Luca Coscioni

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L'unico medico non obiettore va in pensione: stop agli aborti all'ospedale di Trapani

Ven, 17/06/2016 - 14:44
L'unico medico non obiettore va in pensione: stop agli aborti all'ospedale di TrapaniRepubblica16 Giu 2016Aborto

A trapani da oltre un mese non si effettuano più interruzioni di gravisanza. La denuncia di Cgil e Uil: "Violata la legge"

"A Trapani non è più garantito il diritto all'interruzione di gravidanza". A lanciare l'allarme è il coordinamento donne della Cgil e Uil che ha chiesto un incontro al direttore generale dell'Asp. "Dall'11 maggio al Sant'Antonio Abate le donne non possono più ricorrere ad aborti chirurgici e aborti dopo i 90 giorni perché l'ultimo medico non obiettore di coscienza sta andando in pensione", spiegano Antonella Granello (Cgil) e Antonella Parisi (Uil), sottolineando il "rischio" di aumento di aborti clandestini.

In media, affermano i sindacati, a Trapani si registrano annualmente circa 600 richieste di Ivg e "considerato che da oltre un mese il servizio non viene più garantito ci chiediamo quale risposte sono state date alle donne che si sono rivolte al servizio pubblico per effettuare l'interruzione volontaria della gravidanza". "Ci batteremo - concludono Granello e Parisi - affinché anche in provincia di Trapani si garantiscano il servizio di interruzione volontaria della gravidanza, un'adeguata assistenza sanitaria e si potenzino i consultori, così come prevede la legge".

-> ASCOLTA QUI il commento della ginecologa Mirella Parachini ai microfoni di Radio Radicale

 
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Droga, appello associazioni: "Il Dipartimento va riformato, non smantellato"

Ven, 17/06/2016 - 14:34
Droga, appello associazioni: "Il Dipartimento va riformato, non smantellato"Associazione Luca Coscioni e Associazioni firmatarie17 Giu 2016Ricerca sulle droghe

Un appello a firma di numerose associazioni di settore per impedire che si possa anche solo pensare di smantellare il DPA: una scelta a dir poco discutibile e che porterebbe a gravissime conseguenze.

Circolano di nuovo voci che vorrebbero smantellare il Dipartimento per le Politiche Anti-Droga affidandone le competenze al Ministero della Salute. Nell'anno in cui l'Italia finalmente si smarca da posizioni di retroguardia alle Nazioni unite in occasione della sessione speciale dell'Assemblea Generale affermando la necessità di promuovere approcci non ideologici e perseguire politiche che funzionino - anche sulla base di evidenze scientifiche - smantellare il DPA sarebbe la peggiore delle scelte politiche possibile.

Ferma restando la necessità di definire, e sostenere pienamente, interventi di riduzione del danno, fino a quando le droghe resteranno proibite il loro "controllo" non potrà esser affidato esclusivamente al Ministero della Salute. Oggi, mentre assistiamo a un ritorno di arresti per detenzione di sostanze illecite, è quanto mai urgente ridefinire il mandato del Dipartimento - partendo dal nome - e imputargli competenze relative alle politiche pubbliche in materia di stupefacenti anche in linea con la dicitura dell'Ufficio della Nazioni unite che, per l'appunto, NON si chiama "anti-droga" ma "sulle droghe".

Inoltre, occorre dare atto al DPA di aver riaperto le sue porte al dibattito, convocando una riunione pubblica in vista della riunione delle Nazioni unite, e coinvolgendo nei suoi lavori le associazioni ascoltandone le istanze e proposte arrivando a suggerirne l'inclusione nella delegazione italiana all'ONU.

Speriamo quindi che si tratti solo delle solite voci che periodicamente corrono nei corridoi dei palazzi e che non distraggano dal lavoro di queste settimane relativo alla preparazione della relazione al Parlamento che aiuti il legislatore in un momento in cui alla Camera si discute di regolamentazione legale della Cannabis e sono presenti in Parlamento proposte per una riforma organica della legislazione antidroga.

La vera decisione politica che il Governo deve prendere è quella relativa alla convocazione della VI Conferenza nazionale sulle droghe - assente dal 2009 - come luogo dove poter affrontare nel merito non tanto gli aspetti burocratico-amministrativi del Dipartimento, quanto il nocciolo delle leggi e politiche da analizzare, valutare e riformare.
 

Primi firmatari


Marco Perduca, giunta Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica

Grazia Zuffa, Forum Droghe

Stefano Anastasia, Presidente la Società della Ragione

Hassan Bassi, segretario Forum Droghe

Franco Corleone, Coordinamento Garanti territoriali dei detenuti

Riccardo De Facci, CNCA

Leonardo Fiorentini, Fuoriluogo

Leopoldo Grosso, Cartello di Genova, Presidente onorario Gruppo Abele

Patrizio Gonnella, Antigone e CILD

Francesco Maisto, Presidente Emerito Tribunale di Sorveglianza, Coordinatore Tavolo su Sanità e salute mentale degli Stati Generali dell'esecuzione penale

Alessandro Metz, LegacoopSociali

Massimo Oldrini, Presidente LILA

Maria Stagnitta, Presidente Forum Droghe

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"La ricerca scientifica sia accessibile a tutti"

Ven, 17/06/2016 - 13:26
"La ricerca scientifica sia accessibile a tutti"L'Unità17 Giu 2016Francesca SantoliniPeer review

L'editoria scientifica costa, drena troppi fondi e ha assunto un peso esagerato. É nato il movimento internazionale "Open Access": il professor Roberto Delle Donne spiega cosa

La ricerca scientifica ha un problema. Le Università e i centri di ricerca di tutto il mondo si sono resi conto che una parte consistente dei finanziamenti che ricevono finisce nelle tasche dei grandi editori scientifici internazionali. La ricerca, infatti comunica i suoi risultati attraverso gli articoli pubblicati nelle riviste specializzate: i ricercatori scrivono, e soprattutto leggono centinaia di migliaia di articoli che sono diffusi da riviste accredItate. Ora, da una ventina d'anni, le testate scientifiche sono passate dal formato cartaceo a quello digitale, e contemporaneamente sono state acquistate da alcuni grandi editori Internazionali, che hanno creato un oligopolio e preso in controllo del settore. Così, dal Duemila in poi, il costo degli abbonamenti ha cominciato a lievitare enormemente: gli enti di ricerca di tutto il mondo non potevano fare a meno delle riviste, e gli editori aumentavano i prezzi, arrivando a raggiungere un utile stratosferico che non ha eguali negli altri settori produttivi. I margini di profitto dei maggiori editori sono prima saliti oltre il 30%, per stabilizzarsi poi tra il 20 e il 25%.

Come fanno gli editori scientifici a produrre un utile così alto? Semplice, sfruttano gli investimenti pubblici in ricerca. I governi o le fondazioni pagano gli stipendi dei ricercatori, costruiscono e aggiornano laboratori, biblioteche, aule. E quando questo investimento raggiunge i suoi risultati, gli editori non retribuiscono neanche gli autori per la cessione dei loro diritti, né versano nulla agli autorevoli componenti dei comitati scientifici che conferiscono il prestigio scientifico alle testate. Si limitano a impaginare gli articoli e ormai non si devono più occupare della spedizione dei fascicoli, perché le riviste sono digitali. Così, rivendono al mondo della ricerca il suo stesso prodotto, per di più a un prezzo altissimo. La pubblicazione degli articoli scientifici nelle riviste più accreditate e più costose è incoraggiata pure dai sistemi di valutazione adottati da molti governi per controllare la produttività degli investimenti in ricerca. Si è pensato che la pubblicazione in riviste molto diffuse sia garanzia di qualità, e i meccanismi di valutazione adottati hanno finito per mettere altra benzina nel motore degli editori internazionali.

Di fronte a questa situazione, è sorto un movimento internazionale che ha cominciato a denunciare il peso esagerato dell'editoria scientifica. Protagonisti della ricerca Internazionale, come la Società Max Planck tedesca o l'Università di Harvard hanno dichiarato insostenibile il peso dei costi dell'editoria anche per i loro ricchissimi budget. E hanno proclamato il principio dell'accesso aperto ai prodotti della ricerca. E' nato così il movimento Internazionale Open Access, che parte dal principio che i risultati della ricerca devono essere pubblici e accessibili a tutti, perche sono il frutto di grandi investimenti pubblici. Anche l'Italia si impegna per far parte di questo movimento. La Conferenza dei Rettori ha costituito un gruppo di lavoro incaricato di incoraggiare la pubblicazione open access dei prodotti della ricerca. Il gruppo è coordinato dal professor Roberto Delle Donne, dell'Università di Napoli. Lo abbiamo intervistato.

Professore, la frulzione libera e aperta del prodotti della ricerca scientifica è davvero possibile?

"E' possibile, perché risponde a esigenze profonde, avvertite da tempo dalla comunità scientifica lntemazionale dai decisori politici, dagli enti finanziatori della ricerca, dagli organi di governo degli atenei. Negli ultimi quindici anni si sono susseguite decine di prese di posizione a favore dell'accesso aperto alla letteratura scientifica e ai dati della ricerca finanziati con denaro pubblico. La più importante dichiarazione è stata promossa a Berlino nel 2003 dalla Max-P]anck-Gesellschaft, tra i maggiori enti pubblici di ricerca Internazionali, ed è stata firmata da circa 530 istituzioni accademiche e scientifiche di oltre 5O nazioni. Diversi decisori politici, come l'Unione Europea, insieme a enti finanziatori della ricerca, sia pubblici sia privati come European Research Council, la Corn-missione Europea, Wellcome Trust, Telethon e il National Institutes of Health, sollecitano i ricercatori che hanno beneficiato di loro finanziamenti a rendere liberamente accessibili in rete i risultati delle loro ricerche, possibilmente subito o al massimo entro un limitato arco di tempo".

Qual è la situazione in Europa?

"A partire dal 2007 la Commissione Europea, prima con uno studio sul mercato della comunicazione scientifica, poi con documenti di indirizzo e raccomandazioni ha indicato agli stati membri dell'Unione íl percorso da seguire per promuovere politiche di accesso aperto. In Spagna e in Germania vi sono stati nel 2011 e nel 2013 significativi interventi legislativi. Anche in Italia la Legge n. 112 del 7/10/2013 stabilisce che siano liberamente fruibili in rete entro un preciso numero di mesi gli articoli scientifici scaturiti da ricerche finanziate per una quota pari o superiore al cinquanta per cento con fondi pubblici se pubblicati in riviste che abbiano almeno due uscite annue".

Cosa ostacola allora il passaggio della produzione scientifica dalle riviste a pagamento alla rete libera e gratuita?

"Le ragioni sono diverse. La principale è che negli ambiti disciplinari delle scienze, delle tecnologle e della medicina il mercato della comunicazione scientifica è saldamente nelle mani di pochissimi gruppi editoriali internazionali. Questi gruppi commerciali sono anche i proprietari, in tutto o in parte dei database citazionali utilizzati per valutare la qualità della ricerca. Ne consegue che molti ricercatori, per non compromettere le loro carriere e la valutazione delle Istituzioni di cui sono parte, preferiscono pubblicare sulle riviste del grandi gruppi editoriali internazlona, contribuendo, involontariamente, a rafforzarne la posizione di oligopolio nel mercato. Per apportare i necessari correttivi alle distorsioni presenti nell'attuale sistema della comunicazione scientifica sarebbe necessario intervenire con una azione di sistema, concertata su scala internazionale".

Quanto spende oggi d sistema della ricerca italiano per abbonamenti a riviste scientifiche?

"Secondo alcune stime, le sole università spendono in abbonamenti a riviste scientifiche in formato elettronico almeno 70 milioni di euro all'anno. A tale cifra andrebbe poi aggiunta la spesa sostenuta dagli enti di ricerca. Bisognerebbe anche tener conto del fatto che i grandi editori commerciali Impongono agii autori che chiedono di poter redistribuire ad accesso aperto i loro contributi un costo ulteriore, che può arrivare fino a 5.000 euro ad articolo. Gli abbonamenti alle maggiori riviste elettroniche commerciali possune arrivare ad assorbire fino al 70% delle risorse destinate ai servizi bibliotecari".

L'open access è compatibile con il diritto d'autore?

"Da più parti è stato rilevato che la normativa internazionale e nazionale relativa ai diritti patrimoniali si è evoluta in senso fortemente restrittivo rispetto alle esigenze della scienza e che appare per alcuni versi obsoleta rispetto al nuovo contesto tecnologico determinato dalle tecnologie digitali e in particolare da Internet. Le criticità riguardano innanzitutto i contratti di licenza e le misure tecnologiche di protezione. Di fatto, le licenze di accesso e i relativi divieti possono confliggere con gli interessi degli stessi autori e delle loro istituzioni. Gli editori tendono ad impedire qualsiasi uso del testi da parte degli autori che hanno dovuto cedere i diritti per essere pubblicati pensi che in certi casi gll autori hanno difficoltà a rendere disponibili gli articoli che hanno scritto anche ai volontari designati dalle loro Università o dall'Agenzia di valutazione nazionale".

ll governo italiano può contribuire concretamente a facilitare questo passaggio, anche per recuperare i fondi destinati oggi agli abbonamenti?

"Il contributo del governo italiano è cruciale per assicurare il pieno recepimento delle raccomandazioni europee e attuare, di concerto con gli altri paesi europei, comuni politiche di pubblicazione ad accesso aperto del risultati originali della ricerca scientifica, dei dati e dei metadati, di fonti, di rappresentazioni digitali grafiche, di immagini e materiali multimediall scientifici".

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Raccolta firme per la Legalizzazione della Cannabis ad Arzignano (VI)

Gio, 16/06/2016 - 22:28
Raccolta firme per la Legalizzazione della Cannabis ad Arzignano (VI)G. Milan16 Giu 2016

Legalizziamola  per tutte le persone che ne hanno bisogno !

Ad Arzignano ( VI ) la raccolta di firme per per la 

 

    “Proposta di Legge di iniziativa Popolare “ 

 

Sabato 25 giugno in Via Roma a Tezze di Arzignano

 

Domenica 26 giugno in P.zza Libertà 

 

Dalle ore 8.30 - 13.

 

Le altre date del mese di Luglio saranno comunicate in seguito . 

 

   

 

AllegatoDimensione Legaliz.Tavolo Arzigano 11.06.16.jpg845.65 KB
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A casa di Ed e Nichi: "Fuggiti in Canada per garantire futuro e diritti a nostro figlio Tobia"

Gio, 16/06/2016 - 16:22
A casa di Ed e Nichi: "Fuggiti in Canada per garantire futuro e diritti a nostro figlio Tobia"Repubblica16 Giu 2016Francesco MerloGestazione per altri

Quella di Nichi ed Ed è una famiglia. Una famiglia che racconta una storia: quella della costruzione di un amore, della nascita di un figlio, della dolcezza di essere genitori. Si può essere d'accordo oppure no, ma non c'è niente di diabolico, immorale, osceno in questa storia: è la storia di un amore, e l'amore non può mai essere una vergogna.

Nella villetta di mattoni rossi, nella zona nord di Montréal, Nichi Vendola mi dice che mai, quando era ragazzo a Terlizzi, avrebbe potuto immaginare "di avere un giorno un marito canadese e un figlio americano". Tobia non è nato qui, ma a Sacramento. E l'atto di nascita è stato compilato all'anagrafe californiana dove "la legge consente di scrivere quello che vuoi".

Il padre biologico è Ed Testa. "In questo modo Tobia è più tutelato e non solo perché Ed è canadese e italiano e dunque assicura a Tobia altri due passaporti". Il cognome? "È Testa e non Vendola". Dunque c'era una volta... "C'era una volta un pezzo di legno e due Geppetto. Ti presento Tobia Antonio Testa, figlio di due papà".

Lo porterai in Italia? "Sì, verremo prima della fine del mese. Ma non permetterò che il mondo gli diventi ostile appena tenterà di entrarvi". Scappato da Terlizzi ti sei rifugiato qui in Canada, nella patria dei diritti. "Ammetto che non c'è niente di simile nel vecchio comunismo. Ma io mi sono battuto per i diritti civili per tutta la vita e ho vissuto sulla mia pelle la vergogna per gli insulti sulla mia sessualità". C'è il tuo corregionale Salvemini e, con un po' di audacia, si può paragonare il tuo Canada alla sua Harvard: sembri più un radicale che un comunista, più Pannella che Berlinguer. "Guarda che io e Ed non vogliamo fare i testimonial di una battaglia di civiltà. Vogliamo solo vivere in pace". Anche a costo di rinunciare all'Italia? "Ho comprato casa a Terlizzi, a duecento metri dal luogo dove nacque mia madre, conosco tutti e tutti mi vogliono bene. A Roma abbiamo un piccolissimo appartamento in centro. Ma non permetteremo che il corpo di nostro figlio diventi una bandiera dei diritti civili". Meglio la fuga? "Meglio tornare a ottomila chilometri dall'Italia in questa casetta piccolina in Canadà che è piena di grazia italiana".
Mobili di legno chiaro, profumi buoni, grande pulizia, niente ninnoli, un tavolo trasformato in fasciatoio, due altoparlanti che diffondono musica classica e lirica. Nichi ha una crisi di rabbia parlando dell'Italia. In un angolo del giardinetto ha curato l'orto: cipolle, aglio, bieta, sedano, melanzane, fagiolini, cinque tipi di pomodori, misticanza, le lattughe, il bok choy che è un cavolo cinese. Dice con un sorriso amaro: "Non c'è una sola erbaccia, qui".
Anna, che è la nonna di Tobia, ha cresciuto due figli in questa villetta: "Adesso fanno solo condomìni. Queste furono costruite per i veterani della seconda guerra mondiale". È una piccola signora energica, con due grandi occhi scuri, il bel viso pallido e forte. "Per noi è come un dolce paesaggio rassicurante. Con mia madre si capivano con un'occhiata. Io e Ed non abbiamo mai avuto segreti con le nostre mamme". Adesso che a 67 anni è stata pensionata dalla banca per la quale lavorava, nonna Anna aiuta a crescere il bimbo di Nichi e del suo Ed, che è il diminutivo di Eduardo, "uno zio di mio marito". Il nonno, Antonio, è un signore grande e grosso, ha 80 anni e fa il barbiere. Lei viene dall'Abruzzo, lui della provincia di Latina. Nonna Anna è ossessionata dal freddo alle orecchie e dunque di soppiatto, ogni volta che può, copre Tobia col cappellino. L'altra nonna, la mamma di Nichi, è morta 70 giorni prima che nascesse Tobia: "Si era ripresa da tutti i malanni del mondo, anche dall'infarto, ma un'infezione trasmessa con il catetere le fu fatale. La riportammo a casa dove, una a una, ha voluto salutare tutte le persone che l'avevano amata. Sono venuti in più di cento". Le sue ultime parole sono state: "Non permettere che vi facciano del male". Aveva 91 anni.
Nel quartiere della piccola Italia l'arrivo di Tobia "è stato festeggiato come un dono di Dio". La signora Brigida, la signora Carmela e tutte le altre mamme hanno fatto piangere Ed di commozione e di gioia. C'è il bar Italia, dove si aggirano ceffi poco raccomandabili, "qui purtroppo ci sono sia la 'ndrangheta sia Cosa nostra". Famosa in tutta la città è la salumeria Milano "dove ho avuto il mio primo lavoro, da commesso ", racconta Ed che poi si è laureato in Economia e Commercio ma, dopo alcuni anni in una società di marketing, si è messo a studiare grafica: "Sino alla partenza lavoravo da casa con lo studio di Milano Leftloft ". Ed ha 37 anni, Nichi 58, Tobia tre mesi e mezzo.
Ed e Nichi chiamano zia la Donatrice; e "la nostra Grande Madre" è la Portatrice. Mi mostrano foto e video della loro strana famiglia. "Dimmi se queste non sono immagini benedette dalla grazia". Vedo carezze, abbracci, risate, tanti piccoli e banali gesti romantici. E intanto, accanto a me, Nichi tende Tobia a Ed che allunga subito le braccia. "A Sacramento abbiamo trascorso la più lunga attesa della nostra vita in casa di una coppia gay che ci ha ospitato senza neppure conoscerci. Si chiamano entrambi Bill, hanno più di 60 anni, stanno insieme da quando erano ragazzi, e ci hanno offerto ospitalità per solidarietà allegra e naturale, come se fossimo amici di vecchia data. Pensa cos'è questo nostro mondo: ci hanno fatto trovare anche una culla e un fasciatoio ". Soccorso gay? "Amici di amici. Dall'Italia mi arrivava il rimbombo delle volgarità che mi rovesciavano addosso. C'è qualcosa di storto nel mio Paese che mi ha fatto piangere di dolore. In quei giorni avevo chiuso ogni rapporto con l'Italia. Non rispondevo neppure ai messaggi". Come passavate il tempo a Sacramento? "A entrambi piace molto cucinare. E dunque facevamo una specie di gara nevrotica. Poi, come mi capita nei momenti delicati, tra la morte di mia madre e la nascita di mio figlio ho scritto poesie, che ora sono in mano all'editore".
Avete assistito al parto? "Siamo arrivati un minuto dopo. Avevamo fatto le prove: venti minuti di una strada tutta dritta. Il marito di Thelma, la gestante, ci ha mandato un messaggio: the baby is coming. E, poco prima dei venti minuti: the baby has arrived". Parto naturale? "Sì. E velocissimo". Quando vi hanno dato il bambino? "L'indomani. Ma non siamo partiti subito. Abbiamo trascorso molto tempo con Thelma e la sua numerosa e bella famiglia". È stato allattato al seno? "No. Ma per un po' Thelma ci ha mandato il latte".
Utero in affitto? "Capisco che, a parte la bestialità razzista e omofoba ci sia un pezzo d'Italia per bene che possa sentirsi disorientata. E capisco che si spacchino anche la sinistra e il femminismo. Penso che se vedessero, se giudicassero in concreto e non in astratto, capirebbero tutto subito. Prima di decidere, noi abbiamo frequentato molto le famiglie arcobaleno. Avevo i dubbi della mia generazione. Ma è la realtà che ci ha mostrato la strada. La gestazione per altri è la risposta della scienza al bisogno di famiglia, è una difesa della famiglia, che va protetta dalla violenza contro le donne, dal femminicidio, dalla sordida prepotenza domestica, non dalla scienza. La maternità surrogata è praticata soprattutto dalle coppie eterosessuali ed è probabile che tra una ventina di anni, come prevede Umberto Veronesi, sarà molto diffusa e anche in Italia si riderà di tutte queste resistenze. Qui in Canada, come in gran parte del mondo evoluto, nessuno capirebbe le vignette, i titoli dei giornali, gli editoriali infiammati contro la scienza. Certo, è chiaro che possono esserci abusi, come in tutte le cose, come nel trapianto di organi per esempio. Per questo ci vogliono buone leggi, e molta vigilanza". Forse più che la gestazione surrogata, in Italia, che è il paese delle mamme, si stenta ad accettare la famiglia con due papà.

"Ma davvero pensi che dipenda dal sesso il famoso doppio registro psicologico? Non ti sembra superata anche come stereotipo l'idea che la grazia sia femminile e la forza sia maschile, o che siano di genere la malinconia e il coraggio, l'ironia e l'intelligenza, la tenerezza della mamma e la severità del papà? E davvero pensi che io, Ed e Tobia siamo una minaccia per la famiglia?".
A quattro mani fanno il bagno a Tobia, poi lo cambiano, lo puliscono, gli danno la poppata, lo chiamano con soprannomi da burla, gli cantano la ninna nanna, e ancora: moine, baci, carezze con mani di padre che piacerebbero a Rilke il quale benediceva solo le mani delle madri. Il bimbo ha gli occhi blu, sorride spesso, l'ho sentito piangere poco: "Io credo - dice Nichi - che quando piange c'è sempre una ragione, e mi sforzo di capire qual è finché i suoi occhi tondi non si posano, acquietati, su di me".
"Dio - ha detto Papa Francesco - è la mamma che canta la ninna nanna al bambino e prende la voce del bambino e si fa piccola come il bambino e parla con il tono del bambino al punto di fare il ridicolo se uno non capisse cosa c'è lì di grande". Ruoli fissati dalla natura? "Non solo paternità e maternità sono fatte di esperienze e non di Dna, ma anche per diventare fratello e sorella oggi non basta l'acido desossiribonucleico, bisogna cercarsi e costruirsi".
La donatrice è una bella ragazza di 26 anni, mamma di una bambina bionda. La gestante, con il bel faccione allegro, "è un'assistente sociale di 29 anni, mamma di tre figli ". Entrambe sono americane. "Ecco, questa è la casa a tre piani del quartiere residenziale di Sacramento dove la portatrice vive con la sua famiglia. Ti sembrano poveri? ". Mi mostrano poi le foto con il pancione di sei mesi: "Ospitare la vita è stato per lei un incantesimo d'amore. Ci sono donne che pensano che aiutare chi non può avere figli sia bello, nobile e generoso. C'è una chat dove discutono tra loro. La nostra portatrice è stata spinta dalla cugina che l'aveva già fatto. Poi intervengono gli esperti, gli psicologi, i medici. Lei sente di avere un legame con Tobia. E anche la donatrice. Ma nessuna delle due pensa o sente di esserne la madre. Tutto è chiaro e pulito e noi vogliamo che Tobia, crescendo, possa conoscere e capire la sua storia biologica". E il marito di Thelma cosa dice? "Dice che sua moglie è felice quando è incinta. E ride e mi abbraccia quando gli racconto che c'è qualcuno nel mio Paese che sostiene che è il diavolo che lavora in lei, e che io gli compro i bambini. Ci frequentiamo più che possiamo, quando siamo andati via hanno fatto una festa in nostro onore. Osserva in questo video come tutti coccolano Tobia. Provo un senso di umiliazione a giustificarmi, ma sono fiero di spiegare: so che se non avessimo fatto quel che abbiamo fatto, Tobia non ci sarebbe".
E di nuovo parliamo di fuga. Montréal è la città dei diritti, ci sono persino i bagni per trans, qui è nato il primo ministro che accoglie i profughi siriani dicendo loro: "Non siete ospiti, questa città è vostra. Prendetevela". Nell'immensa letteratura sulle fughe c'è anche Mediterraneo, l'Oscar di Salvatores, il film per chi rimane imprigionato dall'esilio. "Prendila come una battuta, ma la fuga che mi somiglia di più è la fuga in Egitto. Anche io come Giuseppe sono padre putativo". Nell'Antico Testamento ci sono le madri sterili, Sara, Rebecca, Rachele, che - ha scritto Massimo Recalcati, "diventano madri grazie a una Legge che infrange la Legge di Natura e dunque sposta l'accesso alla maternità dalla natura al desiderio".
Egoismo? "Il desiderio di paternità è il contrario dell'egoismo. Prima pensavamo all'adozione. Stiamo insieme da dodici anni e volevamo un figlio. Sia per gli eterosessuali, sia per gli omosessuali, sia per i padri sterili e sia per quelli fertili la voglia di avere figli è amore per la vita, il presupposto per la sopravvivenza dell'umanità".
Mi mostrano le foto di Tobia che, appena nato, è adagiato su Thelma. "Ne abbiamo incontrate tante, e Thelma tante volte, prima di scegliere. L'agenzia di Sacramento è molto seria e le leggi californiane non consentono quel mercato che ci fa orrore e che viene praticato in altri Paesi, più poveri, in India, in Ucraina ...".
Ma quanto avete pagato? "Ovviamente abbiamo pagato il ricovero che in America è molto costoso e poi tutte le cure mediche e le medicine, un rimborso per gli abiti prémaman, il rimborso per la lunga assenza dal lavoro, e infine una piccola cifra per la famiglia. Anche il marito, durante i nove mesi, si è spesso assentato dal lavoro. Fa l'operaio chimico".
Italia o Canada? Nichi e Ed hanno firmato molte carte private. Le famiglie arcobaleno hanno prodotto una nuova branca del diritto perché in Italia tutto finisce sempre ad avvocati. Nichi è il tutore. Poi chiederà l'adozione di Tobia, figlio del compagno. Molti tribunali la concedono, e si aspetta in questi giorni una sentenza della Cassazione. "Noi rispettiamo le leggi di ciascun Paese ", dice Nichi. Ma, al di sotto della legge, in Italia, tra i tanti depositi della memoria collettiva, tra pulsioni omofobe e stracattolicesimo, c'è anche la vecchia retorica morbosa sul figlio della colpa, il feuilleton, i polpettoni di Amedeo Nazzari, i rotocalchi, Coppi e la dama bianca che solo fuggendo all'estero (Argentina) ottenne per il figlio il diritto al cognome del padre campione, e si va avanti stancamente sino a Maradona, Baudo, Sgarbi e persino Pannella... Oggi i figli della colpa sono quelli delle coppie omosessuali, dell'eterologa, della gestazione per altri. E il tranquillo Tobia Testa (forse) Vendola rischia di incarnare e di infiammare in chiave post moderna il peggio del ghigno popolare: "Ma non è detto che ci resteremo". 
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Campania, fecondazione assistita appello a De Luca per le cure

Gio, 16/06/2016 - 13:12
Campania, fecondazione assistita appello a De Luca per le cureIl Mattino15 Giu 2016Centri di Pma

L'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, con le associazioni L'altra cicogna, Hera, Aidagg, Amica Cicogna, Sos infertilità, hanno chiesto un incontro al governatore Vincenzo De Luca, e inviato un atto di diffida affinché la Regione si adegui agli obblighi previsti dalla legge 40 in materia di fecondazione assistita

La Campania vede attualmente in vigore linee guida regionali sulla fecondazione assistita emanate nel 2003, mentre la legge 40 prevede all’articolo 10 che le Regioni entro 3 mesi dall'entrata in vigore "definiscano con proprio atto" i criteri tecnici dei centri con "linee guida regionali" in linea con legge 40 e linee guida nazionali previste dalla stessa legge.

Inoltre, si legge in una nota diffusa dall'associazione, «sebbene l'ex presidente della Regione Campania Stefano Caldoro avesse sottoscritto la delibere della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome del 4 e del 25 settembre 2014 assumendosi l'impegno formale a consentire l'esecuzione delle tecniche di PMA omologa ed eterologa anche mediante meccanismi di mobilità interregionale, non ha mai fatto seguire alcuna delibera regionale di recepimento come è avvenuto nelle altre regioni».

In particolare la delibera della Conferenza delle Regioni prevede che “ribadito il principio di considerare la PMA (sia l’omologa che l’eterologa) un LEA, in attesa, come richiesto, del loro inserimento nel DPCM sui livelli essenziali di assistenza”, definendo “per questa fase transitoria una tariffa unica convenzionale che quantifichi i costi per queste attività anche al fine di regolare le eventuali compensazioni relative alla mobilità interregionale”. Tale documento prevede inoltre convenzioni comuni, rimettendo però a ciascuna Regione la questione della compartecipazione alla spesa, pur nella condivisione del principio che essa avrebbe riguardato “la somma dei ticket per le prestazioni previste ed effettuate per questa tecnica di fecondazione nel rispetto dell’attuale normativa in materia di specialistica ambulatoriale. 

Accusa l'associazione: «Si tratta di un inadempimento gravissimo che oramai da troppo tempo lede i diritti dei cittadini campani, tanto è vero che i rimborsi a carico dei Lea regionali sono bloccati e non sono applicate tutte le tecniche di fecondazione medicalmente assistita disponibili nel pubblico dove vi sono lunghe liste di attesa e i pazienti, a causa del blocco dei rimborsi, non possono neppure recarsi in altre regioni dove oltre alle strutture pubbliche sono presenti anche strutture private convenzionate». Conclusione: «Siamo consapevoli che tale situazione è pre esistente a questa consiliatura, ma va risolta e pertanto chiediamo al  presidente Vincenzo De Luca, di intervenire immediatamente affinché le coppie infertili e sterili campane possano accedere alla fecondazione medicalmente assistita come nelle altre regioni e sia affermato il loro diritto di accesso alle cure».

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Cannabis terapeutica, la Regione Marche deve rispettare gli impegni presi

Mer, 15/06/2016 - 15:59
Cannabis terapeutica, la Regione Marche deve rispettare gli impegni presiRenato Biondini15 Giu 2016Cannabis terapeutica

 

Comunicato  stampa     

Ancona15giugno2016                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

 Cannabis terapeutica, la Regione Marche deve rispettare gli impegni presi

Mentre  nel mondo si discute, studia, dibatte, depenalizza, legalizza e riconosce le qualità' ed i benefici della cannabis per uso medico,  mentre  altre amministrazioni regionali si stanno adeguando e legiferando su questo tema, noi nella Regione Marche,  abbiamo una legge, la n1 del 22 Gennaio 2013 che, nonostante sia stata votata ed approvata con larga maggioranza, nonostante i vari solleciti e le richieste giunte da diverse fonti, giace inapplicata ed 'inapplicabile' perché dopo tre anni ancora non sono stati approvati gli indirizzi attuativi. Insieme alla legge in questione, riposano in pace i diritti e le sofferenze dei tanti malati, con le più' svariate patologie, che da questo tipo di terapia traggono benefici innegabili.

La cannabis infatti è una pianta dalla quale, oltre a sostanze psicoattive come la marijuana e hashish, è possibile derivare anche dei prodotti per uso terapeutico legato alle sue proprietà analgesiche, sedative e miorilassanti.

Con la cannabis si possono  curare  dolori da tumore, la Sla, la sclerosi multipla, alcune neuropatie (ad esempio quelle derivanti da schiacciamento delle vertebre), la stimolazione dell’appetito nei pazienti affetti da Aids,  può essere utile anche alla cura delle forme di dolore cronico refrattario di origine reumatologica (per esempio la fibromialgia), al morbo di Crohn, all’asma bronchiale, al glaucoma, ad alcune forme di epilessia resistenti ai farmaci, alla cura dell’ansia e dell’anoressia.

Il Consiglio Regionale delle Marche, l’ 8 marzo scorso, ha  approvato una mozione  presentata dalla consigliera Pergolesi (M5S), che  impegna la Giunta ad emanare entro tre mesi le linee procedurali  per l’applicazione della legge regionale 1/2013.

Siccome i tre mesi sono scaduti, chiediamo con forza che la Giunta Regionale delle Marche emani al più presto queste linee procedurali,  dando  la possibilità a molti malati di beneficiare di queste cure farmacologiche, che tra l’altro vanno a favore di persone che hanno delle gravi patologie croniche,  Ci rivolgiamo a tutti i cittadini, ai singoli malati, alle associazioni che li rappresentano, a tutte le forze politiche e in particolare ai vari assessori regionali e al Presidente della Giunta Ceriscioli  affinché si adotti con urgenza le linee procedurali per l’uso terapeuttico della cannabis. Quanto  si deve ancora attendere  per rispettare il diritto di cura dei malati? Visto la vastità del suo utilizzo potenziale e considerato che ci sono delle persone malate che chiedono di far uso di questi medicinali, cosa aspetta la Regione Marche ad applicare la  sua stessa legge?

Renato Biondini segretario cellula di Ancona associazione Coscioni

email  cellulacoscioniancona@gmail.com 

 cell. 339 6035387

  

Luciano Postacchini   presidente associazione Di Sana Pianta 

email  disanapianta@inetmail.it      cell.  3398996768

 

 

 

 

 

 

 

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Fecondazione, oggi parte diffida contro regione Campania

Mer, 15/06/2016 - 13:10
Fecondazione, oggi parte diffida contro regione CampaniaRegioni.it14 Giu 2016Centri di Pma

Filomena Gallo, segretario dell'Associazione Luca Coscioni, annuncia l'invio di una diffida contro la Regione Campania per i mancati adempimenti sulla procreazione medicalente assistita. 

"Oggi pomeriggio invieremo una diffida alla Regione Campania per i mancati adempimenti sullaprocreazione medicalente assistita". Lo annuncia all'Ansa Filomena Gallo, segretario dell'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, a margine della presentazione del libro a cura di Gianni Baldini 'Persona e famiglia nell'era del Biodiritto' che si è svolta oggi in Senato.

"La Campania - spiega l'avvocato Gallo - è una delle cinque regioni che non ha recepito il documento emanato dalla Conferenza delle Regioni per l'applicazione dell'eterologa nelle strutture pubbliche. Ma ha anche un altro demerito, quello di non aver mai aggiornato le linee guida regionali sulla procreazione assistita ed inoltre non la prevede nei Livelli assistenziali di assistenza regionali. Tanto è vero che attualmente sono bloccati i rimborsi e i cittadini non possono andare neanche in altre regioni".

"Chiediamo al presidente della Campania con deleghe alla salute Vincenzo De Luca, che ha trovato questa situazione preesistente - prosegue - di convocare un tavolo di lavoro affinché in tempi brevi sia riportata legalità rispetto alle linee guida e giusta assistenza per le coppie".

Scaduti i 90 giorni previsti dalla diffida, presentata insieme alle associazioni L'Altra Cicogna, Aidagg, Hera Onlus e Sos Fertilità, "se non avremo risposte, saremo costretti a intraprendere vie giudiziarie". Come annunciato, conclude, "seguiranno diffide nei confronti di Calabria, Basilicata, Puglia e Sardegna".

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La tecnica di fecondazione a tre è sicura

Mer, 15/06/2016 - 12:57
La tecnica di fecondazione a tre è sicuraWired9 Giu 2016Anna Lisa BonfranceschiFecondazione assistita

Su Nature la prova che la tecnica di fecondazione a tre, autorizzata in Gran Bretagna per combattere la trasmissione di alcune malattie da madre a figlio, è sicura. Ma serviranno altre prove per procedere a livello clinico

Lo scorso anno la Gran Bretagna ha legalizzato la fecondazione assistita a tre, ovvero con dna proveniente da due donne e un uomo. Un modo per impedire che alcune malattie passino di madre in figlio. Una decisione che non aveva mancato di suscitare dibattito, etico e scientifico, relativamente alla sicurezza della procedura. Uno studio pubblicato su Nature da alcuni scienziati del Wellcome Trust Centre for Mitochondrial Disease della Newcastle University prova a risolvere alcuni punti della discussione, mostrando che la procedura è sicura e che porta all’evoluzione di embrioni normali, e potenzialmente di gravidanze normali.

Prima di entrare nel merito dello studio ricordiamo brevemente cosa significa fecondazione a tre. Esistono alcune malattie ereditarie a trasmissione materna dovute ad alterazioni dei mitocondri, gli organelli contenuti nelle nostre cellule (ovocita compreso) proverbialmente noti come le centrali energetiche delle cellule. Si parla di trasmissione materna perché all’atto di formazione dello zigote, la nuova cellula da cui ha origine la formazione dell’embrione, tutti i mitocondri vengono ereditati dall’ovocita materno.

Ovvero tutti quelli che andranno a costituire le cellule dell’embrione prima, e dell’individuo poi avranno origine materna. Il che significa che se alcune alterazioni erano presenti all’origine si manifesteranno anche nel nuovo individuo. Una possibile soluzione al problema consiste nel prelevare il dna dei due genitori dallo zigote appena formato e trasferirli in una cellula uovo (a sua volta privato di nucleo) di una donatricemitocondrialmente sana.

Una tecnica nota come trasferimento pronucleare (in particolare terapia per la sostituzione dei mitocondri o mitochondrial replacement therapy) e già applicata in diversi mammiferi (e tentata con alcune variazioni anche su ovociti umani). Il dna contenuto nei mitocondri (anch’essi ne hanno uno proprio) non è che una piccolissima parte del dna totale, ma in questo modo si evita la trasmissione di malattie mitocondriali da madre a figlio.

Lo studio pubblicato oggi su Nature mostra che la tecnica del trasferimento pronucleare funziona su ovociti umani sani se viene applicata molto precocemente, circa 8 ore dopo la fecondazione invece che 24. Funziona equivale a dire che l’ovocita così fecondato si sviluppa fino allo stadio di blastocisti senza osservare anomalie. E senza portarsi dietro (se non per percentuali irrilevanti, inferiori al 2%) dna mitocondriale nel nuovo ovocita nella stragrande maggioranza dei casi (circa 80%), come hanno dimostrato i ricercatori facendo esperimenti su oltre 500 ovociti umani.

I risultati, sebbene preclinici, mostrano come il trasferimento pronucleare precoce abbia davvero le potenzialità di ridurre il rischio di trasmissione delle malattie mitocondriali, anche se la tecnica va ancora ottimizzata, soprattutto per mantenere il cotrasferimento del dna mitcondriale il più basso possibile.

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Mina Welby parteciperà al Convegno "Liberi fino alla fine" a Bari

Mer, 15/06/2016 - 12:00
Eutanasia

Mina Welby, Co-Presidente dell'Associazione Luca Coscioni, parteciperà al Convegno "Liberi fino alla fine" a Bari insieme a Maria Schirone, Michele Macelletti, Carolina Velati, Renato Laforgia e Giovanni Caito.

Per il programma completo: 

 

Data: Giovedì, 23 Giugno, 2016 - 17:30 to 19:30Città: BariIndirizzo: Aula Magna Ateneo di UNIPGOrganizzatore: Associazione Luca Coscioni, UAAR, Link, Radicali Bari
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Fecondazione, Associazione Luca Coscioni diffida Regione Campania e chiede incontro a De Luca "13 anni di ritardo su Linee Guida, si metta in regola per garantire pieno accesso PMA"

Mar, 14/06/2016 - 17:21
Fecondazione, Associazione Luca Coscioni diffida Regione Campania e chiede incontro a De Luca "13 anni di ritardo su Linee Guida, si metta in regola per garantire pieno accesso PMA"Associazione Luca Coscioni14 Giu 2016Fecondazione assistita

Dichiarazione di Filomena Gallo, segretario Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, soggetto costituente il Partito radicale

L'associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, con le associazioni L'altra cicogna, Hera, Aidagg, Amica Cicogna, Sos infertilità, hanno congiuntamente chiesto un incontro al Presidente della Regione Campania con funzione anche in materia di sanità, Vincenzo De Luca, e inviato un atto di diffida affinché la Regione si adegui agli obblighi previsti dalla legge 40 in materia di fecondazione assistita. 

La Campania vede attualmente in vigore linee guida regionali sulla fecondazione assistita emanate nel 2003, mentre la legge 40 prevede all’articolo 10 che le Regioni entro 3 mesi dall'entrata in vigore "definiscano con proprio atto" i criteri tecnici dei centri di PMA "linee guida regionali" in linea con legge 40 e linee guida nazionali previste dalla stessa legge.

Inoltre, sebbene l'ex presidente della Regione Campania Stefano Caldoro avesse sottoscritto la delibere della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome del 4 e del 25 settembre 2014 assumendosi l'impegno formale a consentire l'esecuzione delle tecniche di PMA omologa ed eterologa anche mediante meccanismi di mobilità interregionale, non ha mai fatto seguire alcuna delibera regionale di recepimento come è avvenuto nelle altre regioni. In particolare la delibera della Conferenza delle Regioni prevede che “ribadito il principio di considerare la PMA (sia l’omologa che l’eterologa) un LEA, in attesa, come richiesto, del loro inserimento nel DPCM sui livelli essenziali di assistenza”, definendo “per questa fase transitoria una tariffa unica convenzionale che quantifichi i costi per queste attività anche al fine di regolare le eventuali compensazioni relative alla mobilità interregionale”. Tale documento prevede inoltre convenzioni comuni, rimettendo però a ciascuna Regione la questione della compartecipazione alla spesa, pur nella condivisione del principio che essa avrebbe riguardato “la somma dei ticket per le prestazioni previste ed effettuate per questa tecnica di fecondazione nel rispetto dell’attuale normativa in materia di specialistica ambulatoriale. 

Si tratta di un inadempimento gravissimo che oramai da troppo tempo lede i diritti dei cittadini campani, tanto è vero che i rimborsi a carico dei Lea regionali sono bloccati e non sono applicate tutte le tecniche di fecondazione medicalmente assistita disponibili nel pubblico dove vi sono lunghe liste di attesa e i pazienti, a causa del blocco dei rimborsi, non possono neppure recarsi in altre regioni dove oltre alle strutture pubbliche sono presenti anche strutture private convenzionate (in Campania non ci sono neppure strutture private convenzionate, come in Toscana e Lombardia).

Siamo consapevoli che tale situazione è pre esistente a questa consiliatura, ma va risolta e pertanto chiediamo al  presidente Vincenzo De Luca, di intervenire immediatamente affinché le coppie infertili e sterili campane possano accedere alla fecondazione medicalmente assistita come nelle altre regioni e sia affermato il loro diritto di accesso alle cure.

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Questa cura è un'Ecstasy

Mar, 14/06/2016 - 13:15
Questa cura è un'EcstasyLa Repubblica14 Giu 2016Elena DusiRicerca sulle droghe

Era una cena di raccolta fondi particolare, quella organizzata lo scorso 17 aprile a Oakland, California. I 900 partecipanti sono riusciti a mettere insieme 400mila dollari per acquistare un chilo di Melma: metilenediossimetanfetamina, meglio nota come ecstasy.

Gli organizzatori non avevano in mente uno sballo collettivo. La Maps ( Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies) è un'associazione americana che lavora alla luce del sole. Al momento vuole completare - tra le altre cose - una sperimentazione clinica con l'Mdma per combattere il disordine da stress post-traumatico. I test hanno già superato le prime due fasi. Manca quella finale, la più onerosa. Se i benefici per i pazienti dovessero essere confermati, l'ecstasy potrebbe uscire dall'illegalità totale ed essere ammessa per la cura di alcuni disturbi.

A Londra, l'Imperial College ha pubblicato uno studio sulla psilocibina (il principio attivo dei "funghi magici" ), usata contro la depressione in un gruppo di 12 pazienti resistenti a tutti i farmaci. L'esperimento è uscito su The Lancet: nessun effetto collaterale e qualche miglioramento, sia pur da quantificare meglio. Test precedenti avevano trovato questa sostanza efficace contro dipendenza da alcol, tabacco, disturbi ossessivo compulsivi e ansia nei malati terminali.

Esattamente un mese prima era stata l'ayahuasca a uscire dalla clandestinità ed entrare nei laboratori medici. All'università di San Paolo l'hanno somministrata a 17 pazienti gravemente depressi, osservando il loro cervello con la Pet e riscontrando, come riferito sul Journal of Clinical Psycho-pharmacology, «significativi miglioramenti del tono dell'umore già da 80 minuti dopo l'assunzione e fino a tre settimane».

Dagli anni in cui le autorità americane si imbarcavano nella guerra agli psichedelici definendoli «più pericolosi del Vietnam», qualcosa sta forse cambiando. I ricercatori affrontano la burocrazia di comitati etici, autorità regolatrici e agenzie di sicurezza per ottenere un permesso di ricerca. Poi contattano i rarissimi produttori che si fanno pagare a peso d'oro le sostanze (per lo studio sulla psilocibina si è attivata la The-pharm di Francoforte, specializzata in cannabis medica ), le trasportano accompagnate da fasci di carte bollate e accettano le ispezioni della polizia nei laboratori. Accade in Gran Bretagna, Usa, Svizzera.

In Italia, un gruppo della Sapienza di Roma coordinato dal neurologo Cherubino Di Lorenzo ha pubblicato l'anno scorso su Cephalalgia una ricerca su 54 pazienti colpiti dalla cefalea a grappolo, che per trovare sollievo hanno fatto ricorso (autonomamente) a psilocibina, Lsd, Isa (la sua versione naturale) e perfino eroina e cocaina.

«Ne hanno avuto benefici nel 75% dei casi. E così vediamo avvocati, manager e padri di famiglia costretti a calarsi nel mondo degli spacciatori», racconta Di Lorenzo. «Una paziente va periodicamente in una clinica di Hannover per procurarsi l'Lsd. Un altro è finito nei guai con l'Interpol perché spediva ad altri malati funghi allucinogeni», racconta. Provare a organizzare una sperimentazione per rendere legale l'assunzione di queste droghe per scopi medici si è rivelato impossibile. «Non siamo riusciti nemmeno a sapere quali fossero le autorizzazioni da richiedere e a chi per poter avviare uno studio del genere, né come fare per importare legalmente le sostanze», spiega il medico.

Sul perché le sostanze psichedeliche funzionino contro la depressione in tanti hanno detto la loro. Ma una certezza scientifica - anche a causa delle difficoltà di ricerca - ancora non esiste. Micaela Morelli, farmacologa dell'università di Cagliari, sperimenta l'ecstasy sui topolini: «Stimola la serotonina, che è carente nei depressi ed è importante nella regolazione del ritmo sonno-veglia e nel comportamento sessuale». Ma attenzione, metto in guardia, «assunte con continuità, sostanze come l'ecstasy producono la morte di alcuni neuroni. Singoli esperimenti possono avere successo. Ma pensare di curare una depressione con droghe psichedeliche è assai problematico». Bisognerebbe poter fare studi adeguati. 

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Un altro futuro per l'umanità

Mar, 14/06/2016 - 12:19
Un altro futuro per l'umanitàCorriere della Sera La Lettura12 Giu 2016Giuseppe RemuzziBioetica

In che mondo viviamo? E soprattutto in che mondo vivremo? Certo quello di oggi è molto diverso da quello dei nostri nonni; e da qui in avanti i cambiamenti saranno ancora più rapidi e molto più profondi. La nostra quotidianità è ormai legata al cellulare, ed è così dappertutto.

In India ci sono più cellulari di quante non siano le case dotate di servizi igienici, la tecnologia sta cambiando la nostra vita. E la cura delle malattie. In certe aree dell'Africa, dove i medici sono pochi e quei pochi sono lontani, ti cura il cellulare ancora prima del dottore. Chi l'avrebbe detto? E quello degli smartphone è solo un esempio.

Milioni e milioni di pagine web con foto e video accessibili a chiunque hanno già modificato i comportamenti di ciascuno di noi e stanno per condizionare le masse in modo che anche solo dieci anni fa nessuno avrebbe nemmeno potuto immaginare. Qualcuno sostiene che nel giro di vent'anni e forse anche prima il nostro mondo sarà popolato di robot intelligenti, più di quante non siano le automobili oggi e ce ne saranno in ogni famiglia, fabbrica, ufficio. Sarà un bene? Non lo so, non lo sa nessuno.

C'è anche chi è scettico: «Computer sempre più intelligenti non sapranno fare mai quello che fa il cervello dell'uomo». «Nemmeno se fossero miliardi di volte più veloci?», hanno chiesto a Stuart Russell, un professore di intelligenza artificiale di Berkeley. E lui: «Ci servirà solo ad avere qualche risposta sbagliata molto, ma molto più in fretta».

È con questi presupposti che «Nature» di questi giorni ha affrontato con l'aiuto di grandi scienziati un tema un po' speciale: provare a immaginare le conseguenze che potranno avere le decisioni che prendiamo oggi sulle generazioni future. È un esercizio che andrebbe fatto più spesso, specie da parte di chi si trova in posizione di responsabilità e soprattutto per quanto riguarda la salute.

Le due sfide più importanti? Cambiamenti del clima e povertà.

Se sapremo affrontarli insieme, sostiene Nicholas Stem che insegna politica ed economia a Londra, avremo un mondo sicuro e persino prosperità; se lasciamo andare le cose come vanno adesso, chi viene dopo di noi avrà enormi problemi e intere generazioni saranno a rischio. Quanto alle conseguenze delle immissioni di gas carboniosi nell'atmosfera, per esempio, i modelli impiegati finora dagli economisti non tengono conto di variabili che ai fini della salute dell'uomo sono molto rilevanti: i conflitti, per far solo un esempio, che sono ormai ovunque e gli spostamenti di chi fugge dalla povertà e dalle guerre. E non basta.

Quanti si ammaleranno in più per ogni grado di aumento della temperatura della Terra se non facciamo questo e quest'altro? E di che malattie? E quanti moriranno? E in che parte del mondo? Sono domande a cui finora pochissimi hanno provato a rispondere e non lo si è fatto nemmeno nella conferenza di Parigi del 2015. Come se la vita di chi verrà dopo di noi fosse meno importante della nostra.

Facciamo un esempio molto concreto. Immaginiamo un aumento della temperatura di 1,5-2 gradi; quando arriverà, le conseguenze non saranno uguali dappertutto. Intere aree del Bangladesh saranno soggette ad alluvioni. E lo stesso succederà in Egitto e in molte città e isole dell'Asia. L'Europa del sud, molta parte dell'Africa e delle Americhe andranno incontro a fenomeni di desertificazione. E tutto ciò indurrà migrazioni di massa. Questa volta saranno centinaia di milioni di persone a muoversi e i conflitti diverranno inevitabili. Siamo preparati? A giudicare da quello che sta facendo l'Europa a fronte di centinaia di migliaia di persone non mi pare proprio.

Non solo, ma c'è da fare i conti con la sovrappopolazione. Siamo in 7 miliardi e mezzo adesso e nel 2100 saremo 11 miliardi e 200 milioni, un aumento del 50 per cento. Chi crescerà di più in senso assoluto sarà l'Africa, sotto il Sahara — sono già un miliardo e arriveranno a 4 o poco meno — poi nell'ordine il Sud dell'Asia, l'India, il Pakistan e il Nord Africa incluso l'Egitto. Se non si fa qualcosa, tante persone così, in Paesi già molto poveri, saranno un ostacolo formidabile allo sviluppo di quelle aree del mondo e questo non va visto come un problema loro, perché metterà quasi certamente in crisi l'equilibrio globale.

L'unico modo per evitarlo è investire in educazione e pianificazione familiare, con un'attenzione speciale alle gravidanze indesiderate che nei Paesi poveri sono ormai più del 40 per cento del totale. Uno studio recente fatto a Taiwan e un altro fatto in Sud Corea hanno dimostrato come ci sia un rapporto diretto fra capacità di controllare le nascite e livello di benessere delle popolazioni.

Si è anche visto che non basta mettere a disposizione servizi e strumenti di contraccezione, è necessario coinvolgere la società nel suo complesso però dopo aver coinvolto i leader politici e le organizzazioni religiose, se no è tempo sprecato. L'hanno fatto nel 1977 nella regione di Matlab in Bangladesh: l'uso dei contraccettivi è passato dal 5 al 33 per cento e i bambini che sono nati hanno potuto avere un'educazione migliore. Lo stesso è successo più recentemente in Iran e in Ruanda.

Se lo si facesse in tutta l'Africa Sub-Sahariana le previsioni di crescita per il 2100 andrebbero riviste al ribasso (almeno un miliardo di persone in meno). Il fatto che l'uso dei contraccettivi in Asia e in America Latina sia in lento ma progressivo aumento fa sperare che presto possa succedere anche in Africa. Dove però si dovrà fare molto di più di quanto non sia stato fatto finora in termini di risorse da affidare ai ministeri della salute per educazione, implementazione di metodi contraccettivi e infrastrutture. Con l'obiettivo dichiarato che donne e uomini dei Paesi a maggiore rischio di crescita non controllata abbiano il diritto di scegliere liberamente quanti figli avere, quando e a che distanza uno dall'altro, insomma gravidanze indesiderate non ce ne dovrebbero più essere.

Succederà? Forse, a patto che le agenzie internazionali che si occupano di salute e i filantropi che hanno a cuore la sorte dei Paesi poveri dedichino attenzione a questo problema e siano consigliati meglio (l'inchiesta di «Nature» fa notare che la Banca mondiale ha migliaia di economisti fra i suoi dipendenti, ma pochissimi studiosi di sanità pubblica). Insomma la crescita demografica dovrebbe far parte dell'agenda dei politici di tutto il mondo come il primo dei problemi che potrebbero mettere a rischio il benessere delle società che verranno. Non ci potrà essere nessuna prospettiva di sviluppo per i Paesi emergenti se non si trova il modo di risolvere questo problema. Ce la faremo? Non lo so, non lo sa nessuno.

Ora, ammettiamo per un momento che si trovi il modo di contenere la crescita demografica; a quel punto ci si potrebbe cominciare a chiedere come saranno i bambini di domani. E non è una domanda retorica perché gli scienziati oggi sanno fare gene-editing (hanno imparato cioè a modificare il genoma, ci si possono inserire porzioni di Dna per esempio o rimuoverne altre, si può addirittura sostituire una parte di Dna — quella che contiene la variante genetica che si vuole eliminare — con una sana). Lo faranno davvero? E perché? Penso di sì e anche molto presto, con l'obiettivo di correggere anomalie genetiche, quelle che sappiamo essere responsabili di tante malattie rare.

Ma fare gene-editing vuol dire invariabilmente passare il gene nuovo, che abbiamo introdotto in un certo embrione al posto di uno malato, alle generazioni future. Insomma, quella modificazione genetica è per sempre. E i problemi etici? Se lo si fa per eliminare certe tare ereditarie, che se no si trasmetterebbero di padre in figlio, non vedo nessun problema. E a pensarci bene un po' lo si fa già. Quando per esempio selezioniamo gli embrioni della fecondazione in vitro per evitare di trasferire nell'utero della mamma quelli con alterazioni del Dna associate a malattie. Ma c'è chi è contro, e allora è bene pensarci adesso prima che la disponibilità di tecniche come Crispr-Cas9 (quella che consente gene-editing appunto) ci mettano di fronte a situazioni impreviste che poi si finisce per affrontare in emergenza sull'onda delle emozioni.

Nessuno dei genitori di bambini con malattie ereditarie ha dei dubbi sul fatto che, pur di correggere quell'alterazione, sarebbe disposto a qualunque manipolazione del Dna. E chi fa le leggi, a me pare, non può non tener conto del punto di vista dei genitori dei bambini che nascono (o nascerebbero) con tare ereditarie. Non solo, ma quando si discute di questioni etiche, la prima voce da ascoltare dovrebbe essere proprio quella degli ammalati. O no? Ma al mondo ci sono i Comitati di bioetica (e ce ne sono dappertutto) fatti spesso di professionisti del «no», anche contro l'interesse degli ammalati e il buon senso. E così l'Accademia nazionale di scienza e medicina degli Stati Uniti, insieme a quelle della Cina e della Gran Bretagna, ha chiesto una moratoria per questa tecnologia: non si farà per adesso.

Ma altri bioeticisti — anche loro non sono tutti uguali — e quasi tutti gli scienziati contestano questa presa di posizione per lo meno quando si è di fronte a gravi tare ereditarie che si potrebbero eradicare. «Perché no?», dicono i medici. In effetti non c'è nessuna ragione per non ricorrere a gene-editing, se questo potesse davvero eliminare tante malattie dalla faccia della terra.

Ma chi è contro per principio usa un altro argomento: «Dove poniamo il confine?». In altre parole cos'è la malattia? Potremmo considerare anche l'obesità come una malattia o la predisposizione a drogarsi o ad abusare di alcolici. Di questo passo — dicono — finiremo per «ricreare» un uomo perfetto. E c'è chi arriva a sostenere che la disabilità porta progresso: «Perché avremmo sviluppato sistemi sofisticatissimi per migliorare l'udito se non per venire incontro a chi ha problemi di sordità?». E lo stesso vale per le protesi degli arti e per tanto d'altro... Mah... a me non sembra un grande argomento.

E neanche quello di Rosemarie Garland-Thomson, che insegna alla Emory University; lei sostiene che le leggi per la disabilità approvate recentemente negli Stati Uniti hanno aiutato la società a crescere (e su questo non ci sono dubbi), ma sostiene anche che confrontarci ogni giorno con chi è meno fortunato di noi rende il mondo much more human for everyone, serve a migliorare la nostra società insomma. Non sono d'accordo, per niente. Lo si dovrebbe chiedere a chi è costretto su una sedia a rotelle o a chi non vede: «Meglio poter camminare e vedere o vi va bene di restare così per consentire a noi di vivere in un mondo migliore?».

Carol Padden è una professoressa di lingue dell'Università della California a San Diego, lei ha un grave difetto di udito, ma non si considera malata e pensa che l'umanità perderebbe moltissimo se un domani grazie al gene-editing sparissero le disabilità. E una prospettiva diversa, ma quanti sono i sordi che rifiutano impianti cocleari o interventi chirurgici che possano migliorare le loro capacità solo perché in questo modo si assicura diversità al genere umano? E se ce ne fossero (e Carol è una di loro) andrebbero rispettati e certamente capiti. Comunque sia, chi ha paura dei progressi della scienza deve sapere che purtroppo anche quando si potrà fare gene-editing nascerà forse qualche bambino malato in meno, ma malattie e disabilità non spariranno certo dall'oggi al domani (purtroppo).

E non credo si debba mettere nessun confine; chi di noi vorrebbe un figlio destinato a drogarsi, se fosse possibile evitarlo? Certo, c'è la questione del libero arbitrio e se sia giusto o meno interferire col corredo genetico di quel ragazzo privandolo della libertà di decidere se drogarsi o meno, pur in presenza di familiarità o anche solo di una predisposizione a farlo. Tutto questo esula dalla competenza della scienza, è materia per filosofi e bisogna certamente coinvolgere la società civile e chi legifera.

Gene-editing è un'arma a disposizione dei medici come tante altre. In questo momento prima di porci il problema se sia giusto o no usarla, dobbiamo assicurarci che questa tecnica funzioni e che non si associ eventualmente a problemi magari più gravi della malattia che vogliamo guarire e che poi si trasmettano alle generazioni successive. Insomma è tutto molto complesso. Quando lo si potrà fare e sarà abbastanza sicuro, si dovrà anche tener conto del fatto che disabilità non significa per forza una vita infelice o meglio non per tutti; come sempre decidere in medicina vuol dire tener conto di circostanze particolari che possono essere diverse per individui diversi pur nell'ambito della stessa malattia.

Ed ecco un tweet di Dan MacArthur, professore di genetica ad Harvard: «Previsione: i miei nipoti verranno da embrioni selezionati e edited (insomma modificati geneticamente, ndr) e per l'umanità non cambierà nulla, sarà come vaccinarsi». 

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Audizione di Maurizio Bolognetti

Ven, 10/06/2016 - 13:08
Audizione di Maurizio BolognettiRadio Radicale10 Giu 2016

Audizione di Maurizio Bolognetti, segretario di Radicali lucani e membro del Consiglio generale dell'Associazione Luca Coscioni, è intervenuto in Commissione Parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e al disastro ambientale.

Potete riascoltare QUI la sua audizione.

 

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"Embrioni sani", più vicini i bimbi con tre genitori

Ven, 10/06/2016 - 13:00
"Embrioni sani", più vicini i bimbi con tre genitoriRepubblica10 Giu 2016Silvia BencivelliBioetica

Per farlo ci si sono messi in tre, e il risultato funziona. È un embrione, umano e perfettamente sano, alla cui formazione hanno partecipato due cellule uovo e uno spermatozoo.

Ma è anche una prima assoluta che promette di inaugurare una strada per la soluzione di alcune malattie genetiche. Lo racconta un articolo pubblicato sulla rivista Nature da un gruppo di ricercatori della Newcastle University, che sta lavorando alla tecnica da anni. L'annuncio era atteso soprattutto dopo che un anno fa la Camera dei comuni inglese aveva approvato la tecnica a una larga maggioranza, e la pubblicazione di questi dati era l'ultima prova richiesta dalle autorità regolatone per dare il via al suo impiego.

La tecnica è stata pensata per evitare al nascituro malattie legate ai mitocondri. Questi sono organelli galleggianti nel citoplasma della cellula, che servono a produrre l'energia necessaria al funzionamento della cellula e che contengono un proprio Dna: un Dna diverso da quello del nucleo, il Dna davvero nostro che decide (insieme all'ambiente) come siamo fatti. ll Dna del mitocondrio infatti abita soltanto li dentro: è poco ( meno dello 0,05% del Dna totale di un individuo ), è piccolo ed è circolare. ll problema è che questo Dna può essere responsabile di alcune malattie ereditarie, causate dall'indebolimento del muscolo, del cervello, del cuore (organi che richiedono più energia degli altri ), ma anche del sistema endocrino, dell'occhio, dell'orecchio, del rene e dell'apparato gastrointestinale.

Queste condizioni però si trasmettono solo dalla madre ai figli, perché con la fecondazione sono i mitocondri della cellula uovo che vengono passati, e solo quelli. Di conseguenza la soluzione pensata dai ricercatori inglesi è una specie di trapianto di mitocondri da cellula uovo, ma al contrario. La tecnica infatti prevede di prelevare il nucleo di un embrione malato entro poche ore dalla fecondazione, lasciandosi dietro il guscio vuoto della cellula, mitocondri compresi. E poi di trasferire questo nucleo in una cellula uovo di una donatrice, a sua volta svuotata del nucleo.

In questo modo, i mitocondri dell'embrione che si svilupperà sono quelli della seconda donna, cioè di una donna sana. Mentre il resto del Dna, il Dna del nucleo, rimane quello dell'embrione. I ricercatori hanno testato i tempi ottimali per il trasferimento del nucleo, un fattore cruciale per il successo della tecnica. E l'hanno provata su 500 cellule uovo di 64 donne donatrici, senza osservare nessun danno allo sviluppo degli embrioni. O meglio: c'era un 2% di Dna mitocondriale difettoso che veniva comunque trasferito. Ma in ogni caso si trattava di una quantità molto inferiore a quello di una fecondazione tradizionale, sottolineano i ricercatori, e insufficiente a dare malattie.

Se le autorità regolatorie riterranno, come pare molto probabile, che la tecnica possa già dirsi sicura, a Newcastle cominceranno presto a nascere bambini con tre genitori biologici e nessuna grave malattia. 

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Eutanasia: la California dice sì, in Italia un nuovo appello di Max Fanelli

Gio, 09/06/2016 - 16:03
Eutanasia: la California dice sì, in Italia un nuovo appello di Max FanelliAssociazione Luca Coscioni9 Giu 2016EutanasiaComunicato stampa dell'Associazione Luca Coscioni e del Comitato Eutanasia Legale Mentre anche in California entra oggi in vigore la nuova legge che regolamenta il suicidio assistito, legge firmata dal governatore cattolico Jerry Brown, l'Italia rimane al palo. La discussione sul controllo dell'eutanasia clandestina attraverso la sua legalizzazione, discussione richiesta da oltre 70mila cittadini attraverso una proposta di legge di iniziativa popolare, ha visto fino ad ora una sola seduta delle Commissioni congiunte Affari Sociali e Giustizia. Dal 3 marzo ad oggi i gruppi parlamentari hanno deciso di lasciare sospesa una discussione sulla quale in questi anni i parlamenti d'europa e d'america si stanno meritoriamente interrogando. Come Associazione Luca Coscioni, facciamo nostre le parole di Max Fanelli che oggi, insieme al comitato Eutanasia Legale, ha inviato un nuovo video-appello ai parlamentari: "Mi chiamo Massimo Fanelli, meglio conosciuto come Max, ho 56 anni e da settembre 2013 sono malato di SLA, ora nella fase terminale. Sopravvivo grazie ad un respiratore automatico e mi alimento via Peg, un buco nello stomaco. Sono completamente paralizzato e mi è rimasto solo un occhio, con il quale riesco a comunicare grazie ad un pc a controllo oculare". E continua: "A nome di tutte le decine di miglia di persone, movimenti, partiti, sia laici che cattolici che vogliono una legge sul Fine Vita, ora suddivisa nelle due commissioni, Testamento Biologico [DAT] ed Eutanasia, vi chiedo di riprendere la discussione sull'eutanasia interrotta dopo solo il primo incontro del 3 marzo 2016".
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Conferenza Stampa per il registro testamento biologico a Macerata

Gio, 09/06/2016 - 15:43
Conferenza Stampa per il registro testamento biologico a Macerata9 Giu 2016Testamento biologico

Miliozzi porta in consiglio il testamento biologico 

Il capogruppo di Pensare Macerata alla carica ma l'odg non è firmato da Udc e parte del Pd «Una questione di coscienza e diritti» Piccioni: «Ma niente guerre di religione»

 

IL DIBATTITO «Una questione di coscienza, ma prima di tutto una questione della politica, per i diritti civili. Ecco perché, nonostante alcuni dissensi, auspico che la discussione non venga strumentalizzata, perché riguarda tutti a prescindere dal credo e della fede di ognuno» David Miliozzi, capogruppo di Pensare Macerata, lancia così l' odg, che verrà presentato lunedì in Consiglio, sull' istituzione del registro comunale delle dichiarazioni anticipate di volontà relative ai trattamenti sanitari, ovvero il testamento biologico. Ieri mattina, Miliozzi, primo firmatario dell' odg, non firmato dall' Udc e da alcuni del Pd, è stato affiancato dalla presidente della sua lista civica, Alessandra Orazi, da Renato Biondini, segretario della cellula di Ancona dell' associazione Luca Coscioni, dalla presidente di Cittadinanza attiva, Zelinda Piccioni, e dal presidente dell' ordine dei Medici della provincia di Macerata, Americo Sbriccoli. Presente in sala anche l' assessore di Pensare Macerata, Federica Curzi. «A parte il fatto - spiega Miliozzi - che istituire il registro non avrebbe alcun costo per il Comune, sarebbe un modo per accrescere la libertà dei cittadini, uno strumento per scegliere. Ecco perché il Consiglio deve portare a termine questa battaglia e tutti noi dobbiamo prenderci la responsabilità di far fare a Macerata un passo avanti».
Deciso, chiaramente, il sostegno di Orazi: «Pensare Macerata accompagna il suo consigliere in questa battaglia, in cui crediamo in modo deciso per migliorare la qualità della vita».
Biondini, che alcuni mesi fa ha inviato al sindaco, Romano Carancini, una lettera per chiedergli proprio l' istituzione del registro, spiega: «È chiaro che senza una legge nazionale, al momento in discussione alla commissione Affari sociali in Parlamento, le dichiarazioni non sono vincolanti, ma hanno valenza para legale di cui si deve tener conto. In Italia sono molti i Comuni ad avere adottato il registro e nelle Marche c' è a Senigallia, Santa Maria Nuova, Petritoli, Fermo e ad Ancona il Consiglio lo ha deliberato. Vorremmo che anche Macerata esistesse questo strumento». Piccioni aggiunge: «Molti cittadini si sono rivolti a Cittadinanzattiva per chiedere come fare riguardo al tema del registro Dat, sia persone tra i 40 e i 50 anni, che single over 65 o anziani senza figli. Noi siamo fortemente convinti del registro e diamo la nostra forte adesione, anche perché da qualche anno si registra la graduale presa di coscienza di alcuni medici di famiglia sul tema. L' auspicio è che l' odg di Miliozzi non scateni guerre di religione, ma trovi accoglienza». A concludere è stato Sbriccoli: «L' ordine dei Medici è d' accordo sulle dichiarazioni anticipate di volontà, anche perché il nostro codice deontologico continua a ripetere, ormai dagli anni 90, l' astensione dall' accanimento terapeutico». L' auspicio è «un profondo rapporto tra politica e professionisti», e, riguardo alla discussione in Consiglio, che ci siano ampia condivisione e trasversalità, magari l' unanimità.

 https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=3CTO90N3W4o 

 

 

 

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Presentazione libro "Mamma viene a morire da noi domenica"

Gio, 09/06/2016 - 13:33
Eutanasia

Presentazione del libro "Mamma viene a morire da noi domenica" dell'antropologa belga Pat Patfoort.

Modera la conferenza Matteo Mainardi, coordinatore della campagna Eutanasia Legale.

Intervengono Mina WelbyCo-Presidente dell'Associazione Luca Coscioni, Carlo Troilo, Consigliere Generale dell'associazione, e Pat Patfoort, autrice del libro.

 

 

Data: Giovedì, 16 Giugno, 2016 - 18:00 to 20:00Città: RomaIndirizzo: Salone del Partito Radicale, via di Torre Argentina 76Organizzatore: Associazione Luca Coscioni
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Carlo Troilo partecipa all'evento "Via Crucis fuori stagione" di Max Fanelli

Gio, 09/06/2016 - 13:04
Eutanasia

Carlo Troilo, membro del Consiglio Generale dell'Associazione Luca Coscioni, parteciperà all'evento "Via Crucis fuori stagione" di Max Fanelli dove ci sarà la proiezione del cortometraggio "Un occhio sul mondo" di Luca Pagliari per ripercorrere la storia di Max e a seguire un dibattito sul tema dell'eutanasia. 

All'evento parteciperanno anche Angela Attianese di Rete Laica Bologna e Roberto Grendene UAAR.

 

L'appuntamento è il 17 giugno alle ore 18:00 presso la Libreria Ubik Irnerio in Via Irnerio 47, Bologna

 

 

 

Data: Venerdì, 17 Giugno, 2016 - 18:00Città: BolognaIndirizzo: Via Irnerio, 27Organizzatore: UAAR
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Rapporto Censis-Rbm, pioggia di reazioni

Gio, 09/06/2016 - 12:13
Rapporto Censis-Rbm, pioggia di reazioniResponsabile Civile9 Giu 2016Sanità

Associazioni e sindacati medici puntano il dito sul definanziamento del Sistema sanitario. Lorenzin: “non si fanno le nozze con i fichi secchi”

Il rapporto Censis-Rbm presentato ieri nel corso del “Welfare day”, ha sollevato numerose reazioni, in ambito politico e tra le associazioni sindacali dei medici e dei dirigenti sanitari. Il rapporto evidenzia un incremento nel nostro Paese della spesa sanitaria privata, in correlazione con soprattutto con le lunghe liste di attesa, ma nel contempo mette in luce come sempre più italiani, gravati da problemi economici, rinuncino a farsi curare.

Per Anaao Assomed la ricerca “non dice niente di nuovo a chi, da tempo, va denunciando la progressiva, e non più silenziosa, diminuzione del perimetro della tutela pubblica della salute ed il conseguente incremento del welfare privato”. L’Associazione dei Medici e Dirigenti del Ssn rimarca come i risultati del rapporto Censis-Rbm rappresentino “il migliore testimonial per l’esistenza della sanità duale, cui molti da tempo stanno lavorando, e per il ‘si curi chi può’, ovvero un diritto alla salute declinato non più e non solo in base alla residenza, ma anche al reddito”. La politica, si legge nella nota, dovrebbe riconoscere i guasti prodotti da scelte all’insegna del definanziamento del sistema sanitario e della decapitalizzazione del lavoro dei suoi professionisti.

Critica nei confronti dell’operato del Governo anche l’Associazione Luca Coscioni che, tramite una dichiarazione di Filomena Gallo e Marcello Crivellini, rimarca come la situazione della sanità italiana vada a beneficio di “molti operatori sanitari che traggono profitto dall’attuale ‘organizzazione’ dell’intramoenia, mentre i Direttori Generali preferiscono applicarsi alla ‘affettuosa cura’ di appalti e nomine, piuttosto che alla difesa dei diritti di salute dei cittadini”. Per il segretario e il membro della direzione dell’Associazione le soluzioni potrebbero essere semplici, ad esempio “bloccare l’attività privata intramoenia quando le liste di attesa superano limiti accettabili e prevedere la sostituzione automatica dei Direttori Generali nelle realtà sanitarie responsabili di servizi qualitativamente scadenti e con tempi anomali”.

Non si fa attendere il commento del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che rileva come il Sistema sanitario debba fare i conti con la grave crisi economica che le famiglie stanno vivendo, sottolineando come l’ indagine Censis confermi la necessità di difendere l’aumento previsto del Fondo Sanitario per il 2017-18 da utilizzare, tra l’altro, per sbloccare il turn over e stabilizzare il personale sanitario precario, rifinanziare il Fondo per l’epatite C, coprire i costi dei nuovi farmaci oncologici e garantire a tutti i cittadini accesso gratuito alle cure. “Deve essere chiaro a tutti che non si possono fare le nozze con i fichi secchi – ha affermato Lorenzin – La soluzione passa da una profonda riorganizzazione del sistema delle liste di attesa, soprattutto in alcune regioni italiane”.

“Quello che il Censis non rileva – prosegue il Ministro – è che alcuni territori del nostro Paese offrono modelli sanitari d’avanguardia, altre non garantiscono, come dovrebbero, il funzionamento della rete territoriale, prima e dopo il ricovero in ospedale. L’obiettivo è quello di uniformare l’intero territorio nazionale su questi standard elevati, così da permettere a ciascun cittadino di ottenere in tempi rapidi le prestazioni sanitarie di qualità”.

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