante ed un potente antiossidante, pazienti affetti da Protoporfiria Eritropoietica (EPP) vivono finalmente alla luce. In più possono essere più tranquilli poiché il trattamento con questo farmaco innovativo è sicuro ed efficace anche a lungo termine, come dimostrano i dati pubblicati di recente. 

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Saremo come lucertole, con organi rigenerati e "coltivati" in provetta

Ven, 24/07/2015 - 11:59
Saremo come lucertole, con organi rigenerati e "coltivati" in provettaCorriere della sera24 Lug 2015Eliana LiottaCellule staminali

Verrà un giorno, chissà, in cui somiglieremo alle lucertole. Così come la loro coda mozzata rispunta, i nostri arti potranno ricrescere. Idem gli organi interni, il cervello e il sistema nervoso. Il rene da dialisi rinascerà, i neuroni minacciati dall'Alzheimer rifioriranno, il midollo spinale interrotto del paraplegico si ricongiungerà.

Suona come fantascienza, eppure le aspettative si concentrano su questo: la medicina rigenerativa, la possibilità di attivare a comando la capacità di ogni cellula di replicarsi generando tessuti o, con copie via via differenziate, intere parti del corpo. I rami di studio sono due: il più nuovo è l'intervento genetico, per indurre la divisione cellulare a monte, agendo sul llna, il più battuto è la coltura di staminali da impiantare nel paziente.

«Credo che i due filoni confluiranno», commenta il genetista Edoardo Boncinelli. «Ci vorrà del tempo, le difficoltà restano notevoli, e sono deluso da ciò che non è successo con le staminali». Tra quanto arriveremo al traguardo? «Arduo fare previsioni, ma se qualche anno fa mi avessero raccontato i risultati di oggi, io per primo non ci avrei creduto», risponde Valerio Cervelli dell'Università Tor Vergata, presidente della Conferenza internazionale sulla chirurgia plastica rigenerativa che si terrà a Roma a dicembre. «Posso dire che in tutto il mondo gli scienziati lavorano per trasformare il corpo in un laboratorio prodigioso che produca da sé i pezzi di ricambio».

Quel che non va più risorge. «Il futuro è della medicina rigenerativa, è l'unica soluzione», si dice convinto anche Mauro Giacca, professore di Biologia molecolare all'Università di Trieste, nonché direttore del Centro internazionale di ingegneria genetica e biotecnologie (Icgeb).

«La vita si allunga, ma restiamo incapaci di riparare i danni che alcuni organi fondamentali subiscono nel tempo. Ed è il motivo per cui sono in crescita vertiginosa le malattie degenerative. Una persona su tre sopra gli 80 anni è affetta da una forma di demenza, perché non si rigenerano i neuroni della corteccia cerebrale. Niente da fare per le cellule beta del pancreas, con 170 milioni di diabetici nel mondo. Tra gli over 75, la metà ha un problema dell'udito e oltre il 3o per cento della retina. Anche le cellule del cuore non si riformano e, purtroppo, lo scompenso cardiaco è una delle prime cause di morte nel mondo, secondo l'organizzazione mondiale della Sanità». È il decadimento legato alla vecchiaia, un dramma individuale, economico e sociale.

Il successo con le staminali

Il punto di vista incoraggiante è che non c'è da inventare nulla. «Bisogna scoprire il programma genetico in base al quale alcuni processi di rigenerazione avvengono in natura e altri invece cessano», dice Boncinelli. Nei mammiferi non succede quel che è prassi in animali come salamandre o pesci, in cul le parti amputate vengono rimpiazsate.

È vero però che nello sviluppo embrionale le staminali danno origine a tutto il corpo: ogni vivente si forma sempre a partire da una sola cellula. E il processo di rigenerazione non si esaurisce in fase fetale o infantile. Un essere umano adulto produce 25 milioni di nuove cellule al secondo: servono a sostituire, per esempio, globuli rossi e globuli bianchi, intestino o pelle. Il corpo sana le proprie ferite o le ossa fratturate. E il fegato, ricordando il mito greco dl Prometeo, può ricostituirsi dopo asportazioni fino a due terzi del totale.

«Sangue o pelle si svecchiano di continuo, le loro staminali sono delle "professioniste", mentre nel cervello o nel cuore lavorano delle "staminali dilettanti", così come nel muscolo, che si rinnova solo due, tre volte nella vita», spiega Giulio Cossu, professore di Medicina rigenerativa all'Università di Manchester, tra i protagonisti del simposio 'The future of science", in programma a Venezia dal 17 al 19 settembre. «Non a caso gli ambiti in cui si sono ottenuti successi con le staminali sono il trattamento di grandi ustioni, la ricostruzione della cornea, il trattamento di malattie immuno-ematologiche, il trapianto di midollo».

Cossu, insieme a un team internazionale, è riuscito qualche mese fa per la prima volta a ricreare nei topi un muscolo. Cellule adulte, modificate geneticamente per produrre un fattore di crescita proteico che stimola lo sviluppo del vasi sanguigni, sono state coltivate in laboratorio e innestate, all'interno di uno specifico biomateriale, al posto di un tibiale danneggiato: hanno dato origine a un muscolo che ha ripreso la sua attività. «Siamo confortati dal successo del nostro lavoro, ma è chiaro che dovremo continuare a sperimentare prima di iniziare studi clinici sull'uomo», precisa Cossu, che tenta da anni di risolvere i problemi delle distrofie muscolari.

Le modifiche genetiche

La ricerca avanza su più fronti: copiare dal mondo animale, lavorare sulle staminali, sperimentare l'ingegneria genetica. È notizia recentissima che un pool di biologi dell'americana Tufts University abbia ricostruito il procedimento che consente a un piccolo verme, la planarla, di rimediare addirittura a una metà del suo corpo, riproducendo tutte le cellule, da quelle dell'intestino ai neuroni. La qualità straordinaria di questo invertebrato degli stagni è stata un rompicapo e c'è voluto un sistema di intelligenza artificiale per riunire tutti i dati disponibili, fino a scoprire il mix di geni e meccanismi molecolari che controllano le cellule staminali, autrici della rigenerazione. Sarà un modello di ricerca per tecniche, si spera, utili a noi umani che, nel corso dell'evoluzione, abbiamo perso come gli altri mammiferi il lusso di rinascere da noi stessi.

Anziani più sani

E la modalità adottata da salamandre e pesci è stata alla base del risultato di Mauro Giacca, che con la sua équipe è riuscito a risanare senza alcuna cicatrice il cuore infartuato dei topi, guadagnandosi una pubblicazione su Nature nel 2012.

Come? I ricercatori triestini hanno identificato frammenti di materiale genetico, per la precisione 40 molecole di microRna, in grado di risvegliare quei geni che nel feto fanno crescere il cuore e che negli adulti si mettono a dormire, in modo che possano innescare il sistema antico in grado di produrre nuove cellule cardiache.

«Questi microRNA, somministrati con un'iniezione a un topino che ha subìto un infarto, rimettono in moto le cellule cardiache adulte, che si moltiplicano», continua Giacca, che sarà tra i relatori di un incontro dedicato alla medicina rige- i Strutturati par non ïnvocdgara mai Un verme piatto marino (pseudocerus): può essere considerato "immortale", essendo in possesso di una capacità illimitata di rigenerare le proprie cellule. Più che non morire, non invecchia mai. nerativa a Trieste Next, il salone europeo della ricerca scientifica in calendario dal 25 al 27 settembre. Sempre nei roditori, scienziati dell'Università di Edimburgo, l'anno scorso, sono riusciti a indurre la formazione del timo, che alberga vicino al cuore.

Nei vertebrati, umani inclusi, quest'organo è fondamentale nel sistema immunitario: attivissimo alla nascita, può atrofizzarsi negli anziani, che diventano più vulnerabili perfino a una banale influenza. Ai topi è bastato somministrare una proteina (Foxm) che agisse sul genoma, modificandolo, per stimolare poi con un farmaco la ricostruzione del timo da parte di cellule di tipo staminale. Se funzionasse anche per gli uomini, ci assicureremmo una vecchiaia meno fragile.

«La visione prevalente, fin qui, è stata di coltivare tessuti in laboratorio con stami-nali prelevate dal paziente», dice Giacca. «Purtroppo i risultati sono stati fallimentari in molti ambiti. Aggiungo: se anche tra dieci anni si mettesse a punto questo sistema sarebbe laborioso, personalizzato e costoso. Siamo sette miliardi nel mondo, una metodica del genere sarebbe di beneficio per una percentuale esigua. Da tre, quattro anni la ricerca mira piuttosto a capire come ripristinare il programma genetico che stimoli gli organi a rigenerarsi direttamente nei pazienti».

Ma in che cosa consiste un intervento genetico? «Si usano e si useranno sempre di più farmaci biotecnologici», spiega Giacca, «ossia basati su proteine (fattori di crescita) o su frammenti di Dna e Rna. Queste sostanze possono entrare nel nucleo cellulare e modificare l'espressione di uno o più geni». Molecole inoculate o ingerite per riportarci alle origini, quando il corpo era ancora da costruire e la vita nascente.

È italiano il primo farmaco al mondo per ricostruire la cornea

Il primo prodotto medicinale al mondo a base di staminali è stato brevettato in Italia a febbraio scorso. Si chiama Holoclar e sarà presto disponibile per ridare la vista a pazienti che hanno subito ustioni fisiche o chimiche della cornea, la parte anteriore dell'occhio, ricostruendo l'epitelio a partire da poche cellule moltiplicate in laboratorio.

Il successo si deve alla ricerca ventennale di due scienziati del Centro di medicina rigenerativa 'Stefano Ferrari' dell'Università di Modena e Reggio Emilia, Michele De Luca e Graziella Pellegrini. «La cura è personalizzata, ma a viaggiare sono solo le cellule», ha spiegato Pellegrini. «A partire da un prelievo di 1-2 millimetri da un'area integra del paziente, possiamo produrre nel nostro Centro una nuova superficie corneale che l'organismo riconoscerà come propria».

Secondo le stime, sarebbero un migliaio l'anno i pazienti europei a poter essere trattati con Holoclar, che in alcuni casi rappresenta un'alternativa al trapianto di cornea. L'intervento, anche a distanza di anni dall'incidente, riesce produce una guarigione definitiva in oltre tre quarti dei casi, come ha descritto nel 2010 uno studio dell'équipe pubblicato sul New England Journal of Medicine. E ora i ricercatori sono già al lavoro per ottenere la registrazione di Hologene, lembi di pelle geneticamente modificata per trattare una rara malattia genetica, l'epidermolisi bollosa.

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Procreazione assistita. Nasce la rete regionale

Ven, 24/07/2015 - 11:16
Procreazione assistita. Nasce la rete regionaleCorriere della sera Roma24 Lug 2015Flavia Scicchitano Fecondazione assistita

Donne e uomini, coppie più o meno giovani, e la gravidanza che non arriva mai. La possibilità di avere un bambino diventa reale al nuovo centro di procreazione medicalmente assistita del Policlinico Umberto I.

Il centro attivato per la prima volta nel 1983, dopo oltre trenta anni e un'importante opera di ristrutturazione, raddoppia l'assistenza: «Attualmente assistiamo circa 500 pazienti l'anno - ha spiegato il direttore del centro, Cesare Aragona - ma l'obiettivo, a fronte del potenziamento, è arrivare a 1000 casi trattati».

La struttura, inaugurata ieri dal governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, insieme al dg del Policlinico, Domenico Alessio, e al rettore dell'università La Sapienza, Eugenio Gaudio, conta di una sala operatoria con tecnologie all'avanguardia, sala preparazione e osservazione post trattamento, laboratorio di semi-nologia e di embriologia, locale per la crioconservazione del materiale biologico, ampia sala d'attesa e servizi igienici adeguati. In tutto 700 metri quadri, climatizzati con l'aria circolante ottimizzata per aderire ai requisiti richiesti dalle norme di sterilità, e rispondenti alla norme di sicurezza, tracciabilità e monitoraggio h24 di tutte le apparecchiature.

«Un momento di svolta», ha commentato Zingaretti, ricordando che a 11 anni dall'approvazione della legge sulla fecondazione assistita (2004) il Lazio «non aveva ancora una rete regionale: la rete ora è definita e stiamo aprendo i centri. Senza queste strutture rischiavamo un problema di classe anche nel diritto alla maternità, oggi il diritto diventa concreto grazie all'offerta pubblica. Ci impegniamo entro Natale a riaprire anche il centro del San Filippo Neri».

«Orgoglio e soddisfazione» ha espresso anche il dg Alessio: «Il Policlinico era abbandonato a se stesso ma sono stati messi a disposizione fondi consistenti per la ristrutturazione e le istituzioni hanno agevolato questo tipo di soluzione. Dopo la Conferenza dei servizi in tempi rapidi passeremo allespletamento delle gare d'appalto altrimenti il Policlinico non vedrà mai una ristrutturazione totale».

Tra gli obiettivi del nuovo Pma: migliorare i risultati clinici, diminuire i costi dei trattamenti, umanizzare il percorso, semplificare le terapie, e approfondire lo studio dell'invecchiamento dell'ovocita umano in condizioni di microgravità, grazie al finanziamento dell'Agenzia Spaziale Italiana. In 33 anni di vita il centro ha accolto 45 mila coppie infertili, sono nati 7mila bambini, mentre l'età media delle donne è passata da 34 a 37 anni.

E al secondo piano di Ginecologia c'è già la prima coppia. Lui 45 anni, lei 42, da due anni in attesa di avere un bambino. «Abbiamo provato a rivolgerci a strutture private ma i costi erano davvero troppo alti, discriminanti - spiegano - L'apertura di questo nuovo centro all'interno di una struttura pubblica è una notizia bellissima. Non appena l'abbiamo saputo abbiamo avviato le pratiche e siamo venuti per un primo colloquio informale. L'impressione è stata buonissima, il medico ci ha messo subito a nostro agio, adesso speriamo di avere fortuna». 

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I medici francesi decidono di mantenere in vita Vincent

Ven, 24/07/2015 - 11:08
I medici francesi decidono di mantenere in vita VincentLa Stampa24 Lug 2015Paolo LeviEutanasia

Doveva essere il giorno decisivo: l'annuncio dello stop ai trattamenti che tengono in vita Vincent Lambert. E invece niente. Sulle sorti del tetraplegico francese di 38 anni, da otto in stato vegetativo all'ospedale di Reims, non è ancora scritta la parola fine.

«Mancano le necessarie condizioni di serenità e sicurezza» per avviare lo stop all'alimentazione artificiale. L'ha annunciato ieri l'equipe medica rinviando sine die ogni possibile decisione sullo spinoso caso che richiama alla memoria quello di Eluana Englaro. E che spacca la famiglia in due.

Le divisioni

Da una parte i genitori, cattolici praticanti e fortemente opposti a quella che ritengono un'«eutanasia mascherata». Per Pierre e Viviane non c'è dubbio: Vincent non è in fin di vita, ma soltanto disabile.

Diametralmente opposta la posizione dell'altro «clan», composto dalla moglie Rachel e da sei fratelli e sorelle di Vincent, secondo cui è arrivato il momento di lasciarlo andare degnamente: «Soffre di lesioni celebrali irreversibili, non comunica con l'esterno e per lui non c'è più alcuna speranza di guarigione». I Lambert sono stati convocati in ospedale ieri pomeriggio.

Minacce e pressioni

Dopo l'ok allo stop dei trattamenti terapeutici pronunciato della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo il 5 giugno - dopo un analogo parere del Consiglio di Stato - la Francia intera si attendeva che l'equipe medica annunciasse il definitivo «accompagnamento» di Vincent verso la morte.

E invece ha scelto a sorpresa di rinviare ogni decisione. Almeno fino a quando la giustizia non avrà definito un «rappresentante legale» del paziente, ha fatto sapere Daniela Simon, capo dell'equipe medica che segue Vincent all'ospedale di Reims, probabilmente esasperata dalle divisioni all'interno della famiglia. E più che mai necessario il ripristino di «uno scambio sereno, nell'interesse del paziente», ha avvertito.

Ma anche del personale sanitario, che sarebbe oggetto di «minacce». Tanto da indurre la dottoressa a chiedere una «protezione giudiziaria» per l'insieme dell'equipe e per lo stesso Vincent, che secondo i genitori sarebbe a rischio «rapimento».

In lacrime la moglie Rachel: «Sono nella totale incomprensione, è stato un cammino difficile ma ero convinta che dopo la sentenza della Corte di Strasburgo la volontà di Vincent venisse finalmente rispettata. E invece non è il caso», ha deplorato davanti al muro di telecamere che l'attendevano all'uscita dell'ospedale. Plaude invece alla decisione la mamma Viviane: «Nostro figlio è vivo, vogliamo proteggerlo. Ora vogliamo trasferirlo in un altro centro».

La battaglia politica

Sostegno ai medici è stato espresso dal ministro della Salute, Marisol Touraine. Mentre il caso riaccende la militanza dei comitati pro-life. Il «comitato di sostegno a Vincent» ha indetto una manifestazione a Reims. Sui blog è scontro totale. Almeno fino al prossimo verdetto. 

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L`eterologa per posta "L`embrione spedito dalla Spagna all`Italia"

Gio, 23/07/2015 - 11:17
L`eterologa per posta "L`embrione spedito dalla Spagna all`Italia"Repubblica23 Lug 2015Vera SchiavazziFecondazione eterologa

TORINO. Ostacolata da norme incomprensibili e in attesa di nuovi regolamenti sui donatori, la fecondazione eterologa italiana non è più vietata e può quindi essere fatta anche in Italia.

Come? Attraverso la posta. Basta rivolgersi ai centri stranieri, in questo momento soprattutto quelli spagnoli, e farsi mandare col corriere quel che serve, debitamente congelato. E la prima gravidanza realizzata con un embrione arrivato dalla Spagna è da poco iniziata: gli aspiranti genitori sono una coppia di pazienti del centro privato torinese Livet.

La particolarità, in questo caso, è che la fecondazione eterologa doveva supplire a un problema di fertilità della donna. Il seme del marito è stato quindi spedito a Barcellona, ed è servito a realizzare un embrione insieme all`ovocita di una donatrice. L`embrione è stato rispedito in Italia e reimpiantato nella paziente, dando luogo a una gravidanza.

È un`ottima notizia per i ginecologi e per tutti quelli che sperano nei figli che solo l`eterologa può dare, specie alle donne sterili. E tuttavia non viene commentata da chi ha condotto le operazioni mediche in Italia, perché nella maggior parte dei centri privati per la fecondazione assistita la convinzione è ancora quella di trovarsi in un paese ostile, dove le gravidanze realizzate con i gameti altrui sono viste negativamente e dove molti centri sono stati chiusi o multati per le minime irregolarità dopo aver pubblicizzato i propri risultati in questo campo.

Il vantaggio per i genitori è evidente, rispetto alle migliaia di coppie che negli anni scorsi sono state costrette al turismo per ottenere pratiche vietate in Italia. Niente viaggi né soggiorni in albergo, nessun permesso, o permessi molto inferiori, da chiedere al datore di lavoro. Più complicati gli aspetti legali, che pure al centro torinese sono stati valutati con estrema prudenza, come anche quelli strettamente medici che indicano risultati migliori nel trasferimento di un embrione congelato rispetto a quelli ottenuti decongelando il semplice ovocita.

Ma la vicenda mette in luce le contraddizioni della legge italiana, che a differenza di un tempo non consente più neppure la donazione del seme maschile a una banca in cambio di denaro. In teoria, solo il dono anonimo è previsto, anche se in pratica basta andare su Internet per scoprire che è possibile procurarsi i gameti maschili a partire da 149 euro e farseli spedire congelati a casa propria. A quel punto, nessuno vieta alla coppia di andare in un centro privato, che non ha acquistato direttamente nulla e può quindi procedere alla fecondazione.

Il Consiglio superiore di sanità sta mettendo a confronto il proprio regolamento sui gameti donati con le norme europee, e lo licenzierà nel prossimo autunno. Ma sul punto della gratuità la ministra Lorenzin è stata inflessibile, e si prevede che continuerà ad esserlo. L`eterologa dunque diventa complicata quando ciò che serve è un ovocita o un embrione, che certo non può essere spedito a una singola coppia. Ora però molti centri italiani ricorrono ai corrieri, e a transazioni con i centri esteri combinate in modo da non infrangere la legge.

È un piccolo passo avanti rispetto ai viaggi, spesso più di uno, per ottenere l`eterologa all`estero. Ma è un passo avanti costoso, dai 5.000 euro in su, che non tutte le coppie possono affrontare. E forse non è un caso che anche la pubblicità online dei kit per l`autoinseminazione continui a crescere. In Italia, del resto, la fecondazione eterologa può avvenire solo nelle coppie eterosessuali, mentre alle donne non resta che una donazione "fai da te", e agli uomini l`utero in affitto, rigorosamente oltre confine.

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"Ma da noi gli ostacoli resteranno finché la donazione sarà gratuita"

Gio, 23/07/2015 - 11:02
"Ma da noi gli ostacoli resteranno finché la donazione sarà gratuita"Repubblica23 Lug 2015V. Sch.Fecondazione eterologa

"Purtroppo non vediamo né donatori né donatrici bussare ogni giorno alle soglie dell`ospedale. E, di fatto, la fecondazione eterologa non può venire praticata negli ospedali pubblici". Alberto Revelli, responsabile della Procreazione assistita al Sant`Anna di Torino, critica le linee guida appena depositate dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

Qual è la mancanza principale?

«L`impossibilità di consentire un compenso per i donatori. Che può anche non essere denaro, ma, per esempio, un check up medico o esami gratuiti a chi dona. Evidentemente, per le donne questo è ancora più necessario, in quanto per donare un ovulo occorre sottoporsi a una 44 stimolazione ormonale e poi farselo prelevare con un micro intervento»

È consentito comunque donare le donne che a una sorella o a un`amica?

«No, perché la legge italiana prevede l`anonimato del donatore. Le linee guida non contengono le indicazioni per i donatori di gameti, che arriveranno dal Consiglio superiore di Sanità. Ma se le cose non cambiano, soprattutto in relazione al compenso, non sarà davvero possibile fare l`eterologa in Italia, benché non sia più un reato.»

Quali metodi possono adottare i centri privati?

«Dipende dalle scelte di ciascuno. In generale, qualunque coppia può acquistare online da almeno una decina di banche qualificate il seme maschile necessario e, con quello, recarsi in un centro, il quale non è responsabile del compenso. Anche gli ovociti sono acquistabili, ma non con un semplice scambio in rete. Chi sceglie questo metodo può affermare che non sta pagando al centro estero l`ovocita in quanto tale, ma semmai ricompensando i vari servizi aggiuntivi, come l`intervento realizzato per prelevarlo, il congelamento e il corriere. Le uova congelate, tuttavia, non danno grandi risultati».

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Science, the landless frontier

Mer, 22/07/2015 - 15:46
Science, the landless frontierLongitude22 Lug 2015Paolo Bianco

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Scienza, la frontiera senza terra

Mer, 22/07/2015 - 13:04
Scienza, la frontiera senza terraLongitude22 Lug 2015Paolo Bianco

Un detto cinese recita: “che tu possa vivere in tempi interessanti”. Quale modo migliore per catturare e trasmettere l’intima affinità di sfida e crisi, di cambiamento e rischio, di opportunità e perdita. Tempi interessanti permettono di comprendere come i cambiamenti sulla scena globale ridefiniscano non solo la vita di tutti i giorni, ma spesso anche impercettibili quanto essenziali principi base della vita di vaste aree del mondo. 

Uno di questi principi, dalla fine della seconda guerra mondiale, è sancito in una famosa relazione al Presidente statunitense Franklin D. Roosevelt redatta da Vannevar Bush, all’epoca a capo dell’Ufficio per la ricerca scientifica e lo sviluppo (OSRD). In quella relazione Bush, artefice del Progetto Manhattan, diede una forte impronta a quello che il mondo occidentale sarebbe diventato. Il Progetto Manhattan aveva appena dimostrato come la scienza e la tecnologia possano vincere le guerre. Questa impressione si riflette largamente nel linguaggio utilizzato nella relazione, che descrive come guerre di altro genere (le guerre in tempo di pace, per così dire), prima fra tutte la “guerra alle malattie”, possano essere combattute e vinte con gli stessi strumenti e le stesse armi. La scienza, “la frontiera senza fine”, era la forza trainante. La relazione gettava basi tangibili rimaste visibili per svariati decenni: agenzie governative e procedure mirate a gestire il finanziamento di una scienza libera e competitiva, che sarebbe stata presa a modello dall’intero mondo occidentale; un modello per la circolazione di conoscenza e tecnologia e per il loro scambio tra università e industria; la nascita di case farmaceutiche proiettate su scala globale; lo sviluppo del più grande potere scientifico e tecnologico della storia. 

Salute e medicina (argomento caro al Presidente Roosevelt) erano i cardini di tale strategia. In quel contesto, la relazione di Bush definì un modello originale per la collaborazione tra mondo accademico, industria e istituzioni che si sarebbe rivelato vincente e sarebbe stato imitato in tutto il mondo; e che a tutt’oggi rimane ineguagliato. In poche parole, il governo avrebbe finanziato – attraverso agenzie ad hoc come i National Institutes of Health (NIH) e la National Science Foundation (NSF) – una scienza di base libera e competitiva (solamente una scienza di base libera e competitiva) condotta in ambito accademico con l’obiettivo di sviluppare conoscenze fondamentali sui meccanismi di malattia e sulle relative cause. L’industria avrebbe finanziato, con risorse proprie, la traduzione di quella scienza in sviluppo di prodotti (farmaci) che rappresentassero beni economici e valore sociale: profitto per l’industria, ma salute e ricchezza per la società. Un modello vantaggioso per tutti. A quel modello dobbiamo la medicina contemporanea e il suo straordinario successo: la sconfitta della febbre reumatica e il controllo dell’infezione da HIV; il crollo della mortalità per patologie cardiache, che stava aumentando esponenzialmente; la cura di molti tipi di cancro e la riduzione di molti altri a malattie croniche gestibili; farmaci “molecolari” come il Gleevec; e le TAC. Questo, e molto altro, per quanto riguarda la salute. Per quanto riguarda la ricchezza, basti dire che il calo del 63% della mortalità per malattia coronarica in seguito il famoso Framingham Heart Study, in termini economici, equivale da solo al bilancio totale stanziato per i NIH per 30 anni fiscali consecutivi. Per non parlare della nascita e della crescita a dimensioni globali dell’industria farmaceutica (“Big Pharma”). 

Quel modello, a quanto pare, non c’è più. Una nuova, grande frazione bipartisan del Congresso statunitense considera il bilancio dei NIH (il finanziamento alla scienza) una spesa improduttiva. Il raddoppio del bilancio dei NIH in un periodo di cinque anni durante i quali il PIL degli Stati Uniti è triplicato è considerato un eccesso da correggere. Se la “Big Pharma” non può sostenere i costi necessari per lo sviluppo di nuovi farmaci (circa 1 miliardo di dollari per lanciare sul mercato un nuovo composto), il mercato farmaceutico vacilla. Con l’esplosione delle conoscenze biomediche fondamentali (il genoma umano, le cellule staminali) che apre scenari ampi e promettenti, lo spazio di mercato lasciato libero dalla “Big Pharma” dovrà essere occupato da nuovi operatori, nuovi investitori e nuovi prodotti. Di conseguenza, si propone un nuovo modello per la collaborazione tra industria, istituzioni e mondo accademico, diametralmente opposto a quello emerso nel secondo dopoguerra. Nel’anno in cui il tasso di successo degli assegni di ricerca presentati ai NIH ha raggiunto il suo minimo storico, i NIH hanno stanziato 14 milioni di dollari per rendere commercialmente disponibile per 1.000 dollari il sequenziamento del genoma di chiunque, e creato una nuova agenzia con un budget di 2 miliardi di dollari l’anno per promuovere lo sviluppo di nuovi prodotti, diagnostici o terapeutici, basati su dati scientifici e con potenziale commerciale: il Centro nazionale per il progresso della scienza traslazionale (NCATS). Criptata nella password “Medicina Traslazionale”, che domina la copertina di una nuova rivista “sorella” della prestigiosa Science, l’idea, in sostanza, è di affidare lo sviluppo del prodotto (il lavoro dell’industria, nel paradigma di Bush) alla ricerca di base (il lavoro degli scienziati, nel paradigma di Bush). Questo comporta, naturalmente, il reindirizzamento di parte dei fondi stanziati dal governo dalla ricerca all’industria. Comunemente diffusa (e ampiamente fraintesa), come la traduzione della scienza in applicazioni utili (terapie, nuovi farmaci efficaci, diagnostica), l’idea è piuttosto di sostenere, con risorse precedentemente assegnate al finanziamento della scienza, lo sviluppo di prodotti commerciabili; vale a dire, reindirizzare le risorse pubbliche dal sostegno della scienza al sostegno dell’economia. La concezione di Bush di “menti libere che alimentano il libero mercato”, e della scienza auto-gestita come la più efficace per lo sviluppo tecnologico e la generazione di profitto, va scomparendo nonostante i suoi monumentali rendimenti. 

Giusto o sbagliato che sia, il mondo va in questa direzione. Anche la “Big Pharma” sta emigrando dal mercato occidentale, e forse anche dalle normative occidentali sullo sviluppo di farmaci, percepite come causa di costi insostenibili. Eli Lilly and Company ha recentemente delocalizzato una parte consistente delle proprie attività operative dalla sede storica di Indianapolis a Shanghai, in Cina. Di certo, le caratteristiche genetiche uniche del diabete di tipo 2 dell’etnia Han (la più grande al mondo, con un miliardo di persone) rappresentano tanto un mercato quanto una sfida scientifica e tecnologica. Ma forse ancor più interessante è l’opportunità offerta da economie in rapida crescita (Cina, India e Brasile) per la condivisione dell’enorme rischio che lo sviluppo di nuovi farmaci nell’Occidente comporta. Un’opportunità caratterizzata non solo da un significativo sostegno governativo, ma anche dall’assorbimento (in un mondo in cui la comunicazione globale è più facile che mai) della scienza e della tecnologia sviluppate in gran parte negli Stati Uniti. La dimensione culturale intrinsecamente diversa dei mercati emergenti e gli aspetti giuridici favorevoli contribuiscono a propria volta. L’esplosione del mercato farmaceutico sta trainando la vertiginosa crescita dell’economia cinese. Con gli Stati Uniti che fanno del Pacifico la propria nuova frontiera, la sfida è evidente, ed esserne all’altezza è imprescindibile. 

Nella scienza e nella medicina, il nuovo approccio produce una potente spinta verso lo sviluppo accelerato delle terapie da parte degli scienziati stessi. In questo caso, la distinzione tra terapie e prodotti, che sarebbe chiara ai medici, è spesso - più o meno inavvertitamente - resa labile. Sorprendentemente, il trapianto di midollo osseo (che è valso un premio Nobel), l’uso dell’aspirina per curare e prevenire le malattie cardiache e la terapia antibiotica per l’ulcera peptica (anch’essa valsa un premio Nobel) sono terapie. Terapie innovative, terapie efficaci, terapie che generano salute e ricchezza, ma non nuovi prodotti commerciali. Viceversa, possono essere creati prodotti che non sono terapie efficaci. Storicamente, l’industria ha sempre generato e commercializzato innumerevoli prodotti rivelatisi scarsamente efficaci, o clinicamente inefficaci, anche nei casi in cui hanno conquistato determinate fette di mercato. Non è semplicemente la logica dell’economia di mercato a rendere questo accettabile. È anche, nel settore specifico dell’economia di mercato che si occupa della salute umana, la separazione tra scienza medica e commercio. Questo consente, per così dire, una “separazione dei poteri”, un controllo reciproco di aree di attività indipendenti. Solo il “medico-scienziato” (specie che si è evoluta direttamente dal paradigma di Bush) può svolgere tale ruolo e stabilire che un determinato prodotto non è efficace. Il nuovo “scienziato-imprenditore” (specie che sta emergendo dal nuovo paradigma), direttamente interessato allo sviluppo di prodotti, deve rinunciare a quel ruolo. Questo spiega perché si assiste a una pletora di terapie palesemente improbabili sottoposte a forzate sperimentazioni cliniche (ad esempio infusioni endovenose di cellule ossee per curare allo stesso modo ictus e autismo, sclerosi multipla e colite, fratture ossee e malattie polmonari, infarti e malattia del trapianto contro l’ospite, in una vera e propria risurrezione moderna dell’alchimia). 

Nell’economia, i cambiamenti sono altrettanto intriganti. Le innovazioni prodotte dai laboratori universitari necessitano del sostegno di investitori per far fronte ai costi di trasformazione in prodotti (ad esempio lo sviluppo di farmaci precedentemente prerogativa dell’industria). Vengono così create start-up per la ricerca di investimenti. Investimenti privati o investimenti pubblici. La maggior parte della “pillola da un miliardo dollari” che ha condannato la “Big Pharma” è stata determinata dai costi di test clinici regolamentati (cioè di “medicina traslazionale”) e dalla necessità dell’industria quantomeno di avviare lo sviluppo di una serie di prodotti destinati a non arrivare mai al mercato. Nella prassi tradizionale dell’industria farmaceutica, solo il 5% dei nuovi composti arriva al mercato. La mancanza di selettività nello sviluppo di farmaci gonfia i costi e i rischi per l’industria farmaceutica. Non vi è alcun motivo di credere che la stessa mancanza di selettività possa dare risultati migliori se i fondi provengono dal governo o da altri investitori. E non vi è alcun motivo di credere che lo sviluppo di farmaci gestito da scienziati sia più selettivo rispetto all’industria, ed economicamente più efficace. Solo gli scienziati possono avere voce in capitolo. Forse correggere i difetti che hanno portato alla crisi della “Big Pharma” potrebbe essere più produttivo che importare tali difetti, immutati, in un nuovo modello effettivamente carente di novità. 

Il successo del nuovo modello non può essere compreso senza prima comprendere il nuovo matrimonio tra scienza e modelli finanziari. Il valore di un’azienda è determinato primariamente dalla sua pipeline di prodotti, e una nuova terapia potenziale accede a tale pipeline una volta avuto accesso alla sperimentazione clinica. Di conseguenza, le considerazioni finanziarie accelerano l’accesso alla sperimentazione clinica e aumentano il valore di un’azienda. Il completamento della serie di test necessari richiede solitamente dai 10 ai 15 anni. In questo lasso di tempo, la diffusione (attraverso canali di comunicazione “profani”) di risultati preliminari positivi o negativi delle sperimentazioni in corso fa oscillare il valore delle azioni dell’azienda. Per molti investitori, il momento del profitto non coincide con il lancio sul mercato, com’era nel caso del tradizionale paradigma industriale dell’era “Big Pharma”. Il profitto non si può creare, ma si può creare valore. Il modello di business è finanziario, non industriale.

Questa nuova strategia funzionerà? Vi sono infinite argomentazioni che pervadono una corposa letteratura a sostegno del nuovo approccio. Lasciando da parte la vera ragione macroeconomica di questo sovvertimento, ciò che tale letteratura mette in discussione, con nobilitanti implicazioni filosofiche, è che cosa le equazioni di Maxwell hanno realmente a che fare con l’invenzione di Edison. In tale letteratura si sostiene che nell’epoca precedente alla seconda guerra mondiale gli Stati Uniti fossero leader nella tecnologia, mentre la scienza era appannaggio dell’Europa; o che nel secondo dopoguerra l’economia giapponese sia fiorita grazie alla tecnologia, non alla scienza; o che sempre più progressi scientifici sono resi possibili dalla tecnologia stessa. Sarebbe facile intervenire a questo livello del dibattito affermando, ad esempio, che la fisica di Fermi aveva qualcosa a che fare con il Progetto Manhattan, e che in realtà fu proprio la scienza europea ad essere urgentemente chiamata in causa al momento di sviluppare la tecnologia strategica necessaria; o che la mela di Alan Turing su ogni iPhone ci ricorda che per ogni Steve Jobs c’è un Alan Turing, e che lo stesso Steve Jobs ne era consapevole. Semplice, ma forse immateriale. È fin banale sostenere che scienza e tecnologia sono ambiti dell’attività umana indipendenti ma trasversalmente collegati. Meno banale, forse, è sostenere che l’indipendenza di scienza e tecnologia non appare ragione sufficiente per far sì che l’una fagociti l’altra. O che lo sviluppo indipendente, persino geograficamente distante di scienza o tecnologia comporti ancor’oggi la sopravvivenza indipendente di entrambe. Anche in un mondo in cui la diffusione della conoscenza non ha limiti geografici, la scienza in quanto attività ha bisogno di luoghi per sopravvivere. 

Curiosamente, le opposte vedute della medicina denotano le tradizioni storiche dei principali contendenti in un’evidente gara ai mercati, inscritta in una gara più ampia per la leadership globale. Il pregiudizio intellettuale dichiarato di alcuni scienziati è che la scienza abbia vinto tutte le guerre, tanto le guerre mondiali quanto guerre fredde. Attraverso la tecnologia, ha nutrito le prime; attraverso una visione del mondo (compresa la medicina), le seconde. La speranza è che la terra che ha coltivato quest’idea negli ultimi 70 anni non se ne dimentichi nelle gare attuali e future per la leadership del mondo.

PAOLO BIANCO è Professore di Anatomia patologica e Direttore del Laboratorio di cellule staminali, Dipartimento di Medicina Molecolare, Università La Sapienza di Roma.

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