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L'Italia dei dietrologi, l'ostilità alla scienza e teoria dei complotti

Luca Coscioni - Lun, 11/01/2016 - 12:58
L'Italia dei dietrologi, l'ostilità alla scienza e teoria dei complottiCorriere della Sera11 Gen 2016Paolo MieliOgm

L'allarme lanciato dai consiglieri dell'Associazione Luca Coscioni, Roberto Defez e Gilberto Corbellini, riguardo gli innumerevoli errori che si stanno commettendo nel caso degli ulivi salentini colpiti da Xylella è stato ripreso e approfondito anche da Paolo Mieli, che mette a fuoco il vero problema del paese: la dietrologia, il complotismo, l'incapacità di fare affidamento sulla scienza e sui suoi risultati.

L'Italia sta diventando sempre più un Paese ostile al metodo scientifico e amante delle teorie del complotto. L'ennesima dimostrazione viene dal caso della «Xylella fastidiosa», batterio che produce grave nocumento all'ulivo, penetrato in Europa diciotto anni fa e più recentemente in Italia, nel Salento. Nelle Americhe la si combatte da un secolo, purtroppo senza successo. Il Consiglio nazionale delle ricerche di Bari ha lavorato sodo per scoprire origini e modo di debellare quello che prende il nome di CoDiRO (Complesso del disseccamento rapido dell'olivo). Prendendo in seria considerazione anche l'ipotesi di sradicare gli ulivi già colpiti per provare a sterminare gli insetti diffusori dell'infezione e creare un cordone sanitario che isoli le piante infette.

Ma la magistratura, con un'inchiesta della Procura di Lecce, si è opposta. Di più: ha accusato il Cnr barese di aver favorito la diffusione del batterio, ne ha fatto sequestrare il materiale sia informatico che cartaceo e ha deciso che gli ulivi malati restino lì dove sono. Ha poi anche denunciato «inquietanti aspetti» relativi al «progettato stravolgimento della tradizione agroalimentare e della identità territoriale del Salento per effetto del ricorso a sistemi di coltivazione superintensiva». In parole povere, i ricercatori avrebbero deliberatamente cospirato per abbattere i vecchi ulivi e soppiantarli con piante nuove.

Gli indagati sono accusati di diffusione colposa della malattia delle piante, violazione dolosa delle disposizioni in materia ambientale, falso materiale e ideologico, getto pericoloso di cose, distruzione di bellezze naturali. La veste degli ulivi», secondo i magistrati leccesi, sarebbe stata volontariamente importata in Puglia dall'Olanda nell'ottobre del 2010 con un convegno ad essa dedicato. Poi, nel 2013, un professore barese, Giovanni Paolo Martelli, avrebbe messo in scena la «folgorante intuizione» di aver individuato la Xylella come agente patogeno del disseccamento degli ulivi salentini. Quindi il capo della Guardia forestale, Giuseppe Silletti, peraltro su sollecitazione dell'Unione Europea, avrebbe disposto il taglio di cinquemila alberi (così da salvarne un milione). In combutta con il professore di Agraria Angelo Godini fautore dell'eliminazione degli alberi infetti, in particolar modo, secondo l'accusa, «quelli monumentali».

Accuse che hanno dell'incredibile. Nature e Washington Post si sono scandalizzati per questo che a loro appare come un «processo italiano alla scienza». L'inchiesta del procuratore Cataldo Motta e dei pm Elsa Valeria Mignone e Roberta Licci ipotizza che gli scienziati abbiano diffuso colposamente la malattia e abbiano poi presentato i fatti in modo da poter avallare come soluzione l'eradicazione delle piante malate, per legittimare lo sterminio degli ulivi salentini. Negli atti si parla anche di persone avvistate in tuta bianca a spalmare unguenti su alberi di ulivo, che successivamente sarebbero stati bruciati per cancellare le prove. Prove che avrebbero potuto portare al «grande vecchio» di questa cospirazione: la multinazionale dell'agro-alimentare Monsanto. Persino l'ex Presidente del Tribunale di Bari Vito Savino ha preso le distanze da questa iniziativa giudiziaria e ha manifestato sulla stampa il proprio «sconcerto».

Ma i magistrati — come sempre si fa in casi del genere — hanno ribattuto allargando il campo delle accuse ad un numero sempre più vasto di imputati, i quali (Savino, Godini, Martelli) avrebbero condiviso «un medesimo approccio culturale nell'Accademia dei Georgofili di cui fa parte anche il professor Paolo De Castro, già ministro dell'Agricoltura, attualmente eurodeputato, che ha riferito in commissione proprio sulla questione Xylella». Europa, Guardia forestale, Georgofili, ex ministri avrebbero dunque congiurato per distruggere gli ulivi salentini allo scopo di impiantare in quel di Gallipoli nuove coltivazioni. E gli scienziati dell'Università di Bari, del Cnr e dell'Istituto agronomico alimentare (lam) avrebbero aderito (dietro compenso?) al complotto.

Sulla Stampa Gilberto Corbellini e Roberto Defez hanno esortato coloro che in passato si sono indignati contro i tentativi di imporre per via giudiziaria le pseudo cure Di Bella o Stamina o contro il rinvio a giudizio e la condanna in primo grado della Commissione Grandi Rischi rea di non aver dato l'allarme per il terremoto dell'Aquila, a «insorgere per quanto sta accadendo nel Salento». Ma il loro appello è caduto nel vuoto. Qualcuno ha messo in evidenza come l'inchiesta della procura di Lecce si basi su una grande contraddizione logica: da un lato i magistrati sostengono che non esiste «un reale nesso di causalità tra il batterio e il disseccamento degli ulivi», dall'altro accusano i ricercatori di aver diffuso il batterio. Saremmo quindi in presenza di «untori di una peste innocua» (ha ironizzato Luciano Capone sul Foglio).

Lo Iam è accusato, come si è detto, di aver dato inizio al contagio con le provette olandesi fatte giungere a Bari per il convegno scientifico del 2010. L'Istituto ha risposto dimostrando che i campioni introdotti in Italia per quell'incontro scientifico erano tutti di una sottospecie diversa da quella ritrovata nel Salento. Ma, con logica acrobatica, l'accusa ha trasformato anche questa in un'ammissione di colpa: fu «priva di plausibile giustificazione l'introduzione da parte dello lam di tutte le sottospecie di Xylella conosciute a eccezione di quella individuata nel Salento» che c'era già, tenuta ben nascosta, e non aveva perciò bisogno di essere importata. Incredibile. L'inchiesta cita poi un'affermazione dell'esperto mondiale di Xylella, Alexander Purcell di Berkeley — «Contro la Xylella gli abbattimenti non servono a nulla» — che lo stesso Purcell nega di aver mai pronunciato ed è stata riferita da un'europarlamentare grillina.

Il Movimento Cinque Stelle ha contemporaneamente depositato una mozione di sfiducia nei confronti del ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina colpevole di non aver ostacolato il complotto. Nel frattempo l'Unione Europea ha avviato nei confronti dell'Italia una procedura d'infrazione per i ritardi nell'attuazione del piano di guerra contro il flagello salentino. A questo punto non è lecito nutrire dubbi: vincerà la Xylella e gli Italiani si troveranno a dover pagare una multa all'Europa.

Poi, come sempre accade, tra un decennio verrà il tempo delle pubbliche scuse ai ricercatori che hanno fatto il loro dovere e per questo hanno avuto dei guai. Così vanno le cose nel nostro Paese. 

Per leggere l'articolo, citato da Paolo Mieli, di Roberto Defez e Gilberto Corbellini, CLICCA QUI.

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Apre a New York la prima farmacia per la vendita di marijuana terapeutica

Luca Coscioni - Lun, 11/01/2016 - 12:26
Apre a New York la prima farmacia per la vendita di marijuana terapeuticaIl Messaggero8 Gen 2016Ida ArtiacoCannabis terapeutica

Ha aperto a New York, non senza polemiche, il primo negozio addetto alla vendita della marijuana a scopo terapeutico. Si tratta di un dispensario che allinea la Grande Mela ad altre città americane, tra cui Washington, in cui esistono programmi monitorati di utilizzo legale della cannabis per allievare il dolore di pazienti affetti da cancro allo stadio terminale, Aids e altre malattie difficilmente curabili, come l’epilessia e il morbo di Parkinson.

La notizia arriva a quasi due anni di distanza dall’approvazione da parte del governatore Andrew Cuomo del cosiddetto Compassionate Care Act, che permette ai pazienti in possesso di relativa certificazione di usare la droga leggera per allievare i sintomi sotto forma di capsule ingeribili per via orale, liquidi o come preparati da inalare, mentre resta in vigore il divieto per l’uso della marijuana da fumare e quella commestibile, così come è proibita la coltivazione di piante da parte degli stessi malati.

Secondo questo programma, che ha permesso l’apertura di altri venti dispensari in tutto lo Stato oltre a quello di Manhattan, nei pressi della famosa Union Square, sono cinque le aziende che possono distribuire farmaci a base di erba in aree ben circoscritte e distribuirle nei relativi punti vendita realizzati sul territorio. Si tratta dell’Empire State Health Solutions, Etain, Bloomfield Industries, PharmaCannis e Hunts Point. Per il momento le persone interessate possono prenotare un appuntamento con gli esperti presenti in queste vere e proprie farmacie e consultarsi con loro per stabilire quale trattamento sia più consono alla propria patologia.

Prima di ottenere la cannabis, infatti, bisogna superare alcuni stringenti controlli di sicurezza. I ricercatori hanno accolto con soddisfazione l’approccio più restrittivo di New York rispetto agli altri Stati americani, perché ciò consentirà di avere delle analisi più accurate per testare l’effettiva efficacia terapeutica della cannabis. Gli stessi medici che dovranno prescrivere le capsule saranno obbligati a seguire un corso di formazione prima di consigliare gli acquirenti sul tipo di marijuana più adatto per curare la propria patologia, requisito non richiesto da altri programmi statali. È prevista l’apertura di altri tre punti vendita nella città entro la fine dell’anno in corso. 

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Roma, la scuola non è accessibile: quindicenne disabile risarcito dal Comune con settemila euro

Luca Coscioni - Lun, 11/01/2016 - 12:14
Roma, la scuola non è accessibile: quindicenne disabile risarcito dal Comune con settemila euroIl Messaggero7 Gen 2016Barriere architettoniche

Nell'ambito della campagna "Soccorso civile", l'associazione Luca Coscioni ha citato in giudizio Roma Capitale in quanto un istituto scolastico romano di scuola media superiore non aveva accettato l’iscrizione di un alunno disabile a causa dell’esistenza delle barriere architettoniche. Il nostro ricorso è stato totalmente accolto in data 21 luglio 2014, di conseguenza il Tribunale ha riconosciuto Roma Capitale colpevole di aver tenuto una condotta discriminatoria nei confronti del disabile e l'ha condannata a risarcire il danno non patrimoniale cagionato al ragazzo (euro 7.00,00) e, soprattutto, a cessare la condotta discriminatoria mediante l'adozione di "urgenti misure organizzative atte a rimuovere tutte le barriere architettoniche presenti all'interno dell'istituto scolastico in questione".

Oggi, grazie a questa nostra iniziativa, l'istituto scolastico romano è stato reso accessibile dopo più di 30 anni anche alle persone che non possono deambulare autonomamente. E però, nonostante la condanna risalga all'ormai lontano 21 luglio 2014, il Comune di Roma non ha ancora risarcito il danno (7mila euro) cagionato alla persona disabile, di conseguenza l'Associazione Luca Coscioni si è vista costretta a promuovere un giudizio di ottemperanza di fronte al Tribunale Amministrativo Regionale (T.A.R.) chiedendo ai giudici amministrativi di costringere l'amministrazione comunale a versare immediatamente la somma dovuta. Il T.A.R., con sentenza dello scorso 14 dicembre 2015, ha condannato Roma Capitale a corrispondere alla persona disabile l'intera somma entro 60 giorni, in caso contrario si procederà alla nomina di un commissario ad acta. Solo dopo questa ulteriore condanna il Commissario Straordinario di Roma Capitale, dott. Paolo Tronca, ha provveduto, con deliberazione n. 54, al riconoscimento fuori bilancio del debito di 7mila euro da corrispondere all'alunno disabile discriminato.

Roma capitale, con un provvedimento immediatamente eseguibile, risarcisce con 7.000 euro, Pietro M., un 15enne affetto da una malattia rara che lo ha reso disabile, in relazione all'accessibilità dell'edificio scolastico Giovanni XXIII in via Medaglie d'Oro. È quanto si legge in una delibera adottata dal commissario capitolino Francesco Paolo Tronca con la quale è stato riconosciuto il debito fuori bilancio deliberato dal Municipio XIV dopo l'ordinanza del Tribunale civile favorevole alla famiglia del giovane.

Già in passato Roma capitale era stata chiamata a risarcire un disabile per la presenza di barriere architettoniche, e anche in quel caso il protagonista era stato Pietro M., i cui genitori avevano denunciato Atac dopo che il figlio, nel gennaio 2013, era rimasto «intrappolato» nel piano sotterraneo della stazione metro Anagnina. In quell'occasione, aveva reso noto l'Associazopme Luca Coscioni, la seconda sezione civile del Tribunale ha condannato Atac e Roma Capitale per omesso controllo e omessa vigilanza, a cessare il comportamento discriminatorio e a risarcire al ragazzo 2.500 euro come danno non patrimoniale.

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Puntata del Maratoneta di sabato 9 gennaio 2016

Luca Coscioni - Lun, 11/01/2016 - 11:54
Puntata del Maratoneta di sabato 9 gennaio 2016Radio Radicale9 Gen 2016

Argomenti della puntata:

- I temi della puntata: Adozione, Associazioni, Bioetica, Cappato, Cellule Staminali, Corte Costituzionale, Coscioni, Diritti Civili, Diritti Umani, Disabili, Disobbedienza Civile, Donna, Embrione, Esteri, Eutanasia, Fecondazione Assistita, Giustizia.

Conduce: Cristiana Pugliese

Intervengono:

- Filomena Gallo, Avvocato e Segretario Associazione Luca Coscioni

- Christian Angeli, regista dello spettacolo teatrale, promosso dall'Associazione Luca Coscioni, "Millennium Bug".

 

Per riascoltare la puntata CLICCA QUI.

 

Il Maratoneta
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Max Fanelli disponibile ad aiutare i malati terminali a morire con dignità

Luca Coscioni - Sab, 09/01/2016 - 22:13
Max Fanelli disponibile ad aiutare i malati terminali a morire con dignità9 Gen 2016Eutanasia

'Se sei malato terminale e vuoi morire, dimmelo''. E' l'ultima iniziativa di Max Fanelli, il malato terminale di Sla di Senigallia che si batte per una legge sul fine vita insieme all'associazione 'Io sto con Max'. Fanelli fa sapere che ha deciso di sostenere 'l'associazione Luca Coscioni, e Marco Cappato, nella sua azione SOS Eutanasia. Offro le mie competenze e conoscenze sul tema del Fine Vita a tutti quei malati terminali qualora volessero recarsi in Svizzera per porre fine alle loro insolubili e dolorose problematiche psicofisiche. Per contattarmi inviatemi una e-mail a: iostoconmax@gmail.com o attraverso la mia pagina facebook Massimo Max Fanelli''. In un comunicato diffuso dall'associazione Fanelli precisa di essere ''consapevole delle conseguenze penali che ciò potrebbe comportarmi, per quello che ho appena avviato e che avvierò in futuro, a supporto di quei malati terminali che vogliono valutare la possibilità di recarsi in Svizzera per garantirsi quel diritto fondamentale di ogni essere vivente: il diritto all'autodeterminazione e alla Libertà di scelta. Un diritto che lo Stato italiano nega ai suoi cittadini''. Max Fanelli da anni porta avanti la sua battaglia. Ha interrotto le cure per protesta contro la mancata calendarizzazione della legge sul "Fine vita" e ha scritto al Presidente Mattarella. A fargli visita, nella sua abitazione marchigiana, sono arrivati la presidente della Camera Laura Boldrini e Stefano Rodotà. Inascoltata giace la possibilità di discutere della libertà di cura e del testamento biologico da anni in Parlamento. 

http://www.veratv.it/notizia/2016/01/09/0040062/Senigallia---Eutanasia,-Fanelli-chiede-sostegno-per-i-malati.aspx

http://www.anconatoday.it/cronaca/max-fanelli-volete-morire-mandatemi-mail.html

http://www.viveresenigallia.it/2016/01/11/max-fanelli-se-sei-malato-terminale-e-vuoi-morire-dimmelo/571051

 

 

 

 

 

 

 

 

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La risoluzione della questione curda e il ruolo dell’UE

Partito Radicale - Sab, 09/01/2016 - 00:11
09/01/2015

Centosei comuni del sudest anatolico a maggioranza curda sono sotto inchiesta giudiziaria per aver proclamato l’«autonomia» rispetto allo Stato centrale. Le recenti dichiarazioni del leader dell’HDP, Selahattin Demirtaş, al Congresso della Società Democratica (DTK), una piattaforma che riunisce tutte le organizzazioni non governative curde, sono state considerate pericolose per l’integrità della nazione turca dal primo ministro Davutoğlu, il quale ha annullato un incontro sulle riforme programmato il 30 dicembre scorso.

Demirtaş non aveva in realtà parlato di separazione, che tra l’altro tutto il movimento curdo ha definitivamente abbandonato nel lontano 1992. Aveva dichiarato invece che: «La risoluzione del problema curdo è parte integrante del processo di democratizzazione della Turchia e viceversa» e aveva parlato di una maggiore governance a livello locale, di più diritti per tutte le minoranze e di bilinguismo nelle province curde, ma sempre all’interno dello Stato unitario turco.

Subito dopo un procuratore di Diyarbakır ha aperto un’inchiesta contro lo stesso Demirtaş per le sue dicharazioni e il presidente Erdoğan ha denunciato l’HDP dicendo che chiedere l'autonomia nel momento in cui il PKK ha ripreso la sua campagna armata equivale a un tradimento. Ancora una volta un partito democraticamente eletto rischia di finire sotto inchiesta per le sue posizioni politiche. L’unica strada percorribile per la risoluzione della questione curda è quella del dialogo con la scrittura di una nuova costituzione che tuteli tutte le diversità. L’UE può facilitare questo percorso aprendo subito i capitoli bloccati del negoziato di adesione della Turchia, in particolare il 23 e il 24 sul sistema giudiziario e le libertà fondamentali. 

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Olimpiadi, Magi a Pancalli: se referendum non preoccupa, sostenga nostra richiesta

Radicali Italiani - Ven, 08/01/2016 - 16:40
08/01/16

Dichiarazione di Riccardo Magi, segretario di Radicali Italiani:


“È un’ottima notizia che il comitato promotore della candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024 non sia preoccupato dalla richiesta di referendum che abbiamo avanzato e che, in sole 48 ore, sta riscuotendo grande sostegno e consenso tra i cittadini non solo romani. Non si capisce allora perché il comitato stesso non faccia propria la proposta di promuovere un referendum per i cittadini, cioè una reale consultazione, invece di simulare un ascolto attraverso “incontri sul territorio” che non è chiaro quali e quanti cittadini coinvolgano e con quali procedure.

Sono certamente importanti l’impegno e le buone intenzioni espresse da Luca Pancalli, che è uomo di sport e anche di esperienza politica, e dunque conosce i protagonisti degli eventi sportivi più belli ma anche i protagonisti dei peggiori disastri organizzativi e finanziari legati ai grandi eventi sportivi internazionali.

Pancalli ci dica in coscienza perché, considerati i precedenti, i cittadini dovrebbero essere rassicurati dal solo impegno dei membri del Comitato e perchè non sarebbe meglio per la città di Roma e per il paese inaugurare una stagione di autentica partecipazione e di democrazia con un vero referendum su questa scelta che le esperienze del passato ci dicono essere così rischiosa?

Il primo effetto di un referendum sarebbe una maggiore informazione per tutti i cittadini e un dibattito vero su costi e benefici. Forse quello che preoccupa il Comitato promotore è che dove si è tenuto un dibattito serio e trasparente con una consultazione istituzionale dei cittadini - vedi Davos, Cracovia, Oslo, Monaco e Amburgo e Boston - il risultato è stato il ritiro della candidatura”.

 

Il dossier "Roma2024: una scommessa molto rischiosa", a cura di Radicali Italiani, è disponibile sul sito della campagna: www.referendumroma2024.it

La pagina fb della campagna: https://www.facebook.com/Referendum-Olimpiadi-Roma-2024-940568152688255

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Pena di morte: Regione Toscana aderisce a Nessuno tocchi Caino e presenta il rapporto "La Pena di Morte nel Mondo"

Radicali Italiani - Ven, 08/01/2016 - 14:19
08/01/16 GIOVEDI 14 GENNAIO 2016 - ORE 17 Consiglio regionale della Toscana – Sala del Gonfalone via Cavour n. 4, Firenze

Partecipano:

On. Eugenio Giani, Presidente del Consiglio Regionale della Toscana

Padre Fausto Sbaffoni, vicario della Parrocchia di San Marco e direttore della biblioteca Spirituale A. Levasti.

On. Elisabetta Zamparutti, curatrice del Rapporto di Nessuno tocchi Caino “La Pena di Morte nel Mondo” e rappresentante italiana al Comitato europeo per la prevenzione della tortura e i trattamenti disumani e degradanti

Modera Francesco Tei , giornalista Rai Toscana

 

In occasione della presentazione del Rapporto 2015 di Nessuno tocchi Caino, edito da Reality Book, verrà dato conto dei principali aggiornamenti sulla pratica della pena di morte, di diritti umani e di Stato di diritto alla luce dell’emergenza terrorismo.

Durante l’evento saranno illustrati anche gli obiettivi della campagna di Nessuno tocchi Caino dopo il Congresso che si è tenuto nel carcere di Opera dedicato prevalentemente al tema dell’ergastolo oltre che della prossima votazione nel dicembre 2016 della nuova Risoluzione sulla Moratoria Universale delle esecuzioni da parte dell’Assemblea Generale dell’Onu.

Per informazioni: 06 68803848 – 335 8000577

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E' morto Luigi Brunori, malato di SLA che chiese al Parlamento di calendarizzare la legge sull'eutanasia

Luca Coscioni - Ven, 08/01/2016 - 13:58
E' morto Luigi Brunori, malato di SLA che chiese al Parlamento di calendarizzare la legge sull'eutanasiaAssociazione Luca Coscioni8 Gen 2016Eutanasia

Ci ha lasciati ieri Luigi Brunori, malato di SLA iscritto all'Associazione Luca Coscioni che, pur nella sua malattia, ha condotto una dura battaglia per la legalizzazione dell'eutanasia. Insieme ad altri tre iscritti all'Associazione (Ida Rescenzo, malata di distrofia muscolare, Walter Piludu e Max Fanelli, malati di SLA), a maggio 2015 scrisse ai capigruppo di Camera e Senato per chiedere la calendarizzazione della proposta di legge popolare: "Non cerchiamo compassione, ma diritti. Non pretendiamo che Lei condivida nel merito la nostra esigenza di libertà nelle scelte di fine vita. Ma chiediamo - questo sì, nella maniera più assoluta - che sia aperto un dibattito e che siano assunte delle decisioni di fronte all'opinione pubblica. Non lo impone soltanto l'importanza del tema, ma anche la Costituzione, che attribuisce al popolo l'esercizio diretto dell'iniziativa delle leggi". Luigi Brunori, con il suo appello per una legge sul fine vita, fu intervistato anche da Le Iene.

A seguire il ricordo di Mina Welby: "Ciao Luigi. Ti abbiamo conosciuto, ironico corridore, quando, tre anni fa, ci invitasti alla Maratona di Roma per vincere la SLA. Non ti sei mai fermato, nonostante le tue difficoltà fisiche crescessero. Tu, Gigi, legato da un amore e affetto complice e tenace a Gina, con lei hai intrapreso delle scalate difficili. Nemmeno la SLA ti fu di ostacolo, ma, anzi, ti servì come trampolino di lancio per essere promotore di idee e spinta per tutti a vegliare sui nostri diritti nella malattia, fino alla fine. Lo sapevi fare come uomo credente e legato nella tua fede profonda e genuina. Hai fatto un cammino da socio dell'Associazione Luca Coscioni tutto in salita, per sensibilizzare una politica sorda, a prendersi carico degli abitanti d'Italia nelle estreme difficoltà della loro maratona di vita, per arrivare alla meta. Insieme a noi hai chiesto con un tuo grido di dolore estremo un dibattito sulla proposta di legge per l'eutanasia legale in parlamento.
Gigi caro, ora riposa! Continuiamo nelle tue orme.
Abbracciamo tua moglie Gina, i tuoi figli e le loro famiglie con affetto e ammirazione per il coraggio e la dignità con cui hanno affrontato la vita insieme a te".
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Nonna fa da madre surrogata per la figlia e partorisce la nipote

Luca Coscioni - Ven, 08/01/2016 - 12:47
Nonna fa da madre surrogata per la figlia e partorisce la nipoteLa Stampa8 Gen 2016Francesco SempriniUtero surrogatoEra il 1993, ed eravamo in Italia. L'ostetrica Novella Esposito, impossibilitata a portare a termine una gravidanza, fu la prima italiana a sottoporsi ad una fecondazione in vitro extracorporea che prima di allora aveva solo tre precedenti nel mondo: negli Stati Uniti, in Sud Africa e in Francia. I suoi ovociti, fecondati dal liquido seminale del marito, furono trasferiti nell'utero della madre, Regina Bianchi, che a 42 anni rischiò di diventare la prima mamma-nonna d'Italia. (Per approfondire: Il Legislatore Cieco. I paradossi della Legge 40 sulla fecondazione assistita, di Filomena Gallo e Chiara Lalli)

Nella foto immediatamente successiva al momento del parto ci sono la neonata, la mamma e...la nonna. O meglio la mamma della mamma della neonata, che è anche colei che ha portato avanti la gravidanza e messo al mondo fisicamente la neonata. Per capirci, Kelley McKissack è la mamma della bimba che ha visto alla luce, nel senso che gli embrioni della fecondazione sono i suoi.  

Ma la gravidanza vera e propria è avvenuta nella pancia della mamma di Kelley, Tracey Thompson, 54 anni, legalmente la nonna della bimba. Quest’ultima infatti si è offerta di mettere il proprio utero a disposizione della figlia dopo che quest’ultima aveva avuto tre aborti spontanei, nonostante le cure di fertilità che aveva fatto per procreare. Solo così è potuta nascere Kalcey, il cui nome è una fusione tra il nome della mamma e della nonna, a coronamento del contributo che entrambe hanno dato per metterla al mondo. Come hanno reso noto fonti mediche del Plano Medical Center, Kelley McKissack si è sottoposta ad una serie di cure contro l’infertilità, ma ha avuto solo tre aborti spontanei.  

Assieme a suo marito, aveva ancora quattro embrioni fertilizzati, così, sua madre, Tracey Thompson, si è offerta come madre surrogata, nonostante fosse da sette anni in menopausa. Il suo stato di salute tuttavia era eccellente dicono i medici, e per questo anche non ci ha pensato un attimo per contribuire a vedere realizzato il più grande desiderio della figlia. Gli embrioni le sono stati impiantati nell’aprile scorso, e la gravidanza è andata avanti senza particolari problemi ed ora, hanno detto le stesse fonti, nonna e bimba stanno bene.

Mamma e figlia, entrambe abitanti in una zona rurale del Nevada, sono state sempre vicine durante la gravidanza, e appena dopo il parto ricordano una conversazione che ebbero quando Kelley aveva 13 anni. «Se non posso portare con me il mio bambino lo porteresti tu?», diceva la neomamma da ragazzina. «Certo» le rispondeva la genitrice. «Ma mai - aggiunge ora - avrei pensato di trovarmi in questa posizione». «Nessun altro - aggiunge McKissack - poteva farmi un regalo più grande». 

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«Tra i duemila bimbi che ho aiutato a nascere ne manca uno: il mio»

Luca Coscioni - Ven, 08/01/2016 - 12:43
«Tra i duemila bimbi che ho aiutato a nascere ne manca uno: il mio»Corriere del Mezzogiorno8 Gen 2016Gabriele BojanoUtero surrogato

Dal Corriere del Mezzogiono del 08/03/2009. 

SALERNO - Il bimbo che non ha mai avuto Novella Esposito lo fa nascere ogni giorno. Una, due, tre volte... il suo lavoro di ostetrica dà vita ma anche felicità. Quella stessa felicità che quindici anni fa Novella cercò di afferrare con un esperimento che in tanti definirono «contronatura». Fu lei a uscire su tutti i giornali italiani, e non solo, per essersi sottoposta ad una fecondazione in vitro extracorporea che prima di allora aveva solo tre precedenti nel mondo: negli Stati Uniti, in Sud Africa e in Francia. I suoi ovociti, fecondati dal liquido seminale del marito, furono trasferiti nell'utero della madre, Regina Bianchi, che a 42 anni rischiò di diventare la prima mamma-nonna d'Italia.

Poi cosa accadde, Novella?
«Il tentativo purtroppo non andò bene, a mia madre vennero le mestruazioni e lo sconforto fu grande. Ma non ci rassegnammo e provammo ancora. Alla fine ho avuto due gravidanze e due aborti spontanei».

Prima però lei era rimasta incinta in modo naturale.
«A ventitrè anni, portai avanti la gravidanza per nove mesi. Tutto normale e poi, al momento del parto, un distacco di placenta all'improvviso e persi il bambino, anzi la bambina ».

A chi venne l'idea dell'utero in affitto? 
«A mia madre che ha una forza d'animo che fa paura. L'utero, diceva, non è un organo vitale, come un polmone, un rene. Serve solo come contenitore per la gravidanza. E poi, aggiungeva, sono tanti i genitori che donano ai propri figli un rene o un occhio. Io dono a mia figlia l'utero».

All'epoca la pressione mediatica fu impressionante. E finiste sotto accusa...
«Partecipai due volte a «Porta a porta», fummo attaccate da monsignor Ersilio Tonini e dal presidente del comitato di bioetica, dicevano che facevamo qualcosa di innaturale. La Prestigiacomo invece mi accusò di desiderare un clone di me stessa».

Non era qualcosa di innaturale?                                                                                                                                                «E perchè? Non è il parto che fa una madre, i figli sono di chi li cresce. Al fratello di mia madre è morta la moglie di parto, dodici anni fa. Ebbene, la figlia è stata cresciuta da mia madre che lei chiama mamma pur sapendo che è la zia. I bambini sono intelligenti, le cose basta spiegargliele».

Dopo i quattro tentativi andati male cosa è successo? 
«Mi ero stancata e ho rinunciato. Però non mi piango addosso, vuol dire che così doveva andare. Ora preferisco crescere i miei nipoti».

Non ha mai pensato all'adozione?
«Iniziammo le pratiche ma ci perdemmo per strada. Percorso troppo irto di ostacoli. Sono tanti i bambini negli istituti ma pochissimi gli adottabili, è una cosa che non ho mai capito».

Quanti bambini ha aiutato a nascere? 
«Lavoro alla Salus di Battipaglia dal 1993, facendo un po' di conti credo almeno duemila ».

Ricorda il parto più bello?
«Quello di una ragazza di 23 anni, di Nocera: fece un travaglio di dodici ore e quando nacque il figlio era così felice che mi disse: il prossimo anno ne faccio un altro. E l'ha fatto!».

E il parto più brutto? 
«Quello spontaneo di un bambino di quasi cinque chili: rischiammo che il neonato restasse incastrato, ebbi paura».

Si muore ancora di parto?
«Disgraziatamente sì. Si sente di meno, però purtroppo succede ancora».

È cambiato negli anni il mestiere di ostetrica?
«Le nuove generazioni lo fanno come se fosse un posto di lavoro, con minore professionalità. Non hanno la concezione del dolore, non si compenetrano. Io una volta ho fatto un travaglio al telefono e la paziente ha partorito regolarmente ».

Oggi è la Festa della Donna...
«Non l'ho mai sentita. E poi è triste come ricorrenza, ricorda un incendio in una fabbrica di New York in cui morirono decine di operaie. Non bisognerebbe festeggiare».

Cosa consiglia alle coppie con problemi di sterilità che si rivolgono ai centri di fecondazione assistita?                                          «Di non lasciarsi scoraggiare da nessuno e di essere sempre coppia fino alla fine. Se un bambino dev'essere motivo di divisione, non ne vale la pena ».

Oggi rifarebbe quello che ha fatto nel 1993? 
«La legge 40 non lo permette più, però una fecondazione assistita a 40 anni forse sì, la farei. La voglia di essere mamma non passa mai, in un angolo del cuore quel piccolo dolore resta sempre».

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Monologo teatrale su Luca Coscioni, a 10 anni dalla sua morte

Luca Coscioni - Ven, 08/01/2016 - 11:32
Monologo teatrale su Luca Coscioni, a 10 anni dalla sua morte8 Gen 2016

Comunicato stampa di Filomena Gallo e Marco Cappato, rispettivamente Segretario e tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, soggetto costituente il Partito radicale.

A dieci anni dalla scomparsa di Luca Coscioni, leader radicale, l'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica da lui fondata promuove l'ultima produzione di IndigenaMillennium Bug: un monologo teatrale inedito di Sergio Gallozzi liberamente ispirato al libro-diario Il Maratoneta di Luca Coscioni (ed. Stampa Alternativa, 2003). Secondo la descrizione dell' autore " Lo spettacolo scandaglia le possibilità interiori di ogni individuo che sono preludio necessario all'azione politica ed incita il pubblico a riattivare l'attenzione sui temi cosiddetti “etici”, tanto fondamentali nella vita delle persone quanto costantemente rinviati dall'agenda pubblica. La regia di Christian Angeli non chiede all'interprete Galliano Mariani di impersonare Luca Coscioni, ma di dare corpo al suo pensiero e forma alle sue lotte in posizione dialogica con gli interventi della popolare giornalista Carmen Lasorella"

Il debutto sarà al Teatro Libero di Palermo il prossimo 30 gennaio alle ore 21.30, Millennium Bug apre la rassegna OFF del Teatro Stabile del Veneto al Ridotto del Teatro Verdi di Padova sabato 6 febbraio 2016 alle 18:30 con replica martedì 9 febbraio alle 21:00.
La settimana dal 23 al 28 febbraio lo spettacolo è in scena a Roma al Teatro Lo Spazio ore: 20.45 e domenica ore 17.  


Promosso dall'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, soggetto costituente del Partito radicale

A questo link il trailer dello spettacolo




Per informazioni:


Associazione Luca Coscioni - Tel. 06 689 79 286 - info@associazionelucacoscioni.it -  www.associazionelucacoscioni.it

oppure direttamente

info: + 39 347 1516294 | indigenateatro@gmail.com | www.indigenateatro.com

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Charlie, un anno dopo

Partito Radicale - Gio, 07/01/2016 - 20:54
07/01/2016

È trascorso un anno da quel tragico mattino del 7 gennaio 2015, quando la redazione di Charlie Hebdo a Parigi fu decimata da un attacco terroristico. Pochi giorni dopo, l'11 gennaio, una delegazione del Partito Radicale guidata da Marco Pannella marciò con il Senatore dei Verdi francesi André Gattolin alla “Marcia della Repubblica” con lo slogan #JeSuisCharlie a sostegno del settimanale satirico, della libertà di espressione e della laicità.

Altre persone sono state colpite a seguito di nuovi attentati perpetrati in varie parti del mondo, e con esse lo Stato di Diritto e gli spazi di libertà. Forse per questo oggi, in particolare di fronte alle riforme previste in senso restrittivo in Francia, #JeSuisCharlie significa anche #JeSuisPourEtatDeDroit.

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La riforma delle forze dell'ordine

Partito Radicale - Gio, 07/01/2016 - 18:57
07/01/2016

È mia convinzione assoluta, ma penso di tanti, che le Forze di polizia sono pilastro essenziale della “sicurezza pubblica” senza cui non esistono né libertà né democrazia. Ne ho parlato con Valter Vecellio che mi ha intervistato a Radio Radicale il 3 gennaio 2016. I decreti in preparazione per ora in ovattate stanze possono e debbono essere una opportunità per riprendere il percorso democratico tracciato dalla 121/81 senza svilire con compromessi i diritti di civiltà, dignità e professionalità in essa conquistati per tutti i “tutori dell’ordine” e per la collettività. Occorre a tal fine ricomporre il quadro di unitarietà ideale, al di là di partitismi, coinvolgendo il Governo, le forze politiche, sindacali, culturali e sociali, nonché l’opinione pubblica. Il link dell’intervista sarà inviato al Presidente del Consiglio nonché a esponenti politici, ministeriali, e sindacali.

Ascolta l'intervista di Valter Vecellio a Ennio di Francesco

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Prima comunità per eroinomani afgani: gli operatori arrivano da Scampia

Luca Coscioni - Gio, 07/01/2016 - 17:39
Prima comunità per eroinomani afgani: gli operatori arrivano da ScampiaRedattore Sociale4 Gen 2016

Per i media ormai è la “pillola del Jihad”: prima ancora del fervore integralista, sarebbe stato il Captagon - stimolante a base d’amfetamina brevettato nel ’61 - a far perdere ogni freno inibitore ai tagliagole dello Stato islamico. E non stupisce poi molto che il principale centro di produzione e contrabbando della sostanza si trovi in realtà dall’altra parte della barricata: vale a dire a Qusayr, terra di confine siro-libanese controllata dalle milizie sciite di Hezbollah; ovvero dai più fidi alleati del regime di Basar al-Assad, i cui stessi militari pare ne facciano ormai un uso smodato.

Fin dai tempi di Alessandro Magno, gran parte dei conflitti armati è stata attraversata, nutrita o finanziata dagli stupefacenti: se nelle trincee di Vittorio Veneto era la grappa a infondere coraggio alle truppe italiane, la seconda guerra mondiale fu testimone di un boom di amfetamine tra i soldati tedeschi; mentre trent’anni dopo almeno un quarto dei reduci sovietici e americani tornarono da Afghanistan e Vietnam con un serio problema di dipendenza dall’eroina, la cui importazione verso occidente esplose proprio in prossimità dei due conflitti.
A ripercorrere quella lunga storia è ora Alessandro De Pascale, giovane reporter salernitano che al tema ha dedicato gran parte delle sue inchieste; e che due giorni fa, a Pisa, ha inaugurato una lunga serie di incontri gratuiti (“La guerra con la droga”, ciclo di workshop sugli stupefacenti nei conflitti armati), che dal prossimo gennaio lo porteranno in giro per tutto il paese.

Nel 2013 De Pascale volò in Afghanistan per un’inchiesta e si trovò di fronte a una situazione “surreale”. “In tutto il paese - racconta - c’era un enorme boom d’eroina, che veniva consumata a cielo aperto nei parchi e nelle pubbliche piazze: a Kabul e Herat c’erano folle di giovani che si bucavano perfino di fronte alle sedi ministeriali; e le istituzioni erano del tutto impreparate a fronteggiare una simile emergenza”. Così, mentre il libro nato da quel viaggio si trasformava in un piccolo best seller, De Pascale è tornato a Herat per aprire la prima - e tuttora unica - comunità di recupero del paese: un compound protetto con oltre cento posti letto, gestito da medici afghani e iraniani, “della cui formazione - spiega il reporter, con una punta d’orgoglio - si sta occupando un gruppo di operatori che si sono fatti le ossa a Scampia”.

De Pascale, tra gli obiettivi dichiarati dell’invasione afghana c’era proprio la distruzione o riconversione, almeno parziale, delle colture d’oppio. Stando a un rapporto Onu, però, nel 2014 la produzione ha toccato livelli mai raggiunti prima: cosa è andato storto?  
Quello che molti sembrano aver dimenticato è che, appena saliti al potere, per tutta una serie di ragioni legate al consenso e alla politica internazionale, i Talebani si opposero alla coltivazione d’oppio: all’epoca, il paese ne produceva un quantitativo infinitesimale rispetto a oggi. Nel 2009, quella cifra era aumentata di 48 punti percentuali, e l’Afghanistan era diventato il primo paese produttore al mondo. Come in Sicilia negli anni ’80, a fare la differenza fu la creazione di raffinerie in loco. Mi pare evidente che se quella missione un effetto lo ha avuto, è stato di stimolare un boom del narcotraffico.

Colpa della coalizione internazionale?  
Colpa della guerra, semmai. Non ho mai cercato il grande complotto nel mio lavoro, la dietrologia non mi interessa. Nel 2013 andai a Herat perché c’erano indizi concreti del coinvolgimento di alcuni soldati italiani in un traffico d’eroina; ma fu proprio un agente del Servizio segreto militare a farmi da mentore in quell’inchiesta. E quando decisi di cercare di dare una mano, impiantando una comunità in loco, ad aiutarmi e finanziarmi fu ancora una volta il contingente italiano. La verità è che guerra e stupefacenti vanno a braccetto da tempo immemore: la maggior parte dei gruppi armati clandestini, ad esempio, si finanzia col narcotraffico. Quando scoppia una guerra in un paese produttore, due fatti sono destinati ad accadere: da una parte ci sarà un incremento della produzione; dall’altra, molti soldati sul campo inizieranno ad abusarne, fino a diventarne dipendenti. Oggi si fa un gran parlare del Captagon e delle droghe dei jihadisti; ma esistono esempi molto più illustri, in proposito.

Come il Vietnam o le due guerre in Afghanistan?  
Non solo. Penso soprattutto allo stato maggiore americano, che nella prima guerra del Golfo ha introdotto e autorizzato l’uso delle cosiddette go-pills. Si tratta di pillole stimolanti, perlopiù a base di dexedrina, che vengono somministrate ai piloti di caccia che devono percorrere distanze molto lunghe per andare a bombardare. Una mossa che ha avuto conseguenze disastrose, e ampiamente documentate, sulla psiche di molti soldati: depressioni, psicosi, casi di suicidio; per non parlare degli incidenti sul campo. Ma nonostante tutto, l’esercito americano non è mai tornato sui suoi passi.

Sono affermazioni molto pesanti…  
Si tratta di una delle parti più complicate del mio workshop, perché è una faccenda così assurda da risultare quasi incredibile. Ma, ancora una volta, parliamo di storia, non di dietrologia: c’è tutta una serie di documenti ufficiali che provano come i soldati americani siano incoraggiati ad assumere queste sostanze; e che dimostrano, inoltre, l’atteggiamento quasi schizofrenico dell’esercito americano nei confronti delle droghe. Perché nel consenso informato che ogni militare deve firmare al momento di assumerle, c’è scritto che la Us Drugs and Food administration non ne approva l’uso per combattere la stanchezza. In questo modo, i soldati sono impossibilitati a far causa allo Stato maggiore, qualora riportassero conseguenze; quello che l’esercito americano ha iniziato a fare, invece, è bilanciarne gli effetti collaterali con dei farmaci sedativi, le cosiddette no-go pills.

La stessa logica dei tossicodipendenti, che bilanciano il down degli stimolanti con l’eroina…  
Da sempre gli stupefacenti vengono utilizzati come forma di automedicazione; e le guerre non potevano certo fare eccezione. Durante un conflitto armato si è esposti per lunghi periodi ad atrocità che normalmente sarebbero insopportabili. In qualche modo ci si fa l’abitudine, ma ciò significa imparare a convivere con forme di psicosi come il disturbo post traumatico da stress. Attorno al 2006, nei mercati pubblici di Baghdad è stato documentato un fiorente traffico di psicofarmaci, che venivano venduti a manciata e senza ricetta, a normalissimi padri di famiglia che altrimenti non avrebbero più potuto neanche alzarsi dal letto: questo, purtroppo, dimostra come i civili siano altrettanto esposti a tutto questo.

L’esercito italiano come si inserisce in un quadro del genere?  
C’è tutta una serie di processi e testimonianze che indicano come anche i nostri soldati abbiano abusato e - con ogni probabilità - trafficato eroina in Afghanistan. Nel 2011, Alessandra Gabrielli, una paracadutista italiana, venne arrestata a Genova con l’accusa di spaccio: è noto che, quando analizzarono la sostanza che le fu sequestrata, al laboratorio fecero ritarare le macchine, perché non ne avevano mai vista di così pura. Nei verbali, Gabrielli raccontò di come ad iniziarla all’eroina fosse stato un gruppo di commilitoni della missione Isaf, che facevano la spola tra Livorno e Herat. Nello stesso periodo, casi analoghi vennero fuori in altre caserme italiane, oltre che in Canada e nel Regno Unito: ma le procure militari hanno sempre rilevato le indagini, mettendole di fatto a tacere.

Le istituzioni afghane come hanno reagito, invece?  
Erano totalmente impreparate a fronteggiare un’emergenza socio sanitaria di quella portata: basta pensare che il primo centro specializzato nella diagnosi e nella cura dell’Hiv in tutta Kabul ha aperto poco più di un anno fa. Non avevano alcun programma per la riduzione graduale con farmaci sostitutivi: tutto ciò che facevano era legare al letto i tossicodipendenti, quando finivano in astinenza durante un ricovero ospedaliero per problemi correlati all’uso d’eroina. Nel penitenziario di Herat, più di metà della popolazione carceraria è dentro per reati legati alla tossicodipendenza. Nel paese, però, iniziano ad essere sempre più le voci che chiedono un intervento risolutivo.

Di qui la tua comunità…  
Che da sola non può certo bastare. Siamo partiti con cinquanta posti, che sono stati occupati nel giro di qualche giorno; ma nel frattempo davanti all’ingresso s’era accampata una folla di uomini che chiedevano aiuto, giorno e notte. Così, con qualche pressione sull’Ue e sul contingente Isaf, siamo riusciti a raddoppiarli. Ma quella folla resta ancora lì: segno che il paese ha bisogno di dotarsi non solo di strutture, ma di una vera politica sugli stupefacenti.

Per questo hai voluto coinvolgere operatori di Scampia?  
Ovviamente sì, ma non si tratta di agire con una logica da coloni della sanità. Ciò che vogliamo è stimolare uno scambio di competenze: al momento, la struttura è in mano a un gruppo di medici afghani e iraniani della ong Wadan, che in mancanza di una legislazione sui farmaci sostitutivi avevano già sperimentato con successo il trattamento della tossicodipendenza con l’idroterapia. Nel frattempo, le autorità locali ci hanno autorizzato a condurre una sperimentazione con il metadone, ma si tratta di un gruppo molto piccolo di utenti. Gli operatori del consorzio “mediterraneo sociale” per il momento monitorano e si occupano di formazione a distanza: per questo, stiamo mettendo a punto una piattaforma informatica condivisa, che ci permetta una consulenza vicendevole e continua. Per la stessa ragione, l’anno prossimo daremo il via a una serie di periodi di tirocinio tra Napoli e Herat, in modo che gli operatori possano formarsi a vicenda in tema di terapia e riduzione del danno.

 

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Il sacrificio di Gisela, sindaco per un giorno

Luca Coscioni - Gio, 07/01/2016 - 17:15
Il sacrificio di Gisela, sindaco per un giornoRepubblica4 Gen 2016Roberto Saviano

"Ni un día", nemmeno un giorno, è la frase che ripetono tutti. Non l'hanno fatta governare nemmeno un giorno, e ha pagato con la vita la sua ostinazione nell'appoggiare la guerra ai narcos. Gisela Mota aveva solo 33 anni ed era stata appena eletta sindaco di Temixco. Lei militava nel Prd (Partito Rivoluzionario Democratico) ma apparteneva ad una generazione politica che ha portato avanti una strategia di contrasto al business criminale attraverso le amministrazioni locali: non si aspettano nulla dal governo centrale, cercano sul territorio risorse e strategie per impostare politiche nuove. L'hanno punita: i narcos sono entrati in casa di Gisela Mota al mattino e l'hanno uccisa sparandole alla testa. Nessuna rivendicazione (anche se spesso i narcos messicani si attribuiscono con striscioni e volantini le esecuzioni). I sospetti vanno sui Guerreros Unidos, un piccolo gruppo fuoriuscito dal cartello potente dei Beltrán-Leyva.

Gisela non era l'eroina perfetta. Aveva debolezze umane come tutti: qualche mese fu fermata e arrestata per guida in stato di ebrezza, il video in cui la sua macchina piena di birre tampona un auto ha girato molto ed è stato usato contro di lei in campagna elettorale, ma non le ha impedito la vittoria. L'esecuzione è avvenuta nonostante Gisela fosse scortata, ma l'isolamento in cui vivono i politici locali messicani che si oppongono ai narcos è pressoché totale.

Per comprendere cosa significa essere un amministratore in Messico basta andare su YouTube e digitare nello spazio del motore di ricerca interno un nome: Ignacio Valladares. Uscirà un video che ritrae questo baffuto sindaco in auto mentre subisce una "narcointervista": viene ripreso con un cellulare mentre lo avvertono che se non selezionerà gli uomini della sicurezza dello Stato tra quelli indicati la città brucerà. Lo obbligano a confermare in video il patto, minacciando i suoi familiari. Il sindaco si piega, promette che non interferirà negli affari dei narcos del clan mafioso messicano Familia Michoacana che vuole anche garantirsi che nello stato non entrino i rivali Los Zetas. Questo accadeva a Tololoapan nel 2012 città che si trova nello stato di Guerrero in Messico, non lontano dal comune di Temixco.

È un documento impressionante. La politica è permeabile al potere dei trafficanti. Il Partito Rivoluzionario Democratico ha denunciato che il governatore dello Stato di Guerrero del partito di governo Pri Hector Astudillo è stato sostenuto e finanziato dai narcos. Mentre però il Prd inizia una campagna anti-narcos un suo candidato Erik Ulises Ramírez Crespo viene arrestato nell'ottobre scorso mentre è in compagnia di El Tomate, uno dei capi proprio dei Guerrieros Unidos. L'infiltrazione dei narcos nel partito è un problema ancora non posto al centro del dibattito e Gisela potrebbe aver pagato la sua inavvicinabilità.

Più volte i cartelli narcos messicani hanno provato una via ufficiale all'accordo. A differenza delle organizzazioni mafiose italiane o colombiane che hanno cercato accordi informali e segreti, i cartelli messicani aspirano alla pubblicità. Vorrebbero essere riconosciute dallo Stato, vogliono essere trattati come un contro Stato, come alcune volte sono stati trattati i guerriglieri in America Latina.

L'ultimo tentativo di un accordo ufficiale Stato - Narcos è stato della Familia Michoacana. Dopo che nel 2009 ci fu l'arresto del bosso Arnoldo Rueda Medina il cartello assaltò stazioni di polizia, uccisero 5 poliziotti. Non vedendo alcuna risposta da parte della autorità sequestrarono 12 agenti della polizia federale scelti tra quelli che indagavano proprio sul business della Familia. I corpi furono gettati sull'autostrada Morelia Lazaro con un messaggio "Noi vi aspettiamo qui".

Ed è allora che accade l'incredibile: Servando Gómez Martínez , detto "La Tuta", contatta il programma televisivo Voz y Solución condotto dal giornalista Marcos Knapp presentandosi come un dirigente del cartello e propone un patto al governo. Questo è a oggi il documento più importante per comprendere la logica dei narcos. Lui dice che la Familia è stata creata per curare gli interessi della gente. "Siamo un male necessario. Quello che vogliamo è pace e tranquillità (...) Non vogliamo che gli Zetas entrino in Michoacán (...) Vogliamo che il Presidente Felipe Calderón sappia che non siamo suoi nemici, che lo stimiamo... Siamo aperti al dialogo (...) Vogliamo arrivare a un accordo, vogliamo arrivare a un patto nazionale...".

Il governo si rifiutò di negoziare con l'organizzazione, almeno ufficialmente.

Dal 2010, anno in cui furono uccisi ben 13 sindaci, i narcos di tutti i gruppi hanno deciso di attuare a loro modo una selezione della classe politica. Uccidere, non più corrompere.

I mandanti dei killer di Gisela forse sono gli stessi che hanno ucciso i 43 studenti a Iguala nella strage che ha attirato l'attenzione del mondo sul Messico. Studenti "desaparecidi" perché con la loro manifestazione avrebbero disturbato il comizio di María de los Ángeles Pineda Villa moglie del sindaco di Iguala e sorella di due boss del narcos. Secondo le accuse questi studenti scomparsi sono stati arrestati dalla polizia e da questa consegnata ai narcos, Guerreros Unidos.

Questo è il Messico, e non può farcela da solo. La battaglia riguarda tutti, perché l'obiettivo delle mafie ha un percorso unico che si tratti di uno stato del Messico o di una regione italiana, di un paese balcanico o di una città africana: espellere dalla gestione politica qualsiasi persona competente e spingere nell'arena politica i ricattabili, gli affaristi, gli incapaci. Impedire che possa esserci chi sceglie la politica per passione e desiderio di giustizia e selezionare persone che possano governare solo attraverso l'aiuto dei loro finanziamenti e della loro rete di alleanza sociali, mediatiche imprenditoriali. Tutti i politici hanno un interesse, tutti hanno desiderio di potere e danaro si tratta solo di capire come assecondare questo imperativo: ecco la filosofia politica delle mafie.

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Spettacolo "Millennium Bug", a 10 anni dalla morte di Luca Coscioni

Luca Coscioni - Gio, 07/01/2016 - 14:48

Promosso dall'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica.

A dieci anni dalla scomparsa di Luca Coscioni, Millennium Bug è l'ultima produzione di Indigena Teatro, un monologo teatrale inedito di Sergio Gallozzi  liberamente ispirato al libro-diario Il Maratoneta di Luca Coscioni (ed. Stampa Alternativa, 2003).

La regia di Christian Angeli non chiede all'interprete Galliano Mariani di impersonare Luca Coscioni, ma di dare corpo al suo pensiero e forma alle sue lotte in posizione dialogica con gli interventi della popolare giornalista Carmen Lasorella.

Primi appuntamenti:

- Teatro Libero di Palermo il 30 gennaio ore 21.15

- Teatro Stabile del Veneto al Ridotto del Teatro Verdi di Padova sabato 6 febbraio 2016 alle 18:30, con replica martedì 9 febbraio alle 21:00

Teatro Lo Spazio di Roma, la settimana dal 23 al 28 febbraio alle ore 20.45, e domenica ore 17.

Data: Martedì, 23 Febbraio, 2016 - 20:45 to Domenica, 28 Febbraio, 2016 - 23:45Città: RomaIndirizzo: Teatro Lo Spazio, via LocriOrganizzatore: Indigena Teatro
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Spettacolo "Millennium Bug", a 10 anni dalla morte di Luca Coscioni

Luca Coscioni - Gio, 07/01/2016 - 14:46

Promosso dall'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica.

A dieci anni dalla scomparsa di Luca Coscioni, Millennium Bug è l'ultima produzione di Indigena Teatro, un monologo teatrale inedito di Sergio Gallozzi  liberamente ispirato al libro-diario Il Maratoneta di Luca Coscioni (ed. Stampa Alternativa, 2003).

La regia di Christian Angeli non chiede all'interprete Galliano Mariani di impersonare Luca Coscioni, ma di dare corpo al suo pensiero e forma alle sue lotte in posizione dialogica con gli interventi della popolare giornalista Carmen Lasorella.

Primi appuntamenti:

- Teatro Libero di Palermo il 30 gennaio ore 21.15

- Teatro Stabile del Veneto al Ridotto del Teatro Verdi di Padova sabato 6 febbraio 2016 alle 18:30, con replica martedì 9 febbraio alle 21:00

Teatro Lo Spazio di Roma, la settimana dal 23 al 28 febbraio alle ore 20.45, e domenica ore 17.

Data: Martedì, 9 Febbraio, 2016 - 21:00Città: PadovaIndirizzo: Ridotto del Teatro Verdi presso Teatro Stabile del VenetoOrganizzatore: Indigena Teatro
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Spettacolo "Millennium Bug", a 10 anni dalla morte di Luca Coscioni

Luca Coscioni - Gio, 07/01/2016 - 14:42

Promosso dall'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica.

A dieci anni dalla scomparsa di Luca Coscioni, Millennium Bug è l'ultima produzione di Indigena Teatro, un monologo teatrale inedito di Sergio Gallozzi  liberamente ispirato al libro-diario Il Maratoneta di Luca Coscioni (ed. Stampa Alternativa, 2003).

La regia di Christian Angeli non chiede all'interprete Galliano Mariani di impersonare Luca Coscioni, ma di dare corpo al suo pensiero e forma alle sue lotte in posizione dialogica con gli interventi della popolare giornalista Carmen Lasorella.

Primi appuntamenti:

- Teatro Libero di Palermo il 30 gennaio ore 21.15

- Teatro Stabile del Veneto al Ridotto del Teatro Verdi di Padova sabato 6 febbraio 2016 alle 18:30, con replica martedì 9 febbraio alle 21:00

Teatro Lo Spazio di Roma, la settimana dal 23 al 28 febbraio alle ore 20.45, e domenica ore 17.

Data: Sabato, 6 Febbraio, 2016 - 18:30Città: PadovaIndirizzo: Ridotto del Teatro Verdi presso Teatro Stabile del VenetoOrganizzatore: Indigena Teatro
Categorie: Radicali

Spettacolo "Millennium Bug" a 10 anni dalla morte di Luca Coscioni

Luca Coscioni - Gio, 07/01/2016 - 14:39

Promosso dall'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica.

A dieci anni dalla scomparsa di Luca Coscioni, Millennium Bug è l'ultima produzione di Indigena Teatro, un monologo teatrale inedito di Sergio Gallozzi  liberamente ispirato al libro-diario Il Maratoneta di Luca Coscioni (ed. Stampa Alternativa, 2003).

La regia di Christian Angeli non chiede all'interprete Galliano Mariani di impersonare Luca Coscioni, ma di dare corpo al suo pensiero e forma alle sue lotte in posizione dialogica con gli interventi della popolare giornalista Carmen Lasorella.

Primi appuntamenti:

- Teatro Libero di Palermo il 30 gennaio ore 21.15

- Teatro Stabile del Veneto al Ridotto del Teatro Verdi di Padova sabato 6 febbraio 2016 alle 18:30, con replica martedì 9 febbraio alle 21:00

- Teatro Lo Spazio di Roma, la settimana dal 23 al 28 febbraio alle ore 20.45, e domenica ore 17.

Data: Sabato, 30 Gennaio, 2016 - 21:15Città: PalermoIndirizzo: Teatro LiberoOrganizzatore: Indigena Teatro
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