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Lettera aperta dei Radicali ai sindacati "ufficiali" Cgil, Cisl e Uil che a Milano hanno escluso Marco Cappato dal confronto fra i candidati sindaco

Radicali Italiani - Ven, 27/05/2016 - 15:55
27/05/16

Lettera aperta a Cgil, Cisl e Uil

Oggi, all'incontro “Lavoro, visioni a confronto: i candidati sindaco rispondono alle domande di Cgil, Cisl e Uil” avete scelto di non ascoltare le nostre risposte.

Non ci avete invitato, ma ci siamo, noi Radicali, siamo fuori con Marco Cappato, anche lui candidato Sindaco, e ci dispiace, perché avemmo avuto modo di confrontarci sulle necessità e le soluzioni per la città. E’ emblematico che voi sindacati “ufficiali” - non a caso esattamente come accaduto con Assolombarda Confindustria qualche giorno fa - abbiate scelto di escludere i Radicali dal confronto fra i candidati sindaco "ufficiali".

Cosa fare dunque per una città che è stata, e forse potrà ancora essere la capitale morale ed economica del Paese? Cosa fare per i tanti lavoratori che l'hanno innalzata al rango di capitale del lavoro? Perché non confrontarsi anche con noi per far conoscere agli elettori proposte e soluzioni?

Oggi, come ieri con Marco Pannella, non siamo graditi.

Non rinunceremo alla ricerca del dialogo. Non molliamo.

Ieri il presidente di Confindustria ha auspicato il ritorno sistematico alla concertazione tra le parti sociali e ha affermato - se non fosse vero ci sarebbe da non crederci - che “sarebbe opportuno che le nuove regole fossero scritte dalle Parti sociali e non dal legislatore”. Anche su questo i sindacati sono d’accordo con Confindustria?

I temi di cui avremmo potuto dibattere sono a fondamento del "programma" della Lista radicale: lavoro, trasporti, welfare, periferie, ambiente, Città metropolitana, servizi pubblici.

Da sempre ci occupiamo di queste urgenze, e avremmo voluto esserci, per condividere, non per dividere. Con voi sindacati ci sono sempre stati obiettivi comuni, dare opportunità professionali ai cittadini e adeguate tutele. I mezzi per riuscirci, le proposte, quelle invece sono state spesso divergenti. Eppure siamo stati vicini ai sindacati tanto da proporne la costituzione laddove erano assenti.

Nel 1978 proponemmo la libertà sindacale per gli appartenenti alle forze di polizia, 70.000 "guardie" che ci affidarono le loro speranze di riscatto. Oggi sono i sindacati di polizia penitenziaria a esserci vicini, reclusi come i loro "assistiti" in carceri vergognose e illegali, indegne di un Paese civile.

Non siamo mai stati “moderati” nei metodi e nelle forme, ma sempre nonviolenti e democratici. Intransigenti con i poteri costituiti e attenti agli ultimi.

Abbiamo cercato di attuare il dettato costituzionale, compreso quell'articolo 39 rimasto inattuato. Abbiamo proposto per voi sindacati la regola della iscrizione annuale volontaria, non del tacito rinnovo. Oggi, sindacati che concepiscono le tutele per alcuni e non per altri, asserragliandosi nel fortino di diritti mutati in qualcosa di molto simile ai privilegi, non hanno bisogno dell'ascolto della voce radicale.

Noi Radicali, quelli dell'aumento delle pensioni minime quando nessun’altro se ne preoccupava.

Noi, quelli del referendum per abrogare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, i primi, isolati, come è spesso accaduto.

Siamo stati più vicini ai lavoratori che ai sindacati, ciò è vero. Ma è sufficiente questa ragione per escludere la nostra voce?

Quando i lavoratori, i cittadini, gli elettori cercheranno altre vie per ottenere diritti e libertà noi ci saremo e, siatene certi, vi inviteremo con piacere, perché è dalle differenze, non dalle omologazioni di potere, che la Città deve ripartire.

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Carceri venete, solo il 14% dei detenuti lavora

Partito Radicale - Ven, 27/05/2016 - 15:07
27/05/2016

Solo 14,65% dei detenuti nelle carceri venete lavora alle dipendenze di cooperative o imprese e sono in aumento i disturbi psichici tra le 2081 persone recluse. E' la sintesi dell'incontro che l'11 maggio 2016 Maria Grazia Lucchiari e Fiorenzo Donadello del Circolo di Padova di Nessuno tocchi Caino, hanno avuto con l'assessore regionale al sociale Manuela Lanzarin a conclusione delle visite ai penitenziari veneti.
Nella casa di reclusione di Padova il numero maggiore di progetti di inserimento lavorativo: 129, pari al 22%. Segue Verona (73 lavoratori, il 15%), Belluno (30 lavoratori, il 31%), Treviso (30 lavoratori, il 15%), Venezia femminile (27 lavoratrici, il 39%). Numeri molto bassi al carcere maschile di Venezia (9 lavoratori, il 4%) e in quello di Vicenza (7 lavoratori, il 3%). Nessuna cooperativa o impresa da lavoro nella casa circondariale di Padova né nel carcere di Rovigo.
Rimane una situazione di eccesso di detenuti rispetto alla capienza degli edifici carcerari. Celle sovraffollate a Verona (144%), a Vicenza (138%), a Venezia nel carcere maschile (130%), a Belluno (109%), al circondariale di Padova (183%) dove 174 persone sono alloggiate in una struttura che ha una capienza regolamentare di 95 posti.
In particolare sulla situazione sanitaria si concentra il rapporto sulle visite ispettive dei militanti dell’associazione del Partito Radicale, coordinate da Rita Bernardini.
La presenza di stranieri nelle carceri venete è molto importante: il 68% Padova circondariale, 64% a Belluno, 61% a Verona, 60% a Vicenza, 59% a Venezia maschile, 50% a Venezia femminile, 44% a Treviso, 41% a Rovigo, 38% a Padova reclusione. I problemi sanitari: dalla TBC ai disturbi della personalità e del comportamento, dai disturbi mentali alcol-correlati ai disturbi affettivi psicotici. L'80% dei reclusi del carcere di Vicenza soffre di patologie con conseguente fruizione delle terapie. I tossicodipendenti sono 712 (il 34%).

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Scuola, referendum, diritto alla conoscenza e Stato di Diritto. La Rai informi subito che è in corso la raccolta delle firme.

Partito Radicale - Ven, 27/05/2016 - 15:05
27/05/2016

Ancora una volta la Rai, alla quale siamo tenuti per legge a pagare il canone, continua a negare ai cittadini l'informazione, il diritto di conoscere per deliberare indispensabile per avere una democrazia fondata sullo Stato di Diritto.
Depositati in Cassazione lo scorso 17 marzo 2016, dal 9 di aprile è iniziata la raccolta delle firme su 4 quesiti referendari sugli aspetti più negativi e anticostituzionali della legge 107/2015: abrogazione del potere discrezionale dei dirigenti scolastici di scegliere e confermare o meno i docenti sulla sede; abrogazione del potere discrezionale dei presidi di premiare economicamente solo alcuni docenti (che tra l'altro rimangono tutti con un contratto scaduto dal 2009 e stipendi da fame); abrogazione dell'obbligo di alternanza scuola lavoro; abrogazione della possibilità di dare soldi alle singole scuole pubbliche o private. Ne avete sentito parlare in televisione?
E ci sono anche altri referendum: legge elettorale, nuove trivelle, inceneritori. Ma se i cittadini neanche sanno che è in corso una campagna di raccolta firme, se minimamente conoscono quali sono "i temi" sui quali si vuole discutere, è chiaro che non c'è democrazia né Stato di Diritto e che lo strumento referendario è destinato a diventare uno strumento di plebiscito par fare esprimere "il popolo bue disinformato".
Tutti sappiamo che il Pd è già pronto a far banchetti per sostenere il SÌ alla riforma costituzionale; sui referendum abrogativi che i cittadini tentano faticosamente di indire non c'è un minimo di informazione.

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Conoscenza e Controllo

Partito Radicale - Ven, 27/05/2016 - 15:04
27/05/2016

In politica, come in altri ambiti di pubblica rilevanza, la comunicazione a fini di propaganda assume un ruolo sempre più centrale e, al contempo, i cittadini sembrano sempre meno pronti a rilevare le inesattezze così veicolate. Pertanto, quando essa arriva al punto di mistificare il diritto, e non soltanto, è importante l’opera di chi provvede a rimarcare quei paletti che non possono essere superati.

Con riguardo al referendum che Magi propose mesi fa sulla partecipazione di Roma alle Olimpiadi 2024, Malagò e Montezemolo ne dichiararono non solo l’inopportunità, ma altresì l’inammissibilità. La “democrazia dal basso” venne così svilita due volte: negandone la valenza quale metodo di decisione, nonché disconoscendo l’esistenza degli strumenti giuridici che consentono di realizzarla. Invece, l’art. 6 del Testo Unico sugli enti locali prescrive che lo Statuto del comune e della provincia stabilisca “le forme della partecipazione popolare” all’amministrazione locale. Il successivo art. 8 precisa che nello Statuto “devono essere previste” forme di consultazione popolare, con espresso richiamo ai referendum. 

Infine, l’art. 10 dello Statuto di Roma Capitale, intitolato appunto “Referendum”, dispone la relativa procedura da seguire. Ora che la Commissione per i referendum ha dichiarato ammissibile il quesito referendario proposto dai Radicali sulle Olimpiadi del 2024, opportunamente Magi dedica la decisione a chi si era espresso in senso opposto anche in sedi ufficiali (CIO): l’informazione fornita erroneamente espone l’Italia a una pessima figura internazionale. Soprattutto, è con lo stesso (scarso) livello di approfondimento che si pretende di assumere decisioni concernenti l’impiego dei denari dei contribuenti, negando loro di “conoscere per deliberare”?

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Il nostro dna è la cura

Luca Coscioni - Ven, 27/05/2016 - 15:03
Il nostro dna è la curaWired1 Mag 2016Umberto VeronesiSanità

I progressi della scienza e delle modalità diagnostiche hanno guarito molte malattie che affliggono l'umanità: ma ha senso una medicina che sottrae alla morte senza offrirci la vita?

 

«Dottore, faccia presto!». «Se l'avessimo scoperto prima». «Quanto mi resta?». «L'abbiamo preso in tempo». Come nella musica, anche nella medicina il tempo scandisce i gesti, le decisioni, le relazioni; non di rado segna la differenza fra un successo e una sconfitta. Quanto contasse lo sapevano anche gli antichi e già Ippocrate, a cui dobbiamo i primi tentativi di trasformare la medicina da magia in pratica razionale, nei suoi precetti ricordava che «la guarigione è legata al tempo e, a volte, alle circostanze». Oggi, che viviamo nell'era delle nanoscienze e della biologia molecolare, questa consapevolezza è ancora più viva. Il medico moderno sa che la tempestività è cruciale: pensiamo alla lotta quotidiana nei reparti di emergenza che, per esempio, ha cambiato la storia di malattie cardiovascolari come l'ictus oppure l'infarto del miocardio.

Anch'io, da giovane chirurgo, ebbi presto modo di confrontarmi con la feroce consapevolezza di una vita che ti scorre fra le mani, quando c'è un'emorragia da fermare o il rischio di un arresto cardiaco. Momenti che a volte sembravano contrastare con la sensazione di lentezza, quasi d'immobilità, che osservavo con sofferenza nelle corsie. Avevo scelto di occuparmi di oncologia, una disciplina che all'epoca molti rifiutavano perché nella maggior parte dei casi era disperante: alla fine degli anni Cinquanta la diagnosi di tumore equivaleva quasi sempre a una condanna a morte e il medico non poteva che accompagnare il paziente con un senso di impotenza. Non mi rassegnavo, studiavo giorno e notte i vetrini con i campioni di tessuto prelevato dal seno di donne malate. La terapia era essenzialmente chirurgica - si sopravviveva se si toglieva in tempo - e il tumore della mammella aveva una caratteristica speciale: era possibile guarire se veniva individuato in una fase precoce. Ma come? Fino agli anni Sessanta, per fare una diagnosi avevamo le nostre mani. Con il passare del tempo ho sviluppato una sensibilità che ancora oggi, con queste dieci dita, mi permette di cogliere la presenza di noduli piccolissimi. Ma non poteva bastare per decidere della vita delle nostre pazienti. Dai '70 in poi arrivarono la mammografia, poi l'ecografia, la risonanza magnetica e oggi le tecnologie digitali. In quegli anni decisi di mettere alla prova ciò di cui ero persuaso, ovvero che in determinate circostanze un tumore della mammella poteva essere curato senza interventi mutilanti. Sfidai il dogma della mastectomia a ogni costo, mi feci dare del pazzo e del ciarlatano da alcuni fra i più autorevoli professori in materia ma avviai uno studio clinico che durò un decennio per dimostrare che la chirurgia conservativa era sicura ed efficace.Fu un periodo durissimo; però i dati, al termine della ricerca, diedero ragione a me e, soprattutto, speranza a migliaia di donne malate.

Oggi disponiamo di strumenti straordinari per anticipare la diagnosi del tumore al seno e identificarne uno minuscolo, impalpabile, così da rendere sempre più vicino l'orizzonte che una volta ci pareva mera utopia: il cento per cento delle guarigioni. L'idea stessa di prevenzione è cambiata profondamente, perché all'obiettivo di identificare con il massimo anticipo una malattia, si è aggiunto quello di prevedere persino il rischio che si manifesti. È quanto ci promette per esempio la genetica, grazie alle sconfinate opportunità aperte dal sequenziamento del genoma umano. Oggi sappiamo sfruttare una frazione minima delle informazioni che possiamo trarre dal nostro Dna ma già è possibile identificare persone a rischio aumentato per alcune patologie importanti: pensiamo ad alcuni tumori del seno e dell'ovaio, del colon retto, dell'endometrio o ai carcinomi midollari della tiroide, al diabete o ad alcune malattie cardiovascolari. Possiamo prevedere se una terapia ha buone possibilità di funzionare, capire se questa propensione si può trasmettere ai figli per predisporre quanto serve a correre ai ripari e minimizzare il pericolo. Ma nessuna tecnica innovativa, nessuna scoperta epocale potrà fare la differenza senza una consapevolezza profonda e condivisa di cosa sia la cultura della prevenzione. Sono le scelte quotidiane a fare la differenza, come mangiare poco, non fumare, muoversi tutti i giorni.

Gli epidemiologi dicono che, con il comportamento, possiamo incidere per un 40 per cento sulla nostra salute: non è poco, considerando che è la porzione del nostro futuro che ci è dato tenere fra le mani. Il medico vive però un'altra dimensione che io reputo assolutamente fondamentale, accanto al tempo veloce della diagnosi e della prevenzione: quello della relazione fra il curante e il malato che a lui si affida. Ho letto dati secondo cui il tempo medio consentito al paziente per spiegare come si sente è di venti secondi circa. Poi, in genere, viene interrotto: «Si, sì, ho già capito». Il medico che non ascolta è una figura ormai anacronistica, perché viviamo un'epoca in cui la partecipazione del paziente al processo di cura e il livello di informazione globale impongono un nuovo modello di relazione, una nuova alleanza terapeutica basata anche sulla capacità di guardarsi negli occhi e di comunicare. Ricordo i nomi e i volti di moltissime pazienti; con loro ho sempre voluto parlare e insegno ai miei collaboratori che dobbiamo occuparci non di un organo ma di una persona, che conoscerne i pensieri significa saperla curare meglio. Trasformare quei venti secondi in due minuti può fare la differenza fra essere un medico o solo un bravo tecnocrate.

Oggi un sanitario può operare senza toccare o incontrare un malato, può visitarlo e consultarsi con colleghi addirittura a migliaia e migliaia di chilometri di distanza, in tempo reale. Non penso però che la tecnologia allontani il medico e il paziente, almeno non inevitabilmente. Piuttosto, offre al primo la straordinaria opportunità di avere più tempo a disposizione per conoscere davvero la donna o l'uomo che sta curando. Grazie all'espandersi della comunicazione aumentano le possibilità di parlarsi, di avere un confronto diretto, di porre domande e di ottenere risposte in tempo reale. Oppure una semplice stretta di mano virtuale. Quando ho iniziato a esercitare la mia professione, l'aspettativa di vita media era di 65 anni; oggi ha superato gli 80 per gli uomini e gli 85 per le donne.

Da quando, quella speranza ha iniziato ad allungarsi? È stato un processa graduale legato alla disponibilità di abitazioni, vestiti, cibo e cure mediche ma, senza alcun dubbio, il secolo scorso ha visto un'accelerazione unica toccare le ultime quattro generazioni delle circa ottomila che compongono la storia dell'umanità. Ora si parla non più solo di terza ma anche di quarta età; dunque la medicina è chiamata a occuparsene accogliendo sfide difficili come tutelare la qualità della vita oppure conciliare la cura delle malattie croniche con le risorse limitate dei sistemi sanitari. Mi appassionano gli studi sulla longevità, le indagini sui meccanismi genetici che racchiudono i segreti della regolazione della vita e dell'estinzione delle nostre cellule, della loro capacità di rigenerarsi o, al contrario, di morire. C'è chi mi ha domandato quale sarà l'orizzonte futuro, se riusciremo a vivere fino a 120,130 anni. Non so dirlo.

Ci saranno "balzi" di conoscenza tali da permettere di ridurre ulteriormente malattie e invecchiamento? Forse sì: pensiamo all'impatto sulla speranza di vita di scoperte come gli antibiotici o i vaccini. Ritengo però che gli esseri viventi abbiano il compito biologico di invecchiare e decedere per lasciare spazio a nuove generazioni, quindi non auspico una lotta per l'immortalità. Mi fa orrore la prospettiva di una medicina che sposta il termine dell'esistenza per puro esercizio tecnocratico, che ci sottrae la morte senza offrirci la vita. Per questo sostengo il diritto di ciascuno all'autodeterminazione, sostengo le dichiarazioni anticipate di trattamento per i casi in cui si è impossibilitati a esprimere la propria volontà, per ciò che la drammatica vicenda di Eluana e Beppino Englaro ci ha insegnato. Difendo anche il diritto all'eutanasia. Proprio perché credo nella necessità di sostenere con ogni mezzo il malato e di lenire con ogni mezzo la sofferenza di chi vuole vivere, mi batto per il diritto e la dignità di chi, invece, consapevolmente dice basta. Ma mi auguro anche che riusciremo a vivere più a lungo e godere del tempo guadagnato, in uno stato di salute che consenta un'esistenza attiva del corpo e soprattutto della mente. È qui, nel nostro cervello, che credo stia il segreto della longevità: non dare nulla per scontato, coltivare la curiosità, il desiderio e la trasgressione senza adeguarsi mai alle regole che non possiamo condividere.

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Alla ricerca del gene perduto

Luca Coscioni - Ven, 27/05/2016 - 14:45
Alla ricerca del gene perdutoWired1 Mag 2016Elena CattaneoSanità

Studiando per oltre trent'anni le mutazioni che scatenano la Corea di Huntington, una grave malattia degenerativa, due ostinati team di scienziati ne hanno scoperto i segreti e le origini risalenti a 800 milioni di anni fa

La scienza è straordinaria. Per la portata delle scoperte che ha raggiunto per l'umanità e che raggiungerà ancora e perché lavora nel solo, inviolabile interesse di tutti noi. Lo è per il metodo, che impone il tacito ma non negoziabile impegno a raccontare le cose che si scoprono attenendosi alla prova dei fatti, restando lontani da interessi di parte e manipolazioni. Lo è perché parla di trasparenza e accessibilità ai dati, perché insegna l'importanza di essere onesti e rigorosi nei confronti sia del proprio lavoro sia di quello degli altri. La scienza infine è straordinaria perché permette di verificare il coraggio delle idee, compreso quello di accettare il fallimento quando esse sono sbagliate. Ma ciò che amo veramente della scienza è l'insopprimibile libertà. Che tale dev'essere per ognuno affinché tutte le idee razionali e teorizzabili vengano messe a confronto, in modo che possa emergere la migliore nell'interesse della collettività. Non riuscirei a vivere da scienziato senza rivendicare ogni giorno il diritto a quella libertà - che altro non è se non l'impegno a ricercare per conoscere e per sperare di curare - e a porre le mie idee, insieme a ogni altra, nell'arena della sfida conoscitiva su quel che è ancora ignoto. Proprio studiando una malattia, questa stessa libertà mi ha fatto viaggiare nel tempo fino a vedere cose accadute milioni di anni fa, che oggi si possono studiare.

È proprio in quest'esplorazione a caccia di un gene e delle sue lettere, che voglio accompagnarvi. Si tratta di un viaggio lungo 800 milioni di anni. È quello che il gene mutato causa della Corea di Huntington, malattia genetica degenerativa che studio da oltre un ventennio, ha fatto per arrivare fino a noi. Dapprima quel gene non contiene le lettere che la provocano, poi, durante l'evoluzione, esse compaiono e diventano sempre più numerose. Ma entro un limite soglia, non sono dannose; nel malato invece lo superano. Ne consegue la morte dei neuroni della corteccia e del corpo striato, cioè le aree cerebrali che controllano il movimento e alcune funzioni cognitive. È perciò un percorso doloroso che racconta la sofferenza di migliaia di persone, il dolore di un malato ogni diecimila individui in Europa e nel continente americano, moltiplicato per quello dei membri delle famiglie che spesso finiscono per essere l'unico sostegno. Ma è anche un viaggio di fondamentale importanza perché quel gene ci ha accompagnato lungo tutta l'evoluzione umana. E con quelle lettere, importanti ma pericolose, ci indirizza forse verso nuove conoscenze dello sviluppo e della funzione del sistema nervoso. Fino alla speranza di comprendere le origini della malattia.Questo itinerario ha tanti protagonisti, anche molto lontani fra loro nel tempo e nello spazio. A cominciare da Nancy Wexler, neuropsicologa pioniera degli studi sull'Huntington e presidente dell'Hereditary Disease Foundation. Nel 1978, riuniti 58 scienziati da tutto il mondo e da istituti differenti, li invitò alla ricerca del gene che causa l'Huntington in Venezuela. Più precisamente nel villaggio di Laguneta, sulle rive del lago Maracaibo, in cui alla fine del diciannovesimo secolo è vissuta un'altra donna che in questa storia ha un ruolo chiave.

Maria Concepción Soto, morta nel 1880, infatti, pare essere stata una sorta di capostipite della malattia in quell'area e sembra che, proprio a partire da lei, il gene alterato si sia poi diffuso nella zona arrivando a interessare fino a ventimila discendenti. Ancora oggi, il villaggio di Laguneta é uno dei luoghi del mondo a più alta densità di pazienti affetti di Huntington: sette individui su mille vengono colpiti da quella patologia. Tutto parte, quindi, dall'invito di Nancy, dal suo «Let's go to Venezuela!» e da un'idea che s'è rivelata giusta. Ha saputo conquistare prima la fiducia dei colleghi che l'avevano seguita quasi al buio in un posto lontano da ogni rotta ma contraddistinto dall'incredibile concentrazione di malati che vivevano segregati dalla civiltà - come purtroppo succede ancora oggi. Poi Nancy si è guadagnata anche quella degli abitanti del villaggio che si sono resi disponibili ai prelievi perché, ha spiegato, lo studio del loro sangue e del dna avrebbe permesso di identificare la causa della malattia che provocava quei movimenti cosi scomposti. Tra i genetisti coinvolti c'erano anche David Housman, Jim Gusella e Marcy MacDonald del Mit di Boston. Anche loro hanno regalato un contributo immenso a questa straordinaria storia, grazie a un'altra idea: "tagliare" il dna raccolto sul lago Maracaibo con opportuni enzimi di restrizione (forbici) che riconoscono sequenze-lettere specifiche, poi confrontare i frammenti ottenuti da individui sani con quelli dei malati per cercare un frammento (quindi un taglio) associato ai sintomi della Corea di Huntington. Ció avrebbe significato che quel frammento era "vicino" alla zona in cui era localizzato il gene malato. Non una cosa facile, soprattutto allora.

I colleghi del Massachusetts Institute of Technology hanno utilizzato degli enzimi di restrizione - a quei tempi, in realtà, ne avevano a disposizione davvero pochissimi - per "tagliare" il dna, poi hanno iniziato a cercare frammenti ricorrenti negli individui che mostravano i sintomi della patologia. Alla fine, li hanno trovati. Era il 1983, quando sono riusciti a riconoscere un frammento di dna che "co-segregava" sempre con la malattia. Significava avere piantato una bandierina che marcava l'area prossima al gene responsabile. In altre parole, lungo un'autostrada che attraversa l'intera Europa, avevano compreso che il gene era localizzato tra Zurigo e Milano. Ma dove, esattamente? Per la scoperta del punto preciso - e del gene - sono occorsi altri dieci anni. Nel 1993 infatti hanno capito che si trova all'apice del cromosoma quattro e contiene tre lettere CAG (i nucleotidi citosina, adenosina, guanina) che si ripetono un certo numero di volte, CAGCAGCAGCAG... Tutti noi l'abbiamo ma, nella forma sana, quella tripletta è presente fino a un massimo di 35 volte. Oltre le 36 causa, purtroppo, la malattia. Nel laboratorio all'Università Statale di Milano abbiamo iniziato a studiarla nel 1995. Abbiamo pensato che, se nel nostro corpo abbiamo quel gene, a qualcosa servirà: grazie a quest'idea, nel 2001 abbiamo scoperto che, nella versione sana, stimola la produzione della neurotrofina BDNF, importantissima per i neuroni striatali (gli stessi che muoiono ne11'Huntington). Il gene malato, al contrario, ne provoca ima riduzione addirittura del 50%. Quindi il gene sano ha un ruolo fondamentale nelle aree cerebrali colpite dalla malattia.

Ma in laboratorio ci siamo chiesti anche per quale ragione l'evoluzione l'avesse conservato in tutti noi nonostante il rischio, che nelle generazioni future, le ripetizioni di CAG potessero superare quella soglia limite di 35 e causassero la patologia. Per trovare la risposta abbiamo iniziato a cercarne l'origine andando indietro nel tempo, convinti che la sua storia evolutiva ci avrebbe aiutato a scoprirla. In tal modo abbiamo conosciuto un altro importante protagonista di questa vicenda: il Dictyostelium, un'ameba nata circa 800 milioni di anni fa che rappresenta il primo organismo pluricellulare comparso sulla terra (in precedenza, a livello di evoluzione, c'era il lievito che è invece un organismo unicellulare). Ed è proprio a questo punto che è comparso anche il gene dell'Huntington, però ancora privo delle lettere CAG. Dopo il Dictyostelium l'evoluzione si è divisa in due rami: i protostomi (insetti, formiche, molluschi, api) e i deuterostomi, da cui hanno origine i vertebrati (cioè i mammiferi, i primati e, infine, l'uomo). In entrambi continuiamo a trovare il gene ma è solo fra i deuterostomi che compare il CAG. La prima volta è nel riccio di mare che ne contiene due ripetuti, CAGCAG, sempre all'apice del cromosoma quattro (il riccio, fra l'altro, è molto importante nella storia dell'evoluzione perché in esso compare anche il primo anello primitivo di sistema nervoso).

Poi abbiamo studiato il dna di specie via via più evolute per comprendere se ci fosse una relazione tra il numero di triplette, cioè di CAG, e l'evoluzione del sistema nervoso. Perché l'evoluzione non fa passi falsi: tramanda solo le lettere che hanno un vantaggio per la specie. Siamo arrivati così all'anfiosso, un animale marino che abbiamo letteralmente pescato in buche scavate nella sabbia della Florida. Dall'analisi approfondita del suo dna, è giunta una nuova conferma, che cioè il CAG non è scomparso e il sistema nervoso si è evoluto: l'anfiosso, infatti, è la prima specie ad averne uno cefalizzato, cioè localizzato come il nostro nella parte anteriore. Cosi via, a seguire: nel pesciolino zebra abbiamo trovato quattro CAG, il topo ne ha sette, la pecora dieci e la scimmia circa quindici. L'uomo, tra i nove e i 35. Più viaggiavamo nel tempo e ci avvicinavamo all'essere umano, più il sistema nervoso si evolveva e, di pari passo, aumentava anche il numero di CAG. ll gene sano nell'uomo, poi, è polimorfico, vale a dire che il numero di triplette varia da persona a persona (appunto tra nove e 35). Alcuni colleghi tedeschi hanno inoltre pubblicato uno studio di risonanza magnetica nucleare, condotto su circa 300 individui sani, dimostrando che quanti hanno un numero maggiore di CAG all'interno del gene sano, possiedono anche più materia grigia in una zona basale del cervello.

I nostri interrogativi hanno iniziato a farsi sempre più puntuali: la presenza del CAG nel gene potrebbe essere stata necessaria per la comparsa e/o l'evoluzione del sistema nervoso? C'è qualche correlazione funzionale tra il numero di triplette e la funzione del sistema stesso? È possibile che questa tragica malattia, la Corea di Huntington, si sviluppi a causa del continuo tentativo dell'evoluzione di compiere ancora qualche passo e creare, con un più alto numero di CAG, il "prossimo" sistema nervoso, ancora più funzionale?

Su queste basi oggi stiamo studiando l'ipotesi che i malati di questa patologia siano i protagonisti sfortunati di un processo evolutivo ancora in divenire, che mira ad aggiungere sempre più triplette all'interno del gene: certamente non sono i portatori di uno "stigma" che per anni ha significato vergogna, isolamento e incomprensione. Ma, purtroppo, non esiste ancora un trattamento. Nel nostro laboratorio, come in molti altri nel mondo, lavoriamo in tante direzioni con la speranza che arrivi il giorno in cui nessuno più morirà di Huntington. Il silenziamento genico, le strategie per ridurre gli aggregati, per proteggere i neuroni e le possibilità del trapianto cellulare sono strade aperte da anni: cominciano a dare risultati sperimentali importanti. Il silenziamento genico in particolare, sperimentato con successo in animal i di piccola e grossa taglia, è ora in sperimentazione clinica nell'uomo. È un primo tentativo, ma una seconda generazione di molecole per silenziare il gene malato è già in progettazione e studio.

La storia della ricerca sulla malattia di Huntington e il viaggio nel tempo di quel gene antico che giunge fino a tutti noi ci raccontano come la sola idea di poter vincere sfide impossibili riesca a dare forza e dignità a una malattia e a coloro che ne soffrono. Tempo fa ho sentito pronunciare da Tom Isaacs - un caro amico inglese colpito molto giovane da un'altra terribile malattia neurodegenerativa, il Parkinson - queste parole: «Un giorno saremo in grado di dire: io "avevo" il Parkinson». È questo l'obiettivo verso cui procedo anch'io nel mio campo di studio, nel mio laboratorio, insieme ai colleghi e ai tanti collaboratori con cui ogni giorno affronto la sfida.

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Cappato e Federico: Confindustria. Topica di Boccia, le regole le lasci fare al Parlamento. Per i suoi, come per i sindacati, i Radicali non esistono

Radicali Italiani - Gio, 26/05/2016 - 16:18
26/05/16

Dichiarazione di Marco Cappato, candidato sindaco a Milano, e Valerio Federico, tesoriere di Radicali Italiani:

 

"Da decine di anni l’Italia sconta la cosiddetta 'concertazione' tra le parti sociali, grazie alla quale Confindustria e i grandi sindacati decidono anche per chi non rappresentano, dettando le scelte alla politica, da parte sua sempre pronta ad adeguarsi al conservatorismo degli imprenditori e dei sindacati 'ufficiali'. E oggi il nuovo presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ci dice che 'sarebbe opportuno che le nuove regole fossero scritte dalle Parti sociali e non dal legislatore'.

Chiediamo al nuovo Presidente di fare il suo lavoro promuovendo una netta separazione tra politica ed economia/finanza, tra pubblico e privato. Chieda alla politica di fare il suo mestiere, di produrre regole a tutela della concorrenza e del credito alle Pmi, prenda le distanze da quel capitalismo di relazione italico che vede i suoi più importanti associati regolarmente a braccetto con banche e istituzioni, a danno della concorrenza.

Apprezziamo invece il suo invito alle aziende ad aprirsi al capitale di rischio criticando il banco-centrismo nostrano. Le banche in Italia sono ancora in buona parte controllate dalle fondazioni bancarie in mano ai politici. Boccia, niente da dire sull'iniziativa radicale 'sbanchiamoli' per far uscire partiti e fondazioni bancarie dalle banche e dal condizionamento del credito?

Emblematico che i sindacati ufficiali a Milano, come accaduto con Assolombarda Confindustria qualche giorno fa, abbiano scelto di escludere i Radicali dal confronto fra i candidati sindaco 'ufficiali' previsto al Teatro Anteo a Milano dalle ore 9. Ci saremo anche noi in presidio, naturalmente fuori". 

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Aborto, l'Europa all'Italia: "La 194 resta inapplicata"

Luca Coscioni - Gio, 26/05/2016 - 15:09
Aborto, l'Europa all'Italia: "La 194 resta inapplicata"La Stampa26 Mag 2016Maria CorbiAborto

ROMA. Ancora una volta in Europa, ancora una volta per la legge 194. Sono passati 40 anni dalla legalizzazione dell'aborto, ma le donne continuano a lottare, e a dividersi. Due ricorsi in Europa danno ragione a chi sostiene che in Italia interrompere la gravidanza è ancora un percorso a ostacoli. Mentre il ministro della Salute Beatrice Lorenzin in Parlamento, pochi giorni fa, ha raccontato una storia diversa, una diminuzione del ricorso alla Ivg e quindi il successo dell'applicazione della legge. Ma le femministe italiane, e i medici non obiettori riuniti nella Laiga contestano questa visione in rosa e scendono sul piede di guerra iniziando da una conferenza stampa, oggi, presso la «Casa internazionale delle donne» (moderata da Laura Valentini) per denunciare una situazione grave che vede, in Italia, 7 medici obiettori su 10.

Numeri per cui l'11 aprile il comitato europeo dei diritti sociali, organismo del Consiglio d'Europa ha stabilito (su ricorso presentato dalla Cgil) che l'Italia «viola il diritto alla salute delle donne» che vogliono abortire e che devono scontrarsi con «notevoli difficoltà». Il 24 maggio un delegato del ministro ha illustrato in Europa, agli esperti sulle questioni sociali e sanitarie, le sue ragioni. Ma nell'attesa della risposta del comitato tecnico (che potrà pronunciarsi con una risoluzione indirizzata all'Italia perchè provveda a organizzare la pratica dell'aborto in modo più efficiente), «le donne continuano a non essere garantite«, dice Silvana Agatone , presidente della associazione dei medici non obiettori. Oggi, insieme a diverse sigle femministe e alla Cgil, durante la conferenza porranno una domanda precisa: «Il ministro Lorenzin spieghi cosa intende per tutela dell'embrione. La legge 194/78 non si tocca». Perchè non è sfuggita la frase del ministro durante la sua risposta in Parlamento il 4 maggio scorso. «La 194 è finalizzata a garantire il diritto alla procreazione cosciente e responsabile nonché a riconoscere il valore sociale della maternità e la tutela della vita umana dal suo inizio».

Parole pericolose, secondo le femministe, che potrebbero mettere in discussione il diritto delle donne (secondo la Lorenzin non è un diritto, ma una possibilità) a decidere sulla loro maternità. In un momento storico in cui, fanno notare le organizzatrici della conferenza stampa, «c'è l'avanzata a livello mondiale di gruppi anti aborto». «Il ministro ha portato in Europa le sue mappe, che non corrispondono alla situazione reale», spiega la Agatone. «I dati del ministero vengono elaborati in base alle schede che ogni medico che pratica un aborto deve spedire all'Istat. Si contano le Igv effettuate, ma non la domanda. E logica vuole che se i medici obiettori diminuiscono, diminuiscono anche gli aborti legali».

Ci sono province in Italia dove è complicato trovare un posto letto per interrompere la gravidanza. A Iesi, nelle Marche, qualche anno fa quando l'unico medico non obiettore andò in pensione le donne sono rimaste solo fino a che «non si sono rivoltate». E anche in questi giorni ci sono province in Italia che rischiano di rimanere senza un luogo sicuro dove le donne possono interrompere la gravidanza. «A Iesi quando l'unico obiettore è andato in pensione non ci sono stati aborti, nessuna scheda è arrivata all'Istat. Ma possiamo pensare che le donne hanno smesso di abortire in quel periodo? La verità è che se non monitoriamo la domanda non avremo dati certi», fa notare Agatone. Secondo la Lorenzin ci sono meno aborti e quindi servono meno medici non obiettori. Secondo la Agatone ci sono meno aborti legali perché ci sono meno medici. «Se aumenta l'obiezione di coscienza la Lorenzin dice che tutto va bene, ma il ragionamento non tiene», continua la presidente della Laiga. «La verità è che aumentano gli aborti clandestini». Lorenzin: «Se calano le Igv è perché aumenta il ricorso alla clandestinità»

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Il Senato accelera sulla legalizzazione della cannabis

Luca Coscioni - Gio, 26/05/2016 - 14:45
Il Senato accelera sulla legalizzazione della cannabisLa Gazzetta del Mezzogiorno26 Mag 2016Cannabis terapeutica

A una settimana dalla morte di Pannella si accendono i riflettori su una delle sue battaglie più celebri, la legalizzazione della cannabis, auspicandone la votazione alla Camera entro l'estate.

ROMA. A 7 giorni dalla morte di Marco Pannella arriva, unanime e commosso, l`omaggio di Senato e Camera al leader radicale. Un omaggio che vede in prima fila praticamente tutti i gruppi parlamentari e che prende forma nelle stesse ore in cui emerge una prima accelerazione su un ddl che ripercorre una delle battaglie più celebri di Pannella, quella sulla legalizzazione della cannabis. «Il nostro obiettivo è che sia votato in Aula alla Camera entro l`estate», sottolinea Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli Esteri e promotore dell`intergruppo «Cannabis legale», che conta 220 parlamentari. Ed è stato proprio Della Vedova a intervenire alla Camera, a nome del governo, in occasione di una commemorazione che ha visto protagonisti ex radicali ma non solo.

Un commosso Fabrizio Cicchitto ha ricordato «lo straordinario rompiscatole» Pannella, definendo i tanti consensi postumi non ipocriti, come Emma Bonino aveva sottolineato sabato, ma segno di un «rimorso collettivo» e trovando proprio il plauso dell`ex ministro degli Esteri. E se per la presidente Laura Boldrini Pannella è stato un «politico coerente e appassionato» non meno sentito è stato l`omaggio di Palazzo Madama dove, il presidente Pietro Grasso ne ha ricordato «l`impegno disinteressato per la legalità e la democrazia». Un impegno che in Parlamento è destinato a continuare.

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Nomenclatore, Ass. Luca Coscioni scrive a Renzi e Lorenzin: "Aggiornarlo per affermare diritti e libertà disabili"

Luca Coscioni - Gio, 26/05/2016 - 13:20
Nomenclatore, Ass. Luca Coscioni scrive a Renzi e Lorenzin: "Aggiornarlo per affermare diritti e libertà disabili"Associazione Luca Coscioni, Salvatore Cimmino, Giusy Versace26 Mag 2016Nomenclatore tariffario

Da oggi a Orvieto la VII edizione del Memorial Luca Coscioni 

"Speriamo che l'Italia sostenga la ricerca, l’industria Hi-Tech e i Centri di Ricerca per dare risposte alle persone con disabilità. Solo così potranno pensare al futuro e vivere una vita indipendente facilitando la mobilità, l'accesso alle abitazioni e agli edifici pubblici, l'accesso all'istruzione e la possibilità di svolgere un lavoro", a scriverlo in una lettera al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e al ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, i dirigenti dell'Associazione Luca Coscioni Marco Gentili, Co-Presidente, Maria Teresa Agati, membro di direzione, il segretario Filomena Gallo, il tesoriere Marco Cappato, Giusy Versace, Presidente della Onlus Disabili No Limits, e Salvatore Cimmino, detentore del record italiano di tutti i tempi per “Il giro d’Europa a nuoto”.

La lettera è stata inviata in occasione della VII edizione del Memorial Luca Coscioni, meeting internazionale di atletica leggera, che si apre oggi a Orvieto.

"Come già sollecitato numerose volte - proseguono - nel nostro Paese è ormai urgente modificare il Nomenclatore Tariffario delle protesi e degli ausili, fermo al 1999, affinché, come accade in tutti i paesi civili, si possa scegliere in libertà il dispositivo più congeniale alle proprie esigenze in base ad un Repertorio. Questa scelta potrà essere graduale ma si rende assolutamente necessaria"

"Pertanto - concludono - vi chiediamo di accogliere le nostre istanze, affinché anche in Italia le persone portatrici di disabilità abbiano piena affermazione di libertà e diritti".

      Per leggere la lettera che abbiamo inviato CLICCA QUI

 
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Capano e Federico: nuovo affollamento nelle carceri lombarde, occorre una svolta culturale e politica

Radicali Italiani - Mer, 25/05/2016 - 17:50
25/05/16

Dichiarazione di Valerio Federico e Michele Capano, tesoriere e membro di Direzione di Radicali Italiani:

 

"I dati relativi al nuovo incremento del numero dei detenuti nelle carceri lombarde - con un' inversione di tendenza rispetto ad un calo temporaneo dovuto essenzialmente all'effetto della sentenza della Consulta sull'irragionevolezza della omogeneità di sanzioni tra droghe leggere e pesanti - testimoniano della distanza tra la realtà vissuta negli istituti penitenziari e la virtualità di politiche sul carcere figlie dell'emergenza rappresentata dal "problema" posto all'Italia dalla sentenza Torreggiani.

Se non si esce dagli interventi utili solo a rappezzare un vestito ormai sbrindellato, per aprirsi ad una 'programmazione' razionale, democratica e civile sul carcere, proposta da cinquant'anni da Marco Pannella e dai radicali, saremo condannati a rincorrere le 'sorprese' negative che ogni tanto la pubblicità dei dati propongono.

Occorre un approccio culturale diverso , la comprensione che il carcere va riservato alle condotte realmente antisociali e concepito in modo da evitare la ricaduta nel crimine. 

Occorre una depenalizzazione seria, che riguardi condotte capaci di incidere significativamente sul carico processuale.

Occorre prevedere strumenti in grado di mettere gli istituti in comunicazione con l' ambiente e le città che li ospitano offrendo opportunità di lavoro e 'alternative' in grado di limitare le recidive.

Ma fino a quando si avrà paura di perdere voti perché percepiti come "teneri" verso i detenuti questo non sarà possibile. La cartina di tornasole è rappresentata dalla pressoché  unanimità dell'arco costituzionale nella contrarietà al provvedimento di amnistia individuato da anni da Marco Pannella e dai radicali come premessa ad una riforma del sistema punitivo e detentivo, oltre che via d'uscita urgente ed obbligata ad una condizione di criminalità istituzionale.

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C’è la cannabis in farmacia

Luca Coscioni - Mer, 25/05/2016 - 14:55
C’è la cannabis in farmacial'Espresso23 Mag 2016Viola Biachini Michela PerroneCannabis terapeutica

Dopo un anno di sperimentazione ad agosto arriverà sugli scaffali la prima produzione di farmaci cannabinoidi. Circa 2.400 barattoli, realizzati dall'istituto chimico farmaceutico di Firenze. Agisce contro l’ansia, l’insonnia, 
gli effetti collaterali della chemio e alcune malattie come la Sla

È passato oltre un anno dall’inizio della sperimentazione, ma finalmente la data è certa. Entro fine agosto usciranno dall’ Istituto Chimico Farmaceutico di Firenze 2.400 barattoli di cannabis terapeutica che da lì saranno distribuiti nelle farmacie di tutto il Paese.

È la prima tranche di cannabis “made in Italy”, coltivata a partire da 120 talee arrivate dal centro di ricerca Crea di Rovigo. Entro fine anno avremo anche la seconda parte della produzione, frutto di altrettante piante arrivate a Firenze ai primi di maggio. «Dopo la sperimentazione pilota abbiamo costruito due serre industriali da 25 metri quadrati ciascuna per la coltivazione a ciclo continuo», spiega il colonnello Antonio Medica, direttore dello stabilimento fiorentino. «Dalle talee che usciranno da queste serre produrremo a pieno regime, l’anno prossimo, 100 chili di prodotto».

Oggi i medici possono scegliere tra quattro diversi preparati a base di cannabis, tutti importati dall’Olanda e prescritti in base alle esigenze del paziente. Ma adesso arriva la produzione italiana e Medica precisa che dal 2017 sarà per 50 chili simile al Bediol, mentre l’altra metà al Bedrocan, i due preparati a base di cannabis più largamente utilizzati. Le farmacie dell’intero territorio nazionale potranno richiedere la cannabis a uso terapeutico, che distribuiranno ai pazienti muniti della prescrizione medica. La normativa varia da regione a regione e dove non è previsto il rimborso da parte del servizio sanitario il costo, circa 22 euro al grammo, rimane a carico del paziente.

Il gruppo toscano ha svolto pure una seconda ricerca, in collaborazione con l’istituto di Reumatologia di Pisa: «Uno studio comparativo dove abbiamo confrontato 80 pazienti con fibromialgia, una malattia reumatica caratterizzata da dolore muscolare cronico. La metà ha seguito la terapia standard a base di analgesici e antidepressivi, mentre gli altri sono stati trattati con la cannabis. Questi ultimi hanno fatto registrare sensibili miglioramenti sotto tutti i punti di vista: dolore, qualità della vita, ansia e depressione. E non hanno avuto gli effetti collaterali degli altri farmaci». Le persone coinvolte erano al 95 per cento donne con età media 45 anni. I risultati dello studio sono stati sottoposti a una rivista scientifica e dovrebbero essere pubblicati nei prossimi mesi. L’assenza o comunque la drastica riduzione di effetti collaterali sarebbe, secondo il medico pisano, uno tra i maggiori punti di forza della terapia a base di cannabis. I bassi dosaggi dei principi attivi all’interno dei farmaci, infatti, scongiurano le allucinazioni e tutti gli altri effetti tipici della sostanza, ricercati da chi ne fa un uso ricreativo. Il team ha inoltre indagato il profilo economico delle terapie, concludendo che, per la fibromialgia, il trattamento standard ha lo stesso costo di quello a base di cannabis. «Attualmente sotto questo aspetto non c’è quindi nessun vantaggio», nota Poli, «ma le cose potrebbero migliorare in futuro, con la produzione italiana. Secondo le nostre proiezioni, infatti, si potrebbero risparmiare fino a due terzi rispetto a quella importata dall’Olanda, arrivando a pagare circa 7 euro al grammo».

In questo momento il ministero ha fissato la cifra che riconoscerà per la coltivazione: 5,93 euro al grammo, cui andranno aggiunte le spese per la distribuzione. L’organo deve ancora fissare il prezzo di vendita finale nelle farmacie. «Verosimilmente lo manterrà altrettanto basso», afferma Medica. Attualmente sono quattro le aziende private autorizzate dal ministero all’importazione e alla distribuzione della cannabis olandese. Lavorano in concorrenza e consegnano il prodotto alle farmacie - ospedaliere e territoriali -  che ne fanno richiesta. Farmalabor è una di queste realtà. Conta un centinaio di dipendenti in Italia, nelle sedi di Milano e Canosa di Puglia e si occupa della distribuzione di principi attivi e materie prime utili per i preparati galenici. «Per quanto riguarda la cannabis, nel 2015 abbiamo venduto duemila barattoli, che sono arrivati in circa 200 farmacie italiane», spiega Sergio Fontana, amministratore unico dell’azienda pugliese. Farmalabor ha già chiesto e ottenuto la distribuzione anche per la cannabis italiana, mentre è ancora in sospeso l’altra richiesta, quella di coltivazione diretta. In questa fase, infatti, il monopolio della produzione resta al Chimico farmaceutico di Firenze. «Dovrebbe essere garantita la possibilità anche a soggetti privati di occuparsene. In questo modo, essendo in un regime di concorrenza, potrebbero abbassarsi ulteriormente i prezzi», sostiene il numero uno di Farmalabor. «Mi auguro che il passaggio attraverso il Chimico farmaceutico come unico fornitore sia temporaneo e che quando si entrerà a pieno regime chi farà richiesta essendo in possesso dei requisiti necessari potrà contribuire alla produzione nazionale».

 

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Troppi pregiudizi contro i vaccini

Luca Coscioni - Mer, 25/05/2016 - 14:24
Troppi pregiudizi contro i vacciniCorriere della Sera 24 Mag 2016Adriana BazziBioetica

Le vaccinazioni sono in calo, gli anti-vaccinatori in crescita e il rischio del riemergere di malattie pericolose è sempre più reale.

La Regione Lombardia sta tentando di rendere obbligatorie le vaccinazioni pediatriche per l’ingresso negli asili nido, come ha scritto ieri Simona Ravizza, concludendo il suo articolo così: «Il dibattito fra favorevoli e contrari è annunciato».

Non solo annunciato, ma sicuro. Il tema è «caldissimo», dopo la recente puntata del programma Virus (Rai2), in cui un ospite, Red Ronnie, conduttore televisivo (tutt’altro che medico!), si è lanciato in un’irragionevole serie di accuse contro i vaccini, sollevando, per fortuna, una valanga di proteste nei social media. 

Fra le ragioni degli anti-vaccinatori c’è proprio il rifiuto dell’obbligatorietà, in nome della libertà di scelta. Vecchia storia: già alla fine del Settecento nascevano movimenti contro l’anti-vaiolosa, anche per ragioni filosoficoreligiose (quelle degli Amish, dei cristiani fondamentalisti in Olanda e dei seguaci della filosofia steineriana). Ma oggi c’è di più. Il rifiuto si registra soprattutto nelle classi di elevato livello culturale ed economico: in America sono bianchi, ricchi e colti (ma non in campo scientifico), più o meno come da noi. Molti sono vegetariani o vegani (certi vaccini sono coltivati sulle uova) e, spesso, seguaci del «naturale è meglio». E vedono complotti, inesistenti, delle industrie farmaceutiche. Persone che è difficile convincere in nome delle evidenze scientifiche (spesso fredde, di fronte a certa emotività). Così si arriva all’obbligatorietà. Le istituzioni, a tutela della salute pubblica, offrono il vaccino gratuitamente, ma si prendono anche la responsabilità di far fronte a eventuali danni (rarissimi).

-> Leggi anche: "Mille buoni motivi per vincere il terrore dei vaccini"

Ai genitori dovrebbe essere richiesta la stessa assunzione di responsabilità: chi rifiuta il vaccino per i figli dovrebbe poi pagare, di tasca propria, i costi di farmaci e ospedalizzazioni, in caso di malattia. L’Australia sta facendo qualcosa di analogo: «no jab, no pay», niente vaccino niente benefici, a meno che non ci siano valide ragioni mediche per rifiutarlo.

Alla fine rimane un dubbio. Chissà perché tanti genitori si oppongono ai vaccini (certo è prevenzione: la malattia non c’è) e poi rimpinzano i bambini di antibiotici per un po’ di febbre, esponendoli, per esempio, al rischio di obesità, ma, cosa ancora più grave, all’inefficacia di questi farmaci quando servono davvero.

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La ragione Ogm contro il politically correct

Luca Coscioni - Mer, 25/05/2016 - 14:14
La ragione Ogm contro il politically correctIl Foglio24 Mag 2016Renzo RosatiOgm

Non il chilometro zero, ma l’agricoltura hi-tech fa girare il mondo. La tedesca Bayer punta Monsanto confermando il consolidamento dell’industria geneticamente modificata Meno fame per molti di più.

Roma. L’offerta da 62 miliardi di dollari – 55 miliardi di euro, un quarto del pil della Grecia – della Bayer per l’americana Monsanto non è solo la più grande scalata in contanti della storia, cioè senza scambio di azioni, e la maggiore operazione finanziaria mai tentata dalle caute aziende tedesche (il precedente che più si avvicina risale al 1998 con la “fusione fra uguali” tra Daimler e Chrysler): essa segna quello che appare il culmine di un processo di consolidamento tra i big dell’agricoltura geneticamente modificata e dell’integrazione tra questi e i colossi mondiali della chimica e della farmaceutica. A dicembre c’era stata la fusione tutta americana tra Dow Chemical e DuPont, mentre a febbraio la svizzera Syngenta, che in 15 anni è divenuta il terzo produttore mondiale di prodotti chimici per l’agricoltura alle spalle proprio di Monsanto e DuPont, ha accettato l’offerta da 43 miliardi di dollari della ChemChina. Quest’ultimo è a sua volta il takeover record per le aziende cinesi, mentre Syngenta era sfuggita nel 2014 alle mire di Monsanto. Al di là delle criticità di questi mega-deal – John Colley, esperto della Warwick Business School di Coventry, Inghilterra, le individua nel sovrapprezzo del 50 per cento che i tedeschi pagherebbero agli azionisti Monsanto rispetto ai valori di qualche giorno fa, il che ieri ha fatto crollare le azioni Bayer; il Financial Times prevede un grande lavorìo per i vari Antitrust – è evidente che il business degli Ogm (organismi geneticamente modificati) si apre a nuove prospettive, grazie sia al massiccio afflusso di capitali delle tre maggiori aree mondiali, Usa, Europa e Cina, sia alla convergenza con la farmaceutica e la chimica evoluta. 

Infatti la Bayer nelle motivazioni della scalata a Monsanto, che comporta l’emissione di azioni e obbligazioni, indica “la transizione verso nuove aree di crescita tra le quali le life sciences e lo studio e la produzione di sementi più sofisticate”. Fatto che “ripianerà rapidamente esborso e indebitamento”. A sua volta ChemChina, rilevando Syngenta, ha citato “la sfida industriale” (e la necessità politica di Pechino) di aumentare la produttività di terreni agricoli che sfamano 1,4 miliardi di persone. Non solo e non tanto economie di scala, dunque, ma l’innalzamento degli obiettivi di un settore definibile geostrategico: soddisfare i bisogni alimentari primari del mondo. Ovvero di 7,8 miliardi di persone destinati a sfiorare i 10 miliardi nel 2025. Eppure l’occidente, e specialmente l’Italia, ha una visione della faccenda che oscilla tra il complottismo millenarista – una grande Spectre che avvelena i popoli poveri con gli Ogm mentre ne saccheggia le biodiversità per inquinare noi: ieri le bana- ne amazzoniche, ora l’olio di palma – e il salottismo chic.

Quello dell’agricoltura a chilometro zero, dell' "orto dietro casa”, dei giacimenti gastronomici. Per carità, le olive taggiasche e i pomodorini confit sono deliziosi, per non parlare del formaggio di fossa di Sogliano, tanto più se presi a caro prezzo al market bio o gustati in ristorante stellato, con conto da mutuo. Già però sulla mozzarella di bufala incombe il sospetto della Terra dei fuochi, per non dire delle cozze di Taranto. Peccato che i profeti del mangiare politicamente corretto dimentichino, per esempio, che sempre meno bambini e adulti del Terzo mondo muoiono di fame: secondo l’ultimo World Food P rogramme dell’Onu ben 70 paesi in via di sviluppo hanno raggiunto l’obiettivo di uscita dalla denutrizione nel 2015. Duecento milioni di persone negli ultimi vent’anni non soffrono più per mancanza di cibo, e questo grazie soprattutto all’agricoltura intensiva, ai fertilizzanti, agli antiparassitari, agli Ogm: tutti tabù delle nostre serate tra neovegani e Vandana Shiva, cui ha dovuto pagare pedaggio anche l’Expo di Milano. 

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Giovanna, Marco, e il diritto di morire senza dolore

Luca Coscioni - Mer, 25/05/2016 - 12:33
Giovanna, Marco, e il diritto di morire senza doloreVanity Fair1 Giu 2016Daria BignardiCure palliative

Morire senza soffrire, questa la prossima battaglia sui diritti civili, perché il dolore fisico è una tortura ingiustificata e purtroppo ancora oggi tollerata dalla nostra società che ama definirsi "moderna".

Morire senza soffrire: è questa la prossima battaglia sui diritti civili.

Marco Pannella, il simbolo della politica bella dei diritti, e Giovanna Cavazzoni di Vidas, l'associazione che fondò trentaquattro anni fa per assistere i malati terminali di cancro e della quale oggi è presidente Ferruccio de Bortoli, sono morti a un solo giorno di distanza.

Delle urla di dolore di Giacinto Pannella detto Marco, per le metastasi che gli sgretolavano le ossa, non avremmo mai voluto leggere ma anche lui, che ha incarnato infinite battaglie, non si è sottratto alla legge arcaica del dolore.

Giovanna Cavazzoni era una donna severa e garbata che con discrezione e determinazione lavorava da una vita contro l'ingiustizia del dolore fisico dei malati terminali. L'avevo conosciuta tanti anni fa, io ero appena arrivata a Milano e lei aveva appena fondato Vidas. Aveva un anno meno di Marco Pannella e apparentemente, ma solo apparentemente, nulla in comune con lui. Aveva fondato a Milano, nel 1982, Vidas, associazione di assistenza gratuita ai malati terminali.

Chiunque abbia patito l'ingiustizia del dolore fisico o visto soffrire una persona vicina sa bene quanto il dolore fisico sia inaccettabile e senza senso, molto più della morte. La morte fa parte della vita: ci prepariamo a morire da quando acquistiamo coscienza.

Muoiono le piante, i fiumi e gli animali: moriamo tutti e tutti lasciamo qualcosa. Invece il dolore fisico non genera nulla: come la tortura è un crimine, tollerato e giustificato da una società primordiale. L'unica cosa che ci difende dal ricordo del dolore è la memoria, che lo cancella. Ma non è giusto dimenticare, così come non è giusto soffrire.

Meglio ricordare, e lottare perché nessuno debba essere abbandonato all'ingiustizia della sofferenza fisica. La legge per le cure palliative, anche grazie al lavoro discreto e instancabile di persone come Giovanna Cavazzoni, oggi esiste, ma può e deve essere migliorata. Mentre i dolori dell'anima possono, a volte, farci diventare persone più profonde e umane, più in comunione coi dolori e le ingiustizie di un mondo pieno di ingiustizie e dolori, le sofferenze fisiche, soprattutto quelle insuperabili, quelle senza speranza, ci umiliano e ci distruggono.

Che siate buddisti, induisti, agnostici, cristiani, ebrei, animisti: in qualunque cosa crediate o non crediate, non accettate l'ineluttabilità del dolore.

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Carlo Troilo ricorda Marco Pannella

Luca Coscioni - Mer, 25/05/2016 - 11:45
Carlo Troilo ricorda Marco PannellaCarlo Troilo25 Mag 2016Politica

Ho conosciuto Marco Pannella nel lontano 1965. Me lo presentò Franco Sircana, un “radicale storico”, mio collega all'IRI e fraterno amico. E con Marco conobbi Gianfranco Spadaccia, Angiolo Bandinelli e tanti altri compagni che ancora oggi si battono per le cause radicali.

Io ero un socialista lombardiano ed il PSI all'epoca (con l'eccezione di alcuni esponenti, a partire dal senatore Sansone con il suo "piccolo divorzio") era  impegnato soprattutto sui temi economici, con la grande sfida di Antonio Giolitti e del suo "Ufficio del Piano", di cui ero un occasionale collaboratore. Pochi anni più tardi, con Loris Fortuna, i socialisti assunsero un ruolo di punto nel campo dei diritti civili.

Fu dunque soprattutto grazie a Marco che scoprii l'area sterminata dei diritti civili e compresi l'importanza di guardare sempre a quel che accadeva nel vasto mondo fuori dei nostri confini.

Mi univa a lui, fra l'altro, il fatto di essere anch'io abruzzese e l'ammirazione che Marco aveva per la "Brigata Maiella", di cui mio padre fu il comandante.

Ero con lui nel febbraio del 2105, poco più di un anno fa, quando l'Università di Teramo gli assegnò la laurea ad honorem in Comunicazione: "Un atto dovuto, un atto fortemente voluto – disse il rettore Luciano D'Amico, nativo come mio padre di Torricella Peligna - perché Pannella ha consentito alla comunicazione politica di evolversi, ha contribuito allo stesso cambiamento politico, al cambiamento delle istituzioni e del Paese". E mi commosse vedere che Marco, già provato dalla malattia, cedette alla commozione e si concesse un breve momento di pianto.

Quel giorno "Il Centro" ospitò su un'intera pagina un mio articolo su Pannella, in cui rilanciavo – con una ostinazione a metà abruzzese e a metà radicale – la mia proposta di una Medaglia d'Oro al Popolo Abruzzese, che nei lunghi mesi dell'occupazione tedesca diede una prova ineguagliabile di fierezza e di coraggio, pagando a carissimo prezzo – con eccidi voluti da Kesselring nel vano tentativo di terrorizzare la popolazione e dissuaderla dal sostegno alla Resistenza - la sua irriducibile opposizione alle truppe naziste. Una proposta che sta andando lentamente avanti e su cui Marco si era detto pronto ad intervenire con la sua autorità morale.

Ancora pochi mesi fa, quando lo incontravo nei corridoi di Torre Argentina, Marco gridava scherzosamente (non era "serioso" come molti altri politici): “Viva la Brigata Maiella”.

All'epoca del nostro primo incontro, nella primavera del 1964, radicali e noi giovani socialisti ma anche alcuni  esponenti del PSDI e del PRI, eravamo uniti dal desiderio di costruire una sinistra di stampo europeo, fortemente riformista e laica.  

Per questo demmo vita con molto entusiasmo al CUSI -  Comitato per l’Unità della Sinistra Italiana -  ben presto naufragato fra le mille scissioni che sono la maledizione della sinistra in Italia. Per la prima volta, in quella occasione, molti di noi ebbero “la doppia tessera”, socialista e radicale.

Per questo ci siamo illusi, pochi anni addietro, quando nacque la “Rosa nel Pugno”.

Per questo il mio auspicio, ora che  Marco ci ha lasciati, è che queste speranze di unità siano tenute vive da tutti noi e da quelli che dopo di noi riprenderanno gli ideali di Marco.

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Intitolata a Luca Coscioni la sala studio della Biblioteca Comunale "L. Fumi" di Orvieto

Luca Coscioni - Mar, 24/05/2016 - 12:30
Intitolata a Luca Coscioni la sala studio della Biblioteca Comunale "L. Fumi" di OrvietoNewTuscia23 Mag 2016

Il Consiglio comunale di Orvieto ha accolto all’unanimità la scelta di intitolare la sala "L. Fiumi" della Biblioteca Comunale a  Luca Coscioni, restituendo così giustizia all'uomo "che ha corso oltre i suoi passi" lottando nonostante la sua malattia per la libertà di ricerca scientifica nel nostro paese. 

ORVIETO – L’edizione 2016 del Memorial Internazionale di Atletica Leggera M/F “Luca Coscioni” – la 7^ - in programma giovedì prossimo 26 maggio sulle piste dello Stadio “Luigi Muzi” di Orvieto, assume quest’anno valenze nuove e si conferma uno dei Meeting più partecipati, come certifica la Federazione Italiana di Atletica Leggera.

Manifestazione  che unisce passione e spettacolo della grande Atletica Leggera ma anche impegno civile e sociale, nata sette anni fa da un’idea di Alessandro Bracciali e Carlo Moscatelli per ricordare la figura del concittadino e atleta maratoneta Luca Coscioni; evento sostenuto da Cassa di Risparmio di Orvieto, Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto, Centro Nazionale Sportivo Libertas, Comune di Orvieto, Federazione Italiana di Atletica Leggera.

La presentazione dell’evento sportivo ha coinciso infatti, a dieci anni dalla scomparsa, con l’intitolazione voluta dal Comune di Orvieto della Sala Studio Luca Coscioni presso la Biblioteca Pubblica “Luigi Fumi”, uno spazio per apprendere, conoscere, approfondire, che ogni giorno è frequentato da moltissimi giovani.

La cerimonia, sobria ed essenziale, dello scoprimento della targa, a cui hanno partecipato i familiari di Luca Coscioni, è stata preceduta dalla conferenza stampa che, a tratti, è stata fortemente pervasa dai ricordi commossi di Luca Coscioni e del leader dei Radicali ItalianiMarco Pannella, scomparso il 19 maggio scorso. Pannella, che considerava Luca Coscioni come un figlio, è stato salutato con un minuto di silenzio.

Di entrambi, i rappresentanti istituzionali e dell’Associazione “Luca Coscioni”, hanno ribadito, infatti, l’impegno civile e politico per cambiare il Paese nel nome dei diritti e delle libertà della persona e con esso, la grandissima eredità culturale da portare avanti a partire dalle giovani generazioni. Di Luca Coscioni – il Maratoneta, l’uomo che ha corso oltre il rumore dei propri passi – gli amici sportivi orvietani hanno inoltre tratteggiato la tenacia e la grande vitalità nello sport.

Emozione e gioia, mista a tristezza per la morte di Pannella è stata espressa dalla Vice Sindaco e Assessore allo Sport, Cristina Croce che ha detto “finalmente Orvieto sta restituendo giustizia a questo nostro concittadino importante. L’intitolazione di una sala della Biblioteca Comunale è un simbolico che vuole interpretare i suoi ideali di libertà e di studio. Proprio nelle settimane scorse il Consiglio Comunale ha approvato un importante mozione per porre in essere il testamento biologico. Un percorso quindi che ci impegna ad andare avanti”. 

“Mozione – ha aggiunto la Consigliera Comunale, Roberta Cotigni – che il Consiglio comunale ha accolto all’unanimità. La scelta di intitolare una sala della nostra Biblioteca a Luca Coscioni non è casuale. Luca era un giovane studioso che, anche nel periodo della malattia, si è impegnato intellettualmente. Un esempio per tanti giovani, In questo senso, anche il Centro Studi Città di Orvieto collaborerà con l’Associazione Luca Coscioni”

Il CSCO si occupa di formazione e ricerca – ha confermato il Presidente, Matteo Tonelli - non vuole ignorare la testimonianza di Luca, nel decennale della sua scomparsa abbiamo voluto aprire la presentazione delle nostre attività, ricordandoli. Il progetto a cui stiamo lavorando, coordinato dal CSCO in collaborazione con l’Associazione ‘Luca Coscioni’ è legato alla diffusione della cultura e della ricerca scientifica nelle scuole della città e sarà definito entro questo anno”.

“Questi sono giorni di tristezza per la scomparsa di Marco Pannella – ha detto Filomena Gallo, presidente dell’Associazione Luca Coscioni – un uomo che ha cambiato questo Paese perché è grazie a lui che abbiamo più diritti. C’è stata commozione ma anche rammarico per le ipocrisie di chi fino a qualche giorno prima, non ha avuto un momento di vicinanza verso le battaglie in favore dei diritti portate avanti dai radicali. Il cui pregio è quello di fare ciò che dicono, senza mai vergognarsi di nulla. Garantirsi un radicale nelle istituzioni è garanzia per i diritti.

Le idee camminano se ci sono le persone che le portano avanti. Io sono arrivata ai radicali grazie a Luca Coscioni e alla battaglia sulla fecondazione assistita e la libertà di ricerca scientifica. ‘Dal corpo dei malati al cuore della politica’ era l’impegno di Luca e lo è dell’associazione, per portare nell’agenda della politica quei diritti che troppo spesso vengono derubricati. Attraverso Maria Antonietta e la famiglia di Luca, grazie al coinvolgimento di importanti Premi Nobel l’impegno era ed è quello del riconoscimento scientifico della libertà di conoscenza, battaglia per il rispetto del diritto di tutte le persone, diritto alla cura e assistenza, a non essere discriminati, diritto alla scienza, diritto dei disabili ad aver una vita indipendente, diritto al fine vita. In questo caso la strada è tutta in salita, non ci facciamo illusioni, ma questo Paese è stanco di cattive leggi, il legislatore deve porre i diritti di tutti e dare libertà di scelta ai cittadini.

In questi anni ad Orvieto, pur essendo cambiate le Amministrazioni, ho visto la continuità, l’attenzione e l’interesse della Città a mantenere viva la memoria di Luca Coscioni, dapprima con il Memorial di Atletica Leggera poi con l’intitolazione di uno sala importante dall’interno della Biblioteca che è fonte di conoscenza. Luca era un leader e Marco Pannella lo trattava come un figlio, non lo compativa, ma lo spronava. Abbiamo ancora tante libertà da conquistare, auspico che il registro per il testamento biologico diventi attivo ad Orvieto, Essere qui e affermare diritto alla conoscenza  futuro in un paese democratico”. 

“Continuare il Meeting credo non debba essere solo una cosa di facciata ma rimanere una cosa viva dove si dà lustro a quello che Luca voleva: correre verso la ricerca – ha dichiarato Mina Welby - al funerale di Luca, Pannella disse ‘Luca è caduto’. Ma il testimone va preso da tutti noi cittadini attivi e portato alla meta per la crescita del Paese. Che io vedo molto stanco. Dobbiamo far conoscere ai giovani nelle scuole la grande voglia di correre e non fermarsi mai che ha avuto Luca seppure in un corpo paralizzato, e come lui Piergiorgio e molti altri. Per questo dobbiamo lottare per una legge sulla eutanasia che fa ancora spavento a pronunciarla ma che ha l’obiettivo di far vivere anche dignitosamente una morte”. 

“Se Luca Coscioni è stato leader per le battaglie sulla ricerca scientifica, è grazie a Marco Pannella che ci ha dato il coraggio delle sue idee – ha aggiunto Giulia Simi –prima o poi queste idee vinceranno, come radicali e qui ad Orvieto città di Luca, dobbiamo continuare a lavorare per mandare avanti  la conoscenza scientifica e queste idee, che non significa abbandonare cultura umanistica. In Italia c’è  tanta conoscenza scientifica che ci permette di parlare di scienza”.

Altrettanto emozionato Sergio Viola, presidente della Libertas Orvieto, giàinsegnate di educazione fisica, poi compagno di allenamento e infine di viaggio, ha rinnovato l’impegno a portare avanti nel migliore dei modi la memoria di Luca Coscioni ad Orvieto e nello sport italiano e internazionale.  

“E’ un onore essere arrivati a questo settimo anno del Memorial Luca Coscioni, ideato da Alessandro Bracciali a cui ci lega una profonda amicizia sportiva – ha concluso Carlo Moscatelli, Presidente della FIDAL Umbria e rappresentante della Libertas Orvieto - sette anni fa abbiamo fatto una scommessa, il Comune di Orvieto sia con la precedente Amministrazione Comunale sia con quella in carica, ci ha creduto. Quindi oltre la commozione del ricordo di Luca c’è anche grande soddisfazione. Abbiamo il riconoscimento della Federazione Italiana. Stiamo crescendo e facciamo parte del circuito Grand Prix Meeting Italia”.

 E’ stato sempre Carlo Moscatelli ad illustrare il parterre di atleti e le specialità del Meeting di Atletica Leggera 2016.

“Nei 100 metri maschili – ha detto - si daranno battaglia i migliori velocisti italiani, visto che saranno presenti Lorenzo Basciani (10.32), Lorenzo Bilotti (10.33),Luca Antonio Cassano (10.47) e Jacques Riparelli (10.11) con De Salu e De Monte e anche i 200 metri non saranno da meno. A cercare di migliorare il cronometro scenderanno in pista Enrico Demonte (20.44), Lorenzo Basciani(21.14), il giovane Simone Pettenati (21.08) e Lodovico Cortelazzo  (21.21) e il nazionale Eseosa Desalu.

Nei 400 metri ha dato conferma della propria partecipazione anche Francesco Cappellin con un accredito di 46.88. Avrà invece partecipazione internazionale la gara dei 110 ostacoli, visto che prenderanno parte i tre atleti brasiliani, Brito Jonathas Filipe (13.69), Eduardo De Deus Rodrigues (13.63), Nunes Matheus Rocha (13.80) insieme agli italiani Ivan Mach de Palmestein  (13.99) e Stefano Tedesco (13.65).

Sarà invece un 5000 targato Kenya con il gruppo cheniota di: Meli Ezekiel Kiprotich (13’29”58), Kisorio Hosea Kimeli (13’47”20), Melly Edwin Kosgei(13’38”30) e l’atleta in forza alla Libertas Orvieto Ngeno Daniel Kipkirui.

Proprio la partecipazione dei keniani e gli ottimi tempi di accredito hanno attirato anche molti atleti italiani con la possibilità che si presenti alla partenza anche il Campione Europeo juniores di Cross, l’italiano Yeman Crippa.   

Nel Salto in alto invece ha confermato Eugenio Rossi con un personale stagionale di 2.27. Nei 400 ostacoli, invece ci saranno Haiti, l’umbro in forza alle Fiamme GialleLeonardo Capotosti insieme all’altro nazionale Josè Reinaldo Bencosme de Leon, Lambrughi, Diaz e Contini.

Gli 800 metri con Bizzotto, Rifesser, Perco, Dai Ben, Peron, Pettenazzo, Pilati e Viscardi sarà sicuramente gara di interesse nazionale e una delle gare di punta del meeting.

Nel lungo maschile invece ci saranno Migliozzi, Ojiaku, Catania, e il cubanoContaldo Paz soto Geovany”.

 “Per la categoria femminile, invece – ha aggiunto Moscatelli - ci sarà un super 100 metri con le migliori atlete italiane, Anna Bongiorni (11.56), Irene Siragusa, Jessica Paoletta, e Audrey Alloh, insieme alla bulgara Inna Eftimova (11.20) e la francese Veronique Mang (11.11).

La Bongiorni, la Etimova, e la Siragusa, si ritroveranno poi nei 200 metri insieme anche a Paoletta Amidei.

Anche per i 400 metri lo spettacolo è assicurato visto che scenderanno in pista le migliori nazionali con Bonfanti, Milani, Vitale e Chigbolu, insieme alla brasiliana Da Silva Jessica Roberti (53.66). Nei 1500 invece sarà presente anche se in ripresa dall’infortunio, Aprile, Oggioni e Pento.

Nei 400 ostacoli non mancherà Marzia Caravelli che gareggerà insieme a Folorunso, Doveri e Verderio.

Vero spettacolo anche per il salto triplo con le migliori della specialità, Lamantia, Derkach, D’Elicio, Cestonaro, Lanciano e Cuneo. Mentre è stata inserita anche la gara di lancio del giavellotto dove parteciperà la primatista italiana Sara Bani.

Partecipazione d’eccezione sarà quella di Giusy Versace, atleta paralimpica da poco tesserata nelle Fiamme Azzurre, prima atleta italiana a correre con amputazione bilaterale, colleziona in 5 anni ben 11 titoli italiani e un record europeo nel 2012, ma soprattutto un’atleta che ha saputo dare una voce importante dal mondo paralimpico. Sarà con noi al Meeting, infine, il nuotatoreSalvatore Cimmino”.

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Puntata de Il Maratoneta di sabato 14 maggio

Luca Coscioni - Lun, 23/05/2016 - 15:23
Puntata de Il Maratoneta di sabato 14 maggioRadio Radicale14 Mag 2016Roberta Iannuzzi

Argomento della puntata:

Presentazione del libro "Il futuro della riproduzione umana" di Maurizio Balestrieri in diretta dal Salone internazionale del libro di Torino  Conduce:
Roberta Iannuzzi Intervengono: - Francesca Fornario, giornalista - Maurizio Balestrieri, docente di filosofia presso l'Università degli Studi di Torino - Filomena Gallo, segretario dell'Associazione Luca Coscioni  Per riascoltare la puntata CLICCA QUIIl Maratoneta
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Puntata de Il Maratoneta di sabato 16 aprile 2016

Luca Coscioni - Lun, 23/05/2016 - 14:42
Puntata de Il Maratoneta di sabato 16 aprile 2016Radio Radicale16 Apr 2016Mirella Parachini

Argomenti della puntata:

Eutanasia, Testamento Biologico, Legalizzazione Cannabis, Aborto, Obiezione di Coscienza.

Conduce:

Mirella Parachini

Intervengono:

- Silvio Viale, ginecologo dell'Ospedale Sant'Anna di Torino

- Anna Pompili, ginecologa, docente presso l'Università "La Sapienza" di Roma

- Luca Marola, coordinatore dei canapai, portavoce dei Grow shop italiani

 

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Puntata de Il Maratoneta di sabato 9 aprile 2016

Luca Coscioni - Lun, 23/05/2016 - 14:31
Puntata de Il Maratoneta di sabato 9 aprile 2016Radio Radicale9 Apr 2016Alessio Falconio

Argomento della puntata:

I lavori del Consiglio Comunale di Orvieto nella parte di discussione sulla mozione per intitolare una sala della Biblioteca comunale a Luca Coscioni. 

Conduce:

Alessio Falconio

 

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